rap italia giovani

L’arte è fatta anche da forme d’espressione dirette e non mediate. L’arte è un elemento che interseca la vita di milioni di persone, non solo di chi viene riconosciuto come artista in maniera pubblica. Alcune forme d’arte si basano sul proprio vissuto, il racconto che viene fatto è in prima persona, diretto, immediato. Il rap ed il macro mondo del muralismo, troppo spesso schiacciati nei concetti di writing e street art, sono tra i due esempi più lampanti e mediaticamente mal gestiti in Occidente.

L’uso dei muri per comunicare, dipingere, scrivere è un qualcosa di insito nella storia dell’uomo dalle iscrizioni rupestri ad oggi. Nel mondo occidentale, e nel recente passato, si può trovare però un punto di incontro, geografico e temporale, tra il rap e l’arte muraria, ovvero gli anni ’70 nei quartieri di periferia delle grandi città statunitensi.

È il periodo in cui nasce il fenomeno dell’hip hop ovvero un ambiente d’incontro tra rap, djing, writing e breaking. Quattro arti che convivono nelle feste di quartiere, ma anche forme di propaganda delle bande di strada che in quei quartieri si trovano ad operare. Le quattro discipline, che si sono imposte senza chiedere permesso nelle strade delle città statunitensi e quindi piano piano in tutto il mondo, vivono ancora nel pregiudizio. Il gangsta rap d’America è stata una delle icone dell’hip hop USA negli anni ‘70, ’80 e ’90 ma pare essere ancora oggi il riferimento di commentatori e giornalisti.

Solo così si può spiegare perché davanti agli arresti di Baby Gang, Neima Ezza e Kappa_24K la stampa titolava “Arrestati i rapper”, trasformando “rapper” in categoria sociale. Sarebbe da chiedere a lor signori “Chi è un rapper?” e “Cosa fa di una persona un rapper?”. Stessa cosa vista quando a Roma è iniziata l’operazione di polizia contro Geco, con telegiornali e giornali a titolare: “Arrestato il writer Geco”.

“Writer” e “rapper” vengono usati come aggravante per rafforzare il titolo creando una sorta di ambiguità per cui un “writer” o un “rapper” si porta dietro, in maniera endemica, l’essere criminale. Se domani arrestassero Cristiano Ronaldo i giornali titolerebbero “arrestato il calciatore CR7”? Non credo. I tre artisti milanesi citati raccontano nelle loro canzoni attività criminali, come facevano gli NWA o altri gruppi della galassia rap statunitense.

Lo fanno perché è il loro ambiente di riferimento, perché vivono davvero quelle attività o perché crea immaginario? Non è per me interessante, mentre per me è ipocrita pensare che nel mondo precarizzato in cui viviamo, dove l’esclusione sociale si mostra quotidianamente anche su base razziale, non esista il mondo del sommerso dove per sopravvivere si commettono reati.

Il rap in occidente è la forma d’espressione egemone delle giovani generazioni, basta guardare su YouTube e TikTok dove giovani e giovanissimi si filmano mentre ordinano in rima le patatine nei fast food. E quindi grave pensare che il “rap” si porti con sé violenza e illegalità. Non è certo casuale che le forme d’arte più immediate e dirette si portino dietro anche il racconto delle zone grigie delle vite e i disagi sociali e che attraverso le forme d’arte più popolari chi vive nell’illegalità cerchi di costruire un immaginario di forza e potenza, e di fatto di auto-protezione.

Lo fa chi rappa. Lo fa chi usa i muri per raccontare la “sua città”. L’arte e i fenomeni sociali vanno capiti e approfonditi, non usati come forma di categorizzazione e giudizio, così facendo si può pensare di costruire gli anticorpi sociali e abbattere le condizioni strutturali che generano poi disagi e problematiche.

Andrea Cegna
Giornalista di Radio Onda d’Urto, collaboratore del Manifesto, agitatore culturale

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: