Assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini di Gaza: è l’appello che Avvenire ha scelto di rilanciare con forza, trasformando una proposta nata mesi fa in una mobilitazione che sta raccogliendo migliaia di adesioni.

A riproporre l’idea dalle pagine del quotidiano è stato il filosofo Eugenio Mazzarella, professore emerito dell’Università Federico II di Napoli. La sua scelta parte da una constatazione terribile nella sua semplicità: mentre il mondo discute di diplomazia e geopolitica, a pagare il prezzo più alto della guerra sono le persone che non hanno deciso nulla, non hanno combattuto e non hanno alcuna responsabilità. I bambini e le bambine.

 

 

A Gaza le cifre hanno assunto dimensioni drammatiche. I dati UNICEF indicano che dal 7 ottobre 2023 al 3 febbraio 2026 nella Striscia sono stati segnalati oltre 71.000 palestinesi uccisi, tra cui più di 21.000 minori. Ai morti si aggiungono 44.500 bambini feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni permanenti.

Ventunomila bambini morti. Quarantaquattromila feriti.

Si tratta di numeri che rischiamo di scorrere troppo in fretta e a cui ci stiamo pericolosamente abituando. Ognuna di queste cifre rappresenta invece un nome, una famiglia, una scuola, una vita spezzata all’inizio. È proprio contro questo senso di assuefazione che la campagna promossa da Avvenire assume un significato profondo.

L’iniziativa era nata nell’estate del 2025 in Puglia, promossa dall’associazione culturale “L’Isola che non c’è” di Latiano (Brindisi), raccogliendo le prime adesioni tra accademici, realtà ecclesiali, sanitarie e istituzionali. Quando Mazzarella l’ha ripresa e affidata ad Avvenire, la proposta ha trovato una cassa di risonanza nazionale, trasformandosi in un dibattito pubblico che interroga la coscienza dell’intero Paese.

Le firme sono cresciute rapidamente: insegnanti, docenti universitari, sacerdoti, amministratori, parlamentari ed esponenti dell’associazionismo, oltre a realtà come Neve Shalom. Tra i sostenitori figurano Massimo Cacciari, Luigi Manconi, Stefano Zamagni, Pier Luigi Bersani, Livia Turco, Andrea Orlando, Sandro Ruotolo e Matteo Ricci. Da Gerusalemme ha aderito anche padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa.

Significativo è anche il supporto arrivato da diverse figure del mondo cattolico. Don Tonio Dell’Olio, membro del board di Pax Christi International, ha ricordato come i bambini siano i più disarmati tra le vittime dei conflitti e come Gaza possa diventare un monito universale.

[📸 Mohammed Ibrahim, unsplash]

Per Fondazione Arché questa mobilitazione, cui abbiamo aderito, si intreccia a un percorso di impegno e testimonianza portato avanti nel tempo. Dalla partecipazione alle manifestazioni cittadine e allo sciopero per Gaza, fino al sostegno a iniziative di solidarietà dal basso come la Global Sumud Flotilla, la Fondazione ha cercato di mantenere viva la riflessione sulla situazione nella Striscia di Gaza ma non solo. Un percorso coltivato anche attraverso gli incontri ospitati a CasArché, come l’intervista al consigliere lombardo Paolo Romano al rientro dalla sua missione umanitaria o la testimonianza del pediatra Khader Tamimi, che ricordava come davanti alla sofferenza di un bambino non debbano esistere appartenenze o confini.

Il Nobel ai bambini di Gaza non intende essere un riconoscimento alla sofferenza, ma l’affermazione dell’innocenza di fronte alla violenza e una denuncia del nostro ebetismo morale.

Gaza è una terra giovanissima: prima del conflitto metà della popolazione era minorenne. Un’intera generazione è cresciuta tra bombardamenti, sfollamenti, fame e perdite affettive.

Riconoscere questa realtà non significa dimenticare il 7 ottobre 2023, le vittime civili israeliane colpite da Hamas o le persone prese in ostaggio. Non esiste una sofferenza innocente che valga più di un’altra. L’universalità di questo principio dà forza alla proposta: fare dei bambini di Gaza il simbolo di tutti i minori travolti dalle guerre degli adulti.

Accanto alla tragedia sul campo si consuma infatti una seconda crisi, d’ordine morale: la progressiva resa della coscienza occidentale. In questi anni abbiamo analizzato alleanze e diritto internazionale, ma nel frattempo ci siamo abituati alle immagini di macerie, alle file per l’acqua, agli ospedali devastati e ai bilanci delle vittime.

Un Premio Nobel non restituirà la vita a chi l’ha persa, né ricostruirà una scuola. I simboli servono però a costringere una comunità a scegliere ciò che non vuole più ignorare. Assegnare questo riconoscimento ai bambini di Gaza significa rovesciare la prospettiva: non premiare chi conduce le guerre e poi decide di fermarle, ma chi le subisce senza averle mai volute. Significa ribadire che quei bambini non sono un danno collaterale. Un richiamo necessario anche per noi, per interrompere l’assuefazione e ricordarci che di fronte alla morte di un bambino non esistono ragioni di Stato capaci di giustificare il nostro silenzio.

Simone Zambelli, assistente sociale

Per aderire inviare una mail a petizione.gaza@avvenire.it indicando il proprio nome e cognome o il nome della propria organizzazione.