ragazzi baby gang

In questi mesi quando si parla degli adolescenti lo si fa soprattutto per due motivi: le occupazioni nelle scuole e le baby gang. Entrambe le cose non sono novità di questi mesi, perché le scuole si sono sempre occupate e le baby gang sono una forma di violenza giovanile presente nelle nostre città da decenni. La cosa nuova è il legame fortissimo con il presente e con quanto abbiamo vissuto in questo eterno presente che è stata la pandemia.

L’occupazione delle scuole e l’aumento dell’aggressività giovanile sono figlie anche, non solo ovviamente, della chiusura della vita sociale giovanile di questi due anni. Appena le restrizioni si sono allentate e le regioni sono uscite dalla zona rossa, le cronache dei quotidiani locali hanno iniziato a riempirsi di risse tra adolescenti, furti e rapine in strada, aggressività verso polizia e carabinieri. Il tutto corredato da video pubblicati sui social, diventati il palcoscenico dove mostrare il proprio esserci, la propria uscita dalla grotta. In un momento in cui bisognava stare (ancora) distanti, i giovani che riconquistavano le strade stavano vicini e molti di loro sfogavano la loro rabbia con aggressività verso i coetanei o verso le autorità.

Lo spazio pubblico per alcuni mesi è sembrato simile a un ring dove la riconquistata libertà ha fatto esplodere dinamiche aggressive inedite per quantità e densità. Poi col passare delle settimane il fenomeno si è marginalizzato alle sole baby gang, tornando ad essere qualcosa più simile a quanto visto in anni passati.

La cosa ha coinciso con il ritorno pieno a scuola e con la riconquista della pratica dell’occupazione, un qualcosa non lasciato in eredità dalla generazione precedente e che questi adolescenti hanno sperimentato in modo autonomo e inedito rispetto ai loro fratelli maggiori anzitutto nelle modalità, oltre che nei contenuti. A Milano in tre mesi sono state entrate in occupazione venti scuole e la stragrande maggioranza prima di occupare ha indagato un aspetto inedito per degli adolescenti “in protesta”: il loro benessere individuale e collettivo.

“Prima ci siamo chiesti ‘come stiamo’, poi siamo passati alla lotta” mi ha detto una ragazza del liceo classico Carducci. Un prezioso suggerimento per tutti noi. Studenti e studentesse hanno criticato il modello di scuola-azienda che tutti i governi hanno spinto negli ultimi vent’anni, ma non è stata una critica ideologica o giovanilistica, è stata una critica materiale: “questa scuola ci mette ansia, ci stressa, ci prepara a una vita insopportabile” hanno detto durante le occupazioni.

Al liceo Carducci hanno fatto un questionario prima di occupare. Ne è uscito che il 76% degli studenti ha avuto attacchi di panico in relazione a una interrogazione e in diversi non stavano reggendo la pressione del rientro dopo quasi due anni di Dad. “Le scuole iper valutano la prestazione e questo genera ansia tra gli studenti. La pandemia ha peggiorato tutto perché prima almeno esisteva un rapporto con i compagni e i docenti che la Dad ha demolito. Vedere in classe i compagni, parlare con i professori, aiutava. In questi due anni questa cosa è mancata” hanno raccontato gli studenti.

Le due reazioni al disagio di questi due anni pandemici, l’aggressività giovanile e le occupazioni, si sono anche incontrate-scontrate in alcuni casi. Diverse occupazioni hanno segnalato incursioni di gruppi di giovani esterni alla scuola con tentativi di furto e risse. Dalla dimensione pubblica a quella privata, non ha precedenti il numero di atti di autolesionismo nel 2021 a Milano: 540.

“L’insicurezza diminuirà quando Milano tornerà a correre come sa fare e proprio nei settori che impegnano di più le energie dei giovani: discoteche, eventi, attività sportive” si è augurato recentemente il prefetto di Milano Renato Saccone. 

Roberto Maggioni

Giornalista di Radio Popolare e de Il Manifesto

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: