Parliamo con p. Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Fondazione Arché, a partire dal libro Dare casa all’amore ferito — un’opera corale che raccoglie esperienze, sguardi educativi e storie di rinascita. Con lui approfondiamo il senso di questo percorso e ciò che ogni giorno accade nei luoghi dell’accoglienza.

“Dare casa all’amore ferito” è un libro corale che racconta l’esperienza di Arché. Qual è il senso profondo di questo progetto editoriale? Perché sentivate il bisogno di questo racconto?

Da anni incontriamo donne e bambini che arrivano da storie molto diverse, accomunate però da una fragilità spesso taciuta o non riconosciuta: quella di chi ha dovuto crescere troppo in fretta, di chi porta sulla pelle il segno di relazioni spezzate, di chi non ha mai avuto il tempo o lo spazio per ascoltare i propri bisogni più profondi.

Sentivamo il bisogno di raccontarlo perché, nel lavoro sociale, si rischia talvolta di ridurre le persone ai loro problemi o alle loro mancanze. Questo libro vuole invece mostrare ciò che noi vediamo ogni giorno: la possibilità di una rinascita che nasce dal riconoscimento, dalla dignità restituita, dal sentirsi guardati non come “casi”, ma come esseri umani con un desiderio che attende di essere accolto e accompagnato.

In questo senso il libro non è solo un progetto editoriale, ma un gesto politico e culturale: affermare che l’accoglienza ha un valore trasformativo, e che la vita, quando trova un contesto capace di ascolto, può sempre riorganizzarsi e fiorire.

[📸 Vitolda Klein, Unsplash]

Il volume è frutto di una scrittura collettiva durata un anno. Come ha vissuto questa esperienza corale?

Scrivere insieme significa esporsi. Significa mettere in discussione i propri punti di vista e accettare che una parola comune possa nascere solo se ogni contributo è disposto a lasciarsi contaminare dagli altri. È stato un processo impegnativo ma liberante, perché ci ha permesso di rileggere la nostra esperienza attraverso le differenze, che nel nostro lavoro non sono un ostacolo ma una risorsa essenziale.

Educatori, operatrici, psicologhe, coordinatrici hanno condiviso pezzi di vita, intuizioni, dubbi, domande ancora aperte. È nato così un tessuto narrativo che riflette la complessità reale dell’accoglienza: un luogo dove non esistono ricette, ma dove ciascuno porta un frammento di verità.

In questo lavoro ho percepito un aspetto profondamente umano: quando ci si ferma a pensare insieme, emergono non solo le fatiche, ma anche la possibilità di ridefinire il senso del nostro agire, di ritrovare le motivazioni più autentiche. La scrittura è stata un modo per restituire valore alla cura, per non lasciarla scivolare nella routine, per riconoscere che dietro ogni gesto educativo c’è sempre un pensiero, un’intenzione, una postura interiore.

E, senza alcuna pretesa di paragoni, non posso non ricordare che anche un testo come Lettera a una professoressa nacque da una scrittura corale: una comunità che, attraverso la parola condivisa, seppe raccontare l’esperienza della Scuola di Barbiana e denunciare le storture del sistema educativo di allora. Nel nostro piccolo, oggi, sentiamo un’esigenza simile: dare voce a un modo diverso di stare accanto alle persone, mostrare che un altro modello di relazione educativa è possibile, necessario e già in atto. Una narrazione plurale è il modo più onesto per farlo, perché nessuno da solo potrebbe contenere la complessità dell’accoglienza, né la ricchezza delle vite che ogni giorno ci vengono affidate.

I capitoli parlano di radici, numeri, colori, storie. Come sono nati questi sguardi diversi e come si è scelto di intrecciare narrazione e riflessione pedagogica?

Ogni capitolo ha una sua grammatica, una sua temperatura emotiva, un suo modo di guardare il mondo.
Le radici raccontano da dove veniamo, i numeri danno forma concreta a chi incontriamo, i colori dicono il modo in cui interpretiamo l’educazione come occasione di bellezza e possibilità.

La narrazione non è mai separata dalla riflessione pedagogica, perché nel nostro lavoro le storie precedono le teorie. È dalla storia di una donna, dalla paura di un bambino, da una domanda inattesa che nascono le intuizioni educative più feconde.

Abbiamo imparato che ogni persona entra nell’accoglienza con un bisogno immediato — protezione, sicurezza, stabilità — ma porta con sé anche un desiderio più profondo, spesso inesplorato: quello di essere riconosciuta, vista nella propria unicità, accolta come persona e non solo come madre o come figlia, ma re-istituita con la sua esperienza in una società che tende a scartare.

Proprio questa tensione tra bisogno e desiderio è diventata la chiave di lettura del libro: capire che l’educazione non si limita a rispondere ai bisogni materiali, ma tenta di dare forma a quel desiderio di vita che continua a pulsare anche nelle esistenze più ferite.

La copertina del libro “Dare casa all’amore ferito”, disponibile qui.

Il tuo contributo si intitola “Rinascere da un amore ferito”. Cosa racconta questo capitolo e quale messaggio desideravi trasmettere?

Ho cercato di dare voce al cuore della nostra esperienza: la possibilità che una persona rinasca quando trova qualcuno che la vede davvero. Nel nostro contesto arrivano donne segnate da delusioni profonde, da relazioni svalutanti, da esperienze che hanno minato la fiducia di base. Molte di loro si percepiscono prima di tutto come madri “insufficienti”, perché la società le definisce attraverso ciò che non hanno saputo garantire o attraverso ciò che è andato storto.

Io vedo, invece, donne prima che mamme. Donne con un percorso da ricostruire, una storia da rimettere in ordine, un’identità da ripensare. Lavorare solo sulla dimensione materna sarebbe un errore: si rischierebbe di aggravare quel senso di colpa che già portano, senza toccare il bisogno più profondo che hanno, cioè essere riconosciute nella loro interezza.

In questo senso, la rinascita di cui parlo non è un evento straordinario: è un processo lento e graduale, fatto di piccoli passaggi. Rinascere significa poter dire: “la mia storia non coincide con il mio errore”, “non sono definita da ciò che ho subito”, “posso cambiare orizzonte”.

Ciò che favorisce questa metamorfosi è uno sguardo capace di accogliere senza giudicare, di sostenere senza sostituirsi, di creare uno spazio interiore in cui la persona possa ascoltare i propri desideri dopo anni in cui è stata costretta solo a sopravvivere.

La dimensione spirituale entra qui, non come teoria o come dottrina, ma come capacità di vedere ciò che ancora non c’è, come fiducia nella possibilità che ogni vita possa trasformare il dolore dell’anima in energia vitale.

Nel leggere i contributi degli operatori, cosa hai imparato da loro e dal modo in cui hanno raccontato l’esperienza di Arché?

Quello che ho imparato, innanzitutto, è uno sguardo nuovo. Quando si vive immersi nelle vicende quotidiane, presi dalle urgenze, dai turni, dalle complicazioni delle storie e dalla fatica che inevitabilmente attraversa il lavoro educativo, si rischia di perdere la percezione del valore di ciò che si sta facendo. È come se il quotidiano, con le sue pressioni, impedisse di cogliere la direzione più grande in cui ci muoviamo.

La scrittura condivisa mi ha dato la possibilità di alzare lo sguardo, di osservare le cose da un’altra prospettiva — non per distanza, ma per profondità. Rileggere ciò che gli operatori hanno messo su carta significa vedere, all’opera, l’intelligenza sensibile con cui ogni giorno si accostano alle fragilità delle donne e dei bambini. La scrittura ha rivelato che sotto il gesto quotidiano c’è sempre un pensiero: non solo un’azione tecnica, ma un’attenzione interiore, una postura che nasce dall’esperienza e dal confronto con le storie reali.

Ho scoperto così che gli operatori non sono soltanto figure dell’aiuto: sono strumenti culturali, attori sociali che già svolgono, spesso senza accorgersene, un ruolo politico nel senso più alto del termine. Politico perché riguarda la costruzione della comunità, la difesa della dignità delle persone, la possibilità di immaginare modelli di convivenza più umani. Ogni loro gesto — una parola scelta, un tempo dedicato, un silenzio rispettato — ha un impatto che supera i confini della singola relazione e contribuisce a dare forma a un modo diverso di stare insieme.

Alcune delle coautrici di “Dare casa all’amore ferito” alla presentazione a Book Pride.

Nel libro compaiono anche i contributi di don Luigi Ciotti e del prof. Mauro Magatti. Che significato hanno per voi queste due voci?

Per me sono due presenze di grande valore, ciascuna con una tonalità propria.
A don Luigi Ciotti devo un ringraziamento profondo: un maestro, un mentore, un ispiratore. La sua capacità di stare accanto agli ultimi con una radicalità sempre mite rappresenta, per noi, una sorgente inesauribile di senso. La sua parola è un richiamo costante a non perdere mai di vista la dignità di ogni persona, soprattutto quando è ferita.

Del professor Mauro Magatti apprezzo da anni lo sguardo lucido e generativo. Nel suo contributo definisce il libro una “dolcissima lezione sul senso della cura”, capace di unire analisi sociale e profondità umana. Con lui abbiamo avuto la possibilità di lavorare su diversi studi e percorsi innovativi: è un pedagogista che sa interpretare le trasformazioni del nostro tempo e tradurle in pensiero vivo, utile, orientante.

La loro presenza nel libro ci ricorda che l’accoglienza è un cantiere condiviso: si costruisce insieme, intrecciando competenze, riflessioni e sensibilità che ci aiutano a non smarrire la direzione.

Simone Zambelli

 

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