alessandro albizzati neuropsichiatra

Tante ricerche lo confermano: la pandemia ha influito negativamente sulla salute mentale dei ragazzi e delle ragazze. Concretamente, lei che l’ha vissuto in prima linea, cosa ha voluto dire? Con che situazioni vi siete trovati a interfacciarvi?

Sicuramente la pandemia ha inciso e amplificato un’emergenza in ambito adolescenziale e preadolescenziale già in essere. Sono parecchi anni, infatti, che la salute mentale dei minori è particolarmente impegnativa e precaria: numeri in aumento c’erano già prima del Covid.

L’arrivo della pandemia e delle misure messe in atto per contenerla, il primo lockdown con la chiusura di tutto e anche le successive ondate con l’intermittenza della scuola, hanno portato ad un’amplificazione del disagio psichico: in tutto il mondo occidentale, e anche in Italia, c’è stato un aumento importantissimo del disagio mentale. Nel nostro Pronto Soccorso, negli ultimi 10-12 mesi, abbiamo osservato un incremento degli accessi del 20/25% in più del periodo pre-Covid con casi di autolesionismo, tentati suicidi, attacchi di panico, ansia.

C’è un ritiro sociale di una quota di ragazzi che non riescono più a riprendere la scolarità e stanno rinchiusi in casa. E poi una vera e propria epidemia di disturbi alimentari: anoressia, bulimia e via discorrendo.

Come neuropsichiatria infantile e più in generale come psicologia abbiamo vissuto una condizione di insufficienza di fronte all’imponente ondata che abbiamo dovuto affrontare in questi mesi: in Lombardia abbiamo solo cinque reparti e qui al “San Paolo” i nostri posti letto sono sempre occupati da 18 mesi.

Chi sono i ragazzi e le ragazze che avete incontrato in questi mesi?

C’è una prevalenza femminile, indubbiamente. I disturbi più comuni sono quelli depressivo-ansiosi che si manifestano in atti di autolesionismo e di tentati suicidi. In tutti e tutte loro è come se ci fosse stata una caduta di tensione vitale che già era all’opera anche precedentemente, ma che con la pandemia è esplosa.

È una generazione di ragazzi e ragazze che si ritira dall’investimento sul futuro: i tanti tentativi di suicidio tra i giovanissimi ci mostrano uno sguardo sul futuro negato. Anche i disturbi alimentari ci comunicano una negazione della vita, una concezione che non prende in considerazione il proprio corpo. Viene bruciato, tagliato, denutrito: è una generazione che, invece di andare incontro al desiderio, come è sempre avvenuto nell’età adolescenziale, nasconde questa condizione.

Ci si ritira, trovando rifugio anche nel web. Noi adulti lo abbiamo sempre criticato, ma se non ci fosse stato, i ragazzi e le ragazze non avrebbero avuto alcun tipo di contatto.

Argomento scottante, viste le gravi conseguenze per i più giovani, è stata la chiusura delle scuole. Lei che opinione si è fatto al riguardo?

La capisco nel primo lockdown quando ci siamo trovati investiti da un qualcosa di cui non si sapeva niente: dopo il primo caso di Codogno, tutti eravamo sotto shock. In quel frangente la DAD è stata uno strumento di sopravvivenza.

Nel tempo, però, avrei sognato che le scuole restassero sempre aperte.

È un’idea che sperimenterei non solo nell’emergenza ma anche ora: i ragazzi avrebbero la possibilità di stare a scuola per davvero, di poter fare incontri, interfacciarsi con figure diverse dagli insegnanti e di poter, insomma, dare vita a una socialità diversa. I ragazzi e le ragazze di oggi ne hanno bisogno come l’aria che respirano.

A Milano, invece, abbiamo a che fare con scuole che sono costantemente sollecitate sulla performance, non sulla socialità: i ragazzi e le ragazze devono essere performanti più che cittadini adulti responsabili.

Oltre alla mancanza o meglio alla rarefazione degli spazi e delle occasioni di socialità, cosa maggiormente ha pesato su queste conseguenze così dure della pandemia sulla salute mentale dei giovani?

Si tratta di dinamiche già in atto da tempo, basti pensare che il suicidio in Italia fino a poco fa era la terza causa di mortalità tra i giovani e ora è diventata la seconda. Sotto la pressione di una costellazione di eventi esterni, dalla pandemia alla guerra, passando per la questione ambientale fino alla crisi economica, le nuove generazioni hanno messo in atto un sostanziale disinvestimento nella costruzione di sé stessi e nel futuro.

Non è un caso che in molti non riescano a seguire tutte le notizie sul cambiamento climatico perché scatenano ansia e panico.

Chiusa la scuola e rarefatte così le occasioni di interazione con gli altri, questi ragazzi hanno trovato un sostegno nelle famiglie?

No, dispiace dirlo. Hanno trovato dei genitori infragiliti, forse ancora più spaventati dei loro piccoli e in difficoltà a pensare che gli obbiettivi vanno perseguiti e conquistati. E in questo contesto infragilito la pandemia ha avuto delle conseguenze importanti su chi già era in difficoltà. Basti pensare ai disturbi alimentari, anoressia, bulimia, che riguardano sempre più ragazze e sempre più giovani.

Arché è nata in risposta all’HIV pediatrico, cioè ai bambini nati con l’HIV praticamente dimenticati dallo Stato. Al di là delle ovvie differenze storiche e di letalità tra le due pandemie, oggi come allora i più giovani non sono mai la priorità delle politiche pubbliche?

Siamo di fronte a una situazione peggiorata rispetto a trent’anni fa, quando c’era da combattere un profondo stigma sociale nei confronti di un’intera categoria sociale: gli omosessuali e, soprattutto, i tossicodipendenti. Verso di loro c’era proprio bisogno di riabilitare un vero e proprio pensiero di cittadinanza. In questo momento, invece, la questione è occuparsi della salute mentale di un intero segmento della popolazione: i giovani.

Mette anche in evidenza la fragilità della situazione famigliare di una generazione di genitori infragiliti, discretamente incompetenti nei percorsi educativi, incapace di trasmettere l’idea che il dolore fa parte del diventare grandi e che il conflitto sia generativo.

All’inizio di Arché solo una categoria era stata investita, oggi invece no: è un intero segmento sociale.

Tant’è che i ragazzi volontari in ambito HIV erano attivi, mentre adesso c’è una disperazione sociale più diffusa, che riguarda, in maniera generalizzata, tanti ragazzi e ragazze.

Guardando al futuro con speranza, quali sono le scelte da adottare per aiutare i più giovani a superare questo periodo difficile? 

Mi vengono in mente le parole di una ragazza in cura in reparto che mi ha detto: “Facciamo l’università continuamente sotto la pressione di fare gli esami e di andare fuori dall’università il più in fretta possibile, mentre l’università dovrebbe essere un luogo dove noi dovremmo stare di più”.

Ecco questa è la questione: dare più tempo a cose che sembrano apparentemente poco produttive. I tempi psichici non sono i tempi del web, non sono quelli con cui facciamo i conti quotidianamente. Andare così velocemente azzera la possibilità di diventare delle persone piene di sentimento.

I ragazzi devono essere riabituati alla possibilità di dare, oltre che a ricevere dagli altri: Arché è un luogo di frontiera proprio per questo. Nei confronti dei ragazzi, la domanda è questa: cosa puoi dare agli altri? È solo in questo modo che si realizza il valore che ciascuno di noi ha in sé. Non è questione solo di essere generosi, ma di essere presenti nel mondo, che poco c’entra col mondo della performance.

Intervista ad Alessandro Albizzati

Direttore Unità Operativa Neuropsichiatria Infantile ASST Santi Paolo e Carlo Milano

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: