I e le partecipanti al terzo viaggio umanitario alla partenza da CasArché. Al centro p. Giuseppe Bettoni e alla sua sinistra l’autrice di questo articolo, Rosella Amadori

Partenza

La terza spedizione di Arché (leggi il resoconto della prima e della seconda) per Leopoli parte sabato 23 aprile alle 14 precise: siamo nove persone divise in tre pulmini stipati fino all’orlo di beni alimentari e di medicine. Alcuni sono amici di vecchia data, altri si incontrano per la prima volta ma l’affiatamento è immediato. Si unisce al gruppo anche il Pimpa, in arte Claun di guerra, che si fermerà a Leopoli tutta la settimana per rallegrare i bambini, i feriti, gli invalidi, con il suo profilo semplice, buono, disponibile a tutte le necessità (guardate il suo racconto su YouTube “Sconfiggere la guerra con un sorriso”: noi lo abbiamo fatto e non lo dimenticheremo più).

Insomma, si respira fin da subito un contagioso e allegro spirito di solidarietà. Un legame che si cementerà via via che si macineranno i chilometri grazie anche all’immediata istituzione della chat ‘Leopoli’.  Benedetto WhatsApp, grazie a te battute, riflessioni, informazioni e indicazioni stradali ci tengono uniti in tempo reale mentre puntiamo sempre più a nord. Come i vecchi walkie talkie, solo in versione 2.0.

In viaggio: soste varie e passatempi

All’autogrill di Graz divoriamo una enorme cotoletta viennese e ne approfittiamo per rinforzare ulteriormente lo spirito di gruppo: c’è chi è già riuscito a sbagliare strada e subito dopo a toppare l’autogrill convenuto, un’impresa da commentare degnamente con il giusto corollario di risate. Ma è ora di ripartire: la meta è ancora distante e tutti sappiamo che ci aspetta una lunga notte di guida.

Quello che non possiamo immaginare è che dopo poco la spia della temperatura dell’acqua di uno dei pulmini si accenderà (mancano solo 1100 km più ritorno…) e saremo costretti a fermarci nel buio più nero per correre ai ripari. Dopo frenetiche consultazioni del manuale di istruzioni, l’unica soluzione trovata sarà quella di aggiungere litri e litri d’acqua nel radiatore. Ce ne vorranno per l’esattezza sette perché il nostro furgone, per la felicità di tutti, ritrovi una temperatura adeguata per poter ripartire. L’euforia è tornata alle stelle e finalmente riavviamo i motori.

Ma non è ancora il momento di muoversi, perché una fila di forti e ripetuti colpi sulla portiera ci avverte che uno di noi è rimasto a terra, appiedato, nel buio della notte, sul ciglio della strada. Mentre il malcapitato risale a bordo ci sentiamo un po’ come l’armata Brancaleone, ma è solo questione di un attimo.

Il viaggio da qui in poi procede fra podcast ascoltati per tenerci svegli, canzoni cantate a squarciagola (“e lei, lei era un piccolo grande amore…”) e… insulti ai camion che non si spostano. Alle 5:30 ecco l’alba infuocata a Cracovia che ci riempie di energia: ci stiamo avvicinando alla meta.

Frontiera e checkpoint

Alle 9:30 vediamo finalmente la frontiera. Ci sorprende la vista di una fila di automezzi di oltre 2 km in entrata: sono persone che hanno deciso di tornare a casa, che aspetteranno per passare la dogana tutto il giorno e forse parte della notte, perché ciascun veicolo è sottoposto a controlli di almeno mezz’ora. In quanto convoglio umanitario ci concedono di saltare la fila, ma anche per noi i controlli durano comunque due ore. Poi, finalmente, entriamo in Ucraina.

Mancano ancora 80 km di stradine di campagna, fiancheggiate da case rurali molto povere e da chiesette da cui escono famiglie contadine di ritorno dalla S. Messa (oggi qui si celebra la Pasqua ortodossa). Le guardiamo con la consapevolezza che siamo entrati in un paese in guerra, dove ogni giorno muoiono decine di militari e di civili.

Guardando questi piccoli paesi dove vediamo i primi cavalli di Frisia e i sacchi di sabbia ammucchiati ai bordi delle strade, ci sorgono spontanee tante domande. Visto da qui tutto sembra avere ancora meno senso. Anzi, sembra non averne affatto.

Arriviamo a Leopoli dove ci aspetta un altro piccolo contrattempo: ormai a poche centinaia di metri dalla nostra meta, abbiamo la bella pensata di filmare il check point all’ingresso della città. Nel caso non lo sapeste non è mai una bella idea filmare un check point. Infatti la polizia ci ferma immediatamente. Ci lascerà andare dopo un eterno quarto d’ora di controlli, cancellazione del contenuto di una delle nostre telecamere, e svariate e accorate rassicurazioni da parte nostra di non avere scattato altre foto.

Padre Ihor e Suor Giustina

missione leopoli

L’incontro tra p. Ihor Boyko e la Dott.ssa Matilde Leonardi

Finalmente arriviamo al Seminario teologico dello Spirito Santo, ad attenderci c’è il rettore, Padre Ihor Boyko. Il seminario ci sorprende per la sua bellezza con i suoi tetti rossi, le cupole dorate, i prati intorno curatissimi e di un verde smagliante.

Noi siamo sfiniti, ma ci risolleva e ci rinvigorisce subito l’immensa felicità che esprime padre Ihor nell’accoglierci. Braccia spalancate, grandi sorrisi, lunghi abbracci.

Padre Ihor è un uomo grande in tutti i sensi: altissimo di statura e coraggioso nell’animo. Ci racconta che è entrato in seminario a 8 anni e a 23 anni ha ricevuto l’incarico da papa Wojtyla di fondare l’università cattolica, e di ricostruire a Leopoli il seminario e la chiesa fino allora imbavagliata dai sovietici. Ci racconta anche di come abbia ora riconvertito il suo seminario in luogo di accoglienza dei profughi.

Più tardi ci mostrerà con orgoglio la sua chiesa e le icone dei martiri, uomini e donne, religiosi e laici che, durante e dopo la seconda guerra mondiale, sono stati uccisi o internati nei campi di concentramento per aver testimoniato la loro fede.

“E quando prego qui – ci dice – li guardo e penso che ai tempi avevano la mia età, e hanno subito quello che subiamo noi oggi. Io ho 46 anni, e se tra 2 mesi i russi sono qui, la storia si ripete”.

All’unisono speriamo tutti di no. Speriamo che la follia si fermi. Come si può pensare che venga violato un luogo, come questo, di bellezza, di pace, di accoglienza, dove vivono persone così speciali?

Al Seminario incontriamo anche Suor Giustina: una donna esile e gentile, di grande coraggio e determinazione. Laureata in biologia, specializzata in genetica e psicologia clinica, da sola ha fondato vari centri in Ucraina di assistenza alle mamme di bimbi malformati. Ora assiste ragazze incinte vittime di orribili violenze. Suor Giustina gestisce tre case dell’Ordine di Maria Immacolata che, prima della guerra, erano studentati. Oggi le lezioni purtroppo sono state sospese, gli studenti non ci sono più e le case sono così diventate luoghi di accoglienza temporanea per anziani, mamme e bambini.

I profughi in arrivo in massa alla stazione di Leopoli, se non hanno un luogo dove rifugiarsi, possono iscriversi nelle liste create dal comune, che contatta le suore. Sono loro ad andare di persona a prenderli alla stazione, offrendo loro un tetto, vestiti, cibo caldo e conforto.

A suor Giustina abbiamo consegnato i beni di prima necessità per mamme e bambini e i medicinali che avevamo raccolto.

Pranzo di Pasqua: guerra, bambini e cioccolato

Dopo questi straordinari incontri, scaricati i pulmini e riposti gli scatoloni, abbiamo condiviso il pranzo di Pasqua con gli ospiti del seminario: mamme e bimbi profughi, i volontari, Suor Giustina, Padre Ihor e sua moglie. Un pranzo frugale rispetto ai nostri cenoni o ai nostri pranzi di festa, ma veramente gustoso e preparato con cura. E con la conclusione più degna di un pranzo pasquale: la distribuzione ai bimbi delle uova di Pasqua. Indimenticabili i sorrisi tutti “impiastricciati” dei bimbi che si sono letteralmente tuffati nella cioccolata. In un tripudio di sorrisi, moine, battere di mani.

I bambini, nella loro innocenza e spontaneità, riescono a sorridere nonostante tutto. E il loro sorriso è illuminante e contagioso. Ma a renderlo letteralmente irrefrenabile ci ha poi pensato il Pimpa con il suo spettacolo, che come dice lui, “accende in loro la meraviglia”.

Non potremo dimenticare, invece, gli sguardi molto diversi delle mamme, nei cui visi è impressa l’angoscia causata dal pensiero dei loro compagni in guerra. E gli sguardi dei ragazzini preadolescenti, che in un’età così delicata hanno dovuto lasciare tutto e scappare tra e dalle bombe.

Il pranzo va terminando, arrivano i saluti conclusivi, davvero inconsueti per il giorno di Pasqua: Padre Ihor conclude il suo discorso di ringraziamento, dicendo “Grazie ai vostri aiuti vinceremo questa guerra”. Padre Giuseppe alla fine del suo saluto intonerà Bella ciao.

Leopoli, che bella città

Dopo il pranzo Padre Ihor ci guida in un interessantissimo giro in auto per Leopoli. Siamo impressionati dalla bellezza della città medievale, dai monumenti, dalle splendide piazze, in alcuni punti ci sembra di essere in una grande capitale europea come Parigi.

Ma soprattutto sono evidenti i segni della guerra in corso, nonostante l’apparente normalità della vita cittadina: i sacchi di sabbia sulle finestre delle cantine-rifugio, i muri di cemento a sbarramento di alcune strade, i check-point.

E ancora di più ci colpisce l’orgoglio nazionale evidente in ogni angolo della città: le bandiere ovunque, i manifesti colorati e intraducibili per noi, ma di cui possiamo intuire il significato, i poster dei bambini con le guance dipinte di giallo e azzurro, le foto delle persone uccise dalla guerra circondate da fiori coloratissimi. E il grande muro con le foto delle mamme con in braccio i neonati avvolti nella bandiera ucraina: sono le giovani donne che hanno partorito a Leopoli, dopo esservi giunte come profughe di guerra.

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La consegna dei beni trasportati al seminario

Anatolij, Liutiia e Iryna

È arrivata l’ora di ripartire, ma la nostra missione non è terminata, arriva la parte più preziosa, per noi forse la più struggente. Il nostro pulmino, svuotato da tutto il carico con cui eravamo partiti, ora è pronto ad accogliere tre persone. Sono fuggite qualche giorno fa da Dnipro, al confine con il Donetsk, sono Anatolii, di 93 anni, la moglie Liutiia, di 97 anni e la figlia Iryna di 72 anni. Li porteremo con noi a Milano dove si ricongiungeranno con Julia, la nipote, che abita a Parma da anni ed è pronta ad ospitarli nella sua casa. Sono persone dolcissime, nella loro lingua e con un eloquente linguaggio del corpo non fanno altro che ringraziarci. Ma noi in realtà siamo onorati di poterli accompagnare in un luogo sicuro, tra volti familiari.

Le comunicazioni fra di noi continueranno a svolgersi attraverso il movimento delle mani, degli occhi, del viso. Scopriamo che, in circostanze come queste, sono utilissimi i sorrisi. Per le cose più complicate telefoniamo a Julia, che per tutto il viaggio di ritorno vestirà il ruolo di nostra traduttrice simultanea.

Quando, verso sera, schiantati dalla stanchezza, ci fermiamo a dormire in un albergo di Cracovia, Julia sarà utilissima soprattutto per spiegare alla mamma come muoversi in un albergo dove anche solo per andare in ascensore o entrare in stanza e accendere la luce si devono usare incomprensibili tessere magnetiche. Situazione che ci strappa appena un sorriso mentre pensiamo che, alla loro età, in pochissimo tempo sono passati dalla pace delle loro case ai bombardamenti, al viaggio in un treno d’evacuazione al soggiorno in seminario e ora, dopo altre ore di viaggio in un hotel di Cracovia con noi, fino a poche ore fa perfetti sconosciuti…

missione leopoli

Lunedì 25 aprile

Ci diamo appuntamento alle 7 in punto del giorno dopo, lunedì 25 aprile, davanti alla porta della loro stanza. Realizziamo che, se domani sarà lunedì, vuol dire che sono passati appena due giorni dalla nostra partenza. Capiamo di aver vissuto in un’altra dimensione, dove il tempo è una variabile assolutamente relativa. Realizziamo anche che ci sono tanti modi per festeggiare il 25 aprile e noi ne stiamo scoprendo uno davvero sorprendente.

La mattina seguente ritroviamo Anatolii, Liutiia e Iryna prontissimi a ripartire. I loro bagagli d’altra parte si preparano in fretta: sono scappati dalla guerra con un trolley, due borse e una busta di plastica con dentro l’uovo di cioccolato per il nipote “italiano”. L’essenziale. Non possiamo fare a meno di pensare che, quando partiamo per un fine settimana fuori porta, ci portiamo dietro molto di più.

Nel frattempo ci arrivano notizie da Leopoli: padre Giuseppe, che si è fermato un giorno in più da padre Ihor, ci racconta che, dalla nostra partenza, nel giro di poche ore è suonato per tre volte l’allarme antiaereo. “Abbiamo sentito il suono delle sirene, vivendo l’esperienza di entrare nei rifugi per tre volte, ci siamo resi conto di cosa vuol dire vivere in guerra”. Il Pimpa durante il terzo allarme si trovava in auto, di ritorno da uno spettacolo a 100 km da Leopoli. Come ha fatto?  È sceso dall’auto, si è infilato nella casa più vicina ed è sceso con gli abitanti nel rifugio della casa. Oggi, con la guerra in corso, a Leopoli funziona così.

Ritorno a casa

Ci aspetta ancora un viaggio molto lungo e anche un po’ avventuroso. Nel pullmino ‘zoppo’ (ormai lo chiamiamo così) le cose continuano ad essere un po’ precarie: si accendono di nuovo le spie dell’acqua e dell’olio, è necessario provvedere continuamente a rabbocchi di litri e litri d’acqua e inoltre viene colpito da un sasso e subito dopo da un povero passerotto, che crea sul parabrezza una bella ragnatela, per fortuna dalla parte del passeggero. Viene da pensare, come da manuale, alla persecuzione di qualche dio della guerra infuriato con un’umanità che cerca e pratica la pace, ma alla fine il motore e il parabrezza tengono duro e questo è ciò che conta. 

E tengono duro anche i nostri ospiti, che dall’alto della loro rispettabilissima età si mostrano veramente in gamba e simpatici. L’ultima ora di viaggio, forse il segnale dell’allentamento della tensione, cominciano a parlottare vivacemente tra loro e a ridere di gusto. Peccato non capire quello che si stanno dicendo, ma è un piacere sentirli finalmente così rilassati e contenti. Dopo 14 ore seduti in auto sono più in forma di noi…

Alle 23:30 ci incontriamo a Milano con Julia. Il lungo abbraccio tra il nonno Anatolij e la sua cara nipote commuove tutti, come in un film, quando arriva il lieto fine tanto atteso. Sappiamo che non si tratta di un vero finale ma il momento è bello e prezioso per tutti. Salutiamo i nostri tenerissimi passeggeri, ci terremo senz’altro in contatto.

È un viaggio che non dimenticheremo. Abbiamo avuto l’opportunità di riflettere su molti aspetti e sulle molte domande che questo conflitto ha generato, ma anche di ripensare alle nostre fortune, ai nostri privilegi, al significato dell’identità e dell’orgoglio nazionale, all’importanza della solidarietà sia tra connazionali che tra persone di nazioni differenti.

E siamo ancora più consapevoli della totale e atroce, assurdità della guerra.

Rosella Amadori

missione leopoli

Sulla strada di ritorno verso CasArché

Altro componente della spedizione è Marco Cuccaro, che da marzo abita con Ottavia nella Corte di Quarto, che ha montato il videodiario sottostante del viaggio. Dal 7° minuto del video si può ascoltare la canzone Oi u luzi chervona kalyna che risale al 1917-1919 alla lotta per l’indipendenza ucraina.

Nel prato un rosso viburno si è piegato in basso
La nostra gloriosa Ucraina è stata turbata così
E prenderemo quel rosso viburno e lo solleveremo
E noi, la nostra gloriosa Ucraina, ehi – ehi, ci alzeremo – e gioiremo!

Un rosso viburno? Kalyna (viburno) è un simbolo ucraino che appartiene alla cultura ucraina sin dai tempi antichi. Il suo significato è stato tramandato nei secoli da leggende e canzoni. Un albero di kalyna rotto era segno di un problema e di una tragedia, l’abuso di questo albero era un atto vergognoso. Il popolo ucraino lo proteggeva accuratamente perché si credeva che kalyna crescesse solo accanto a brave persone. Gli antenati ucraini credevano che kalyna avesse il potere di dare l’immortalità e unire le generazioni per combattere il male.

Alberto Cannistrà, presidente della Cooperativa Pensieri e Colori, membro di questa spedizione, commenta il finale del video: “Penso che quanto detto da Padre Igor nel suo messaggio di ringraziamento sia proprio vero. Questo viaggio mi lascerà dentro qualcosa.

Capisco meglio che forse anche una goccia nell’oceano può essere utile in situazioni così disperate.

Capisco meglio la dignità di un popolo unito verso un ideale vero. La libertà.

Capisco meglio il valore della solidarietà, del fatto di condividere anche quel poco che si ha.

Capisco vedendo questi pochi bagagli dei nostri tre ospiti (che magari non torneranno più a casa loro) di quanto poco ci serva per poter vivere serenamente vicino agli affetti più cari.

Capisco quanto sono stato fortunato nella vita a nascere nel posto giusto, nell’ambiente giusto, tra le persone giuste”.