salute mentale giovani

Ce la faremo. Ne usciremo migliori. Si diceva così ormai due anni fa, quando il Covid-19 ha ribaltato la nostra quotidianità.

Ma no, non è stato così.

Dei dubbi già li nutrivamo in quella fase concitata, ma gli eventi degli ultimi mesi ce li hanno confermati in toto. Guerra, dominio, prevaricazione sono di nuovo parte della nostra quotidianità. La pandemia non ci ha insegnato né a essere migliori nelle nostre relazioni quotidiane né alle istituzioni a investire in quei settori, come la sanità, la cura e la cultura, che tanto si sono dimostrati importanti nei mesi più intensi della pandemia.

Quasi come se niente fosse successo, abbiamo visto carri armati invadere un altro Paese, aerei militari bombardare le città, missili cadere su zone abitate. E la (nostra) risposta a questo crimine non è stata poi così diversa: abbiamo aumentato le spese militari, abbiamo inviato armi destinate a uccidere altre persone, alimentando una distruttiva escalation militare per i paesi coinvolti e per l’intero mondo.

Niente, lo dobbiamo ammettere: la pandemia, il suo propagarsi devastante, le sue chiusure obbligate, non ci hanno insegnato proprio niente. Appena ha potuto, l’umanità è tornata (e ha continuato in tanti contesti extraeuropei) a farsi la guerra, a uccidere il proprio simile.

Eppure ce ne sarebbero di cose diverse da fare e su cui investire: in primis, i giovani.

Sono loro a essere stati i più colpiti dal Covid-19, non tanto per il numero delle vittime quanto per le conseguenze che le strategie messe in atto in quei mesi hanno provocato: la chiusura delle scuole, la rarefazione delle opportunità di vita sociale hanno avuto un impatto importante sui vissuti di questi ragazzi.

Come ci racconta il neuropsichiatra Alessandro Albizzati, è emersa una generazione che ha deciso di “ritirarsi dalla vita”. Incapace di guardare avanti e di immaginare un futuro diverso, si è trovata costretta in un eterno presente che l’ha immobilizzata, rendendo più arduo il percorso per un pieno reinserimento nelle dinamiche sociali.

A ciò ha contribuito anche il clima militarista che sempre più ha contraddistinto la nostra quotidianità sin dall’inizio della pandemia: dal solitario corridore inseguito dal Carabiniere in spiaggia nell’aprile 2020 fino al coprifuoco serale imposto per mesi nelle città italiane, passando per il linguaggio militare utilizzato per raccontare il contrasto della pandemia.

Le metafore belliche nei mesi più intensi della pandemia si sono ripetute: “Siamo in guerra”, “un anno in trincea” ecc. Sono tante le espressioni dal sapore guerrafondaio che sono state dette, ripetute, interiorizzate nei mesi della pandemia.

La logica del nemico da abbattere si è diffusa a macchia d’olio, diventando la griglia attraverso cui guardare la società, attraverso cui leggere i fatti intorno a noi. E qualcuno, come in ogni conflitto, non ha retto, non se l’è sentita o non ce l’ha fatta a reggere questo clima.

Anche i recenti avvenimenti della politica internazionale sono stati letti attraverso questa lente manichea: o con Putin l’invasore o con l’Ucraina. Senza saper esprimere, invece, quella vicinanza alla popolazione civile ucraina e a favore solo di una soluzione pacifica e di un mondo senza armi a cui ha fatto riferimento, in primis, Papa Francesco e tante altre voci della società civile e del mondo intellettuale.

Ciò non vuol dire pronunciare parole al vento per anime belle, ma indicare le priorità su cui investire le risorse di cui disponiamo. “Certe scelte non sono neutrali: destinare gran parte della spesa alle armi, vuol dire toglierla ad altro, che significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario. E questo è uno scandalo: le spese per le armi”, ha detto il Pontefice nel corso di un’udienza a metà marzo del 2022.

Vuol dire togliere risorse anche alla cura della salute mentale di tanti giovani, oppure a quella sanità territoriale di cui la pandemia ci ha rivelato dolorosamente la necessità.

Vuol dire, soprattutto, introiettare ancora più a fondo una visione del mondo militarista, manichea e al fondo disumana, incapace di dare alle giovani generazioni quello di cui più si sente il bisogno, anzi la necessità, al giorno d’oggi: la speranza.

La speranza di un mondo migliore, in cui considerare l’altro uomo mio fratello, l’altra donna mia sorella, non un nemico da abbattere.

Alessandro Pirovano

Direttore responsabile ArchéBaleno

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: