«Sai qual è la cosa più difficile oggi? Alzarsi la mattina e non diventare cattivi come il mondo». – A. Faber

Si potrebbero riempire molte pagine con citazioni e riferimenti culturali al concetto di gentilezza, ma oltre a quella in apertura ci torna particolarmente utile quest’altra: «Qual altro compenso del bene se non il bene?». Il versetto 60 della Sura Ar-Rahmân del Corano ci insegna che la gentilezza viene ricompensata con altra gentilezza; una spirale positiva e generativa che rafforza il senso della mia professione. Lavorando sul legame tra genitori e bambini, vorrei che si cominciasse a parlare di gentilezza “domestica”, cioè della capacità di avere cura dell’ambiente domestico in modo da renderlo sereno e rispettoso per noi e per chi condivide il nostro spazio vitale. Ed è importante discuterne perché non è scontato che vi sia. Genitori che urlano fra di loro, figli che urlano contro i genitori, genitori che urlano contro i figli: sono comportamenti critici molto diffusi, e non solo per sentito dire.
Guardiamo ai dati.

Secondo l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza nel 2025 la percentuale dei maltrattamenti sui bambini e sugli adolescenti in Italia è aumentata del 58% in cinque anni; la neglect (trascuratezza) è la forma più frequente, subìta dal 37% dei minori, mentre al secondo posto, con il 34% dei casi, troviamo la violenza assistita. Violenza psicologica e maltrattamento fisico, invece, sono rispettivamente al 12% e 11%.

Questo è il contesto in cui ci troviamo ad agire come educatrici di Arché. Provate a chiudere gli occhi, allora. Immaginatevi in un appartamento all’interno di una corte con altri 13 alloggi dalle pareti non troppo spesse. Non sarà raro sentir arrivare la voce di una donna, stanca o sofferente, che grida al telefono in presenza del figlio usando espressioni volgari e offese. Anche questa è una forma di violenza, verbale e assistita, che rischia di minare la sicurezza emotiva del minore e la sua autostima, con rischi futuri di ansia, depressione e comportamenti aggressivi. Massimo Recalcati definisce la violenza verbale come la capacità che ha una persona di annullare l’altro, che diventa sintomo di una crisi educativa dove la parola viene sostituita da un agire impulsivo. L’istinto dell’educatrice che sente queste parole è senza dubbio quello di andare – correre, a volte – nell’alloggio per mettere in sicurezza il bambino, tranquillizzandolo con frasi di conforto e consolazione, comunicandogli che la mamma non è arrabbiata con lui, che non è colpa sua. Successivamente si dialoga con la mamma, lasciando che si calmi provando a farla parlare o semplicemente cercando di trasmetterle la calma: come il bene che compensa il bene.

Ma quando invece sono gli stessi figli a rivolgersi in modo aggressivo nei confronti dei genitori e/o delle educatrici? Purtroppo accade anche questo in comunità: brutte parole e volgarità pronunciate da bambini di sei anni, accompagnate da atteggiamenti fisici altrettanto non adeguati. Di fronte a bambini con questi comportamenti abbiamo visto intraprendere due strade dai genitori, entrambe sbagliate: c’è chi reagisce con altrettanta violenza e c’è chi si dimostra completamente remissivo. Qual è, invece, il sentiero giusto da percorrere, dal punto di vista di un’educatrice? Sicuramente con i bambini è più difficile, perché è necessario farli smettere senza provocarli. Se la parolaccia è usata per rabbia, è importante aiutare il bambino a riconoscere l’emozione che sta vivendo e offrigli delle alternative meno offensive. Dobbiamo ascoltarlo e parlargli, evidenziandogli che abbiamo compreso il suo dolore e la sua fatica, gettando le basi per una relazione fondata sulla fiducia; in parallelo, possiamo insegnargli delle tecniche di rilassamento e di respirazione, o utilizzare l’abbraccio e il contenimento, due strumenti che aiutano molto.

Parlare di gentilezza in famiglia significa educare all’ascolto e all’empatia. «Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso», scrive Anne Herbert, e noi l’abbiamo scritto fuori dalla porta d’ingresso di Arché per non dimenticarlo mai. Quello che cerchiamo di trasmettere alle nostre ospiti è di usare la gentilezza in ogni sua forma, che si tratti di una cortesia, di un sorriso, di un momento di convivialità o della semplice lettura di una storia.

Un genitore aggressivo porta a sentirsi sempre fuori posto, fuori luogo, e i bambini crescono portando con sé ansia, stress e altrettanta aggressività; al contrario, mettersi in ascolto – dei bambini e degli adulti – è un atto di gentilezza che ci avvicina all’unicità e ai desideri dell’altro, rigettando lo scontro come metodo di confronto.

Dorothy Nolte, insegnante e pedagogista, nella sua poesia ci insegna che «I bambini imparano ciò che vivono». Allora facciamo vivere una società fondata su educazione e gentilezza. Un primo punto operativo verso questo nuovo mondo? Applicare le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo la Comprehensive Sexuality Education (traducibile con “Educazione Sessuale Onnicomprensiva”). La scuola deve essere messa in grado di affiancare seriamente bambini, bambine, ragazze e ragazzi nella comprensione e nella gestione delle proprie emozioni e dei legami sessuo-affettivi. Così la gentilezza può sconfinare tra scuola, vita, lavoro, famiglia. E il bene ricompenserà il bene.

«Se il bambino vive nella critica, impara a condannare.
Se vive nell’ostilità, impara ad aggredire.
Se vive nell’ironia, impara la timidezza.
Se vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.
Se vive nella tolleranza impara ad essere paziente.
Se vive nell’incoraggiamento, impara la fiducia.
Se vive nella lealtà, impara la giustizia.
Se vive nella disponibilità, impara ad avere fede.
Se vive nell’approvazione, impara ad accettarsi.
Se vive nell’accettazione e nell’amicizia, impara a trovare l’amore nel mondo.
»

 

Paola Ciaglia
Educatrice

 

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