centro formazione professionale pandemia

Lavoro in un Centro di Formazione Professionale, uno di quegli istituti che curano la formazione degli studenti per l’inserimento diretto nel mercato del lavoro, ed ogni CFP è specializzato nella formazione in un determinato campo. Si tratta di una realtà così poco conosciuta dal mondo esterno che per me si è guadagnata l’appellativo di “Cenerentola delle scuole superiori”.

Soprattutto nel periodo della pandemia, quando i ragazzi dei CFP hanno dovuto imparare a familiarizzare con la FAD (formazione a distanza), e con loro tutti i professori. Nessuna istituzione si era infatti degnata di ragionare sul fatto che, laddove spiegare l’aoristo greco o l’imperativo categorico di Kant da dietro uno schermo fosse fattibile, altrettanto non si potesse dire del cucinare una tarte tatin o realizzare un buon taglio di capelli

È quindi diventato bisogno impellente quello di andare a riempire un vuoto, di sopperire ad una colossale mancanza delle istituzioni. Le difficoltà alle quali bisognava far fronte erano molteplici: se le differenze fra le disponibilità tecnico-materiali degli studenti potevano essere superate con una messa a disposizione di tablet da parte dell’Istituto, più complesso era risolvere altre questioni. La più dirimente, a parer mio, riguardava la difficoltà di interazione empatica tra docente e studente, che invece avviene o può avvenire nel caso della formazione in aula.

Nei CFP spesso e volentieri troviamo ragazzi che provengono da contesti di fragilità sociale, di emarginazione, o che si trovano alle spalle diversi fallimenti scolastici; si tratta di personalità estremamente complesse, alle quali basta un nonnulla per scoraggiarsi e decidere di gettare il proprio percorso scolastico al vento.

Mi viene in mente il caso di Wu, quindicenne italiano di origine cinese che seguo quotidianamente, trovatosi da un giorno all’altro intrappolato in casa con tutti i suoi fratelli e la madre. Dargli una mano in quei giorni di clausura forzata, spingerlo a impegnarsi, a non gettare la spugna e a vedere un orizzonte di senso e di speranza, anche quando il mondo esterno si era ristretto alle quattro mura della sua stanza, non è stato per nulla facile. Senza le ore a scuola per Wu era davvero un gioco da ragazzi perdersi nei gironi infernali del web, nelle ore passate con lo sguardo fisso e perso sullo schermo del suo telefono. Oppure a giocare senza tregua alla Playstation.

Quella era la sua nuova quotidianità e, spiace ammetterlo, non sembrava nemmeno disturbarlo troppo.

Eppure è proprio dalle sfide più difficili che, spesso, hanno origine le cose più straordinarie. “Straordinario” declinato nella sua accezione più pura, quella di “fuori dall’ordinario”. Mai avevo visto prima, e probabilmente non vedrò più, un’intera categoria di lavoratori – quella dei professori – mettersi tanto in discussione e ripartire da zero, reinventarsi, cercare in sé stessi nuove competenze. È stato un lavoro collettivo davvero sbalorditivo. Laddove gli strumenti non c’erano venivano inventati, quando il tempo finiva lo si rubava alla propria quotidianità, gli spazi fatti comparire come in uno stupefacente gioco di prestigio.

Per noi insegnanti ma anche per ragazzi e ragazze come Wu.

Proprio lui, un giorno durante una delle attività della FAD, si è messo a preparare da mangiare nella sua stessa cucina, riuscendo a coinvolgere persino la madre e gli altri famigliari. E alla fine il risultato, anche se da lontano e anche se attraverso uno schermo, è stato del tutto inaspettato. Ecco, questo è ciò che noi tutti facciamo qui: lavoriamo con le nuvole.

E qualche volta, se sei fortunato, forse piove.

Michela Ciusani

Educatrice professionale

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: