musica giovani italia

Bluetooth attivo, auricolari connessi e musica in play: così possiamo perdere per ore un adolescente che si troverà completamente assorto/a tra un pezzo ed un altro, ascoltando parola per parola e facendo proprio un brano che in qualche modo lo/la racconta.

È innegabile: oggi più che mai la musica è terapeutica per i giovani che ritrovano, generalmente in brani rap, le proprie storie, le proprie paure e anche tutta una serie di risposte che altrove non possono scovare. Il rap nello specifico arriva laddove tanti hanno fallito, permettendo a giovani e a persone non rappresentate in nessun angolo del mondo di esprimersi, di sfogarsi e di aprirsi, senza alcun tipo di censura o paura; ed è proprio la schiettezza che caratterizza il genere maggiormente ascoltato dai giovani che allontana invece parenti e genitori, quando al contrario dovrebbero sfruttare proprio questi testi per avvicinarsi maggiormente ai figli o ai nipoti, scoprendo attraverso parole cantate velocemente su un beat (traccia strumentale) quali sono le preoccupazioni di una generazione che si è trovata a vivere la propria adolescenza in pandemia, lontana dai propri compagni di scuola e davanti ad un pc per ore.

Certamente in questi due anni abbiamo compreso l’importanza della salute mentale e quanto periodi stressanti e difficili possano piegare noi e i nostri cari; l’hip-hop invece sono anni, decenni, che sfrutta ogni singolo canale per denunciare ogni forma di ingiustizia sociale e per esprimere in maniera diretta i dolori dell’anima, le sofferenze psichiche.

Migliaia sono i testi che potrei citare, ma vorrei partire da “Suicidal Thoughts” del rapper The Notorious B.I.G., diciassettesima traccia dell’album “Ready to die”. Ad un primo ascolto possiamo trovare il brano brutale, grezzo o volgare, ma non dovremmo fermarci lì, dovremmo al contrario riconoscere il coraggio insito in un brano che parla di ideazione suicidaria, di rapporto conflittuale con la madre, per cui Biggie (soprannome del rapper) si sente in colpa, e di crimini commessi in contesti di difficoltà.

Spostandoci in Italia non posso che citare Baby Gang, rapper di origini marocchine, probabilmente il più ascoltato tra gli adolescenti oggi. Non snaturando in nessun modo le origini dell’hiphop, anche lui sceglie il rap per denunciare il contesto precario e difficile in cui nasce e cresce, trovandosi a commettere crimini che in nessun modo romanticizza o idealizza. Un esempio può essere la canzone “Alcot Zara Bershka”.

Infine, non posso che citare Leslie, rapper abruzzese ora a Milano, che nei suoi testi mostra tutte le sue fragilità, permettendo a chi sta attraversando periodi simili di sentirsi attraverso la voce di un’altra persona, non immaginandosi solo/a di fronte ad un enorme malessere interiore. L’ultimo EP, Canzoni tristi e cose, dovrebbe essere ascoltato interamente. Concludo invitandovi nuovamente a distaccarvi dall’immaginario che si ha del rap; certamente molti testi sono vuoti o inutilmente volgari, ma la maggior parte dei testi hanno una potenza incredibile, specialmente i testi di autori a noi vicini, perché appartenenti a contesti di periferia, perché figli di storie di migrazione o perché appartenenti a comunità considerate innaturali o “deviate”.

Ariman Scriba

Mental health advocate

Nel corso delle prossime settimane pubblicheremo anche gli altri articoli presenti all’interno dell’ArchéBaleno #66: