studenti pandemia covid

In qualità di referente Covid per le scuole facenti capo ad ATS Milano ho avuto modo di monitorare puntualmente l’andamento della pandemia nel contesto scolastico. Gli incontri periodici con i dirigenti e la gestione delle pratiche quotidiane che mano a mano si evidenziavano hanno fatto emergere quanto i due sistemi, quello sanitario e quello scolastico, fossero impreparati a gestire la complessità che la pandemia stava determinando.

Dal punto di vista di come la scuola abbia influenzato o determinato la diffusione del virus alcuni studi e varie osservazioni non hanno dato una risposta esauriente, ma hanno messo in forte risalto come la scuola non fosse il luogo determinante della diffusione del virus.

Si è altresì potuto evincere dai dati che l’andamento dei contagi a scuola stava anticipando quanto sarebbe poi successo nella popolazione. La gestione dei contatti stretti e quindi delle quarantene e degli isolamenti ha inciso fortemente sulla didattica in presenza, determinando movimenti di opinione e di pressione sociale e politica che hanno sinergicamente amplificato l’elemento di incertezza che è andato via via aggravandosi con elementi di conflittualità dovuti al continuo cambio di regole, non sempre aderenti a principi volti al contenimento della diffusione e alla mitigazione del virus.

Con l’emergenza pandemica, gli ultimi due anni hanno segnato in maniera dirompente la vita di tutti ma il segmento giovanissimi e giovani (13/17 anni) è stato oggetto di attenzione particolare.

La chiusura delle scuole e degli spazi aggregativi, sportivi e per il tempo libero, la DAD, la DID, hanno fatto emergere nuovamente la questione giovanile come un tema conflittuale per la società.

Dal considerare i giovani “sdraiati” o “bamboccioni” si è passati a considerarli unicamente come aggressivi o bisognosi di cure e terapie psicologiche/psichiatriche a causa dell’aumento, tra i giovani e i giovanissimi, di patologie di interesse neuropsichiatrico.

Che le chiusure e le restrizioni a causa della pandemia abbiano determinato disagi e sofferenze e compresso il bisogno di essere attivi è fuori discussione; l’impatto stesso delle morti a causa del Covid-19 ha aumentato e amplificato il senso d’angoscia e, in generale, il continuo cambiamento delle disposizioni sanitarie, ha reso prevalente la percezione di incertezza e di scarsa fiducia nel futuro. Tutto questo ha indubbiamente creato il mix emotivo/relazionale che si è manifestato con fenomeni comportamentali e con forme di sofferenza specifiche.

In realtà la pandemia ha costituito più uno scossone che un trend. Il lungo periodo di digitalizzazione e i cambiamenti da essa portati ha introdotto in maniera continua e costante il tema della gestione dell’incertezza: empatia e flessibilità sono abilità che debbono essere insegnate e acquisite. Un mondo ultraveloce richiede un cambiamento costante: più si sviluppano le funzioni adattive, più si diviene in grado di affrontare l’incertezza.

Si potrebbero fissare degli obiettivi a breve termine, comprendendone la specifica natura e apprendendo come avviene la gestione dell’agenda, la pianificazione dei propri obiettivi e di come raggiungerli.

È di importanza cruciale, per una Scuola che promuove Salute, intraprendere azioni per migliorare le condizioni di vita quotidiana, a partire dall’infanzia, proseguendo durante l’adolescenza, fino all’età lavorativa. Un’azione lungo tutte queste fasi di vita rappresenta un’opportunità sia per migliorare la salute mentale nella popolazione, sia per ridurre l’esposizione a fattori di rischio in quei disturbi mentali associati alle disuguaglianze sociali.

Nicola Iannaccone

Psicologo-Psicoterapeuta, Responsabile UOS Promozione Salute, UOC Promozione della Salute, Dipartimento Igiene e Prevenzione Sanitaria

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: