
Una delle prime famiglie accolte da Arché.
L’ultima famiglia ucraina ospitata a Milano da Fondazione Arché è partita per la Polonia; qui, questo piccolo nucleo, composto da una mamma, una bambina di 12 anni e un bimbo di 8, raggiungerà gli zii materni.
Grazie alla collaborazione con Shiseido, a Milano abbiamo accolto, nel corso di questo travagliato anno, quattro donne e cinque bambini, abbiamo provveduto a dar loro un’abitazione, ad accompagnarli nel percorso di scolarizzazione, inserendoli nelle scuole del territorio. Con loro siamo andati in piscina e allo stadio di San Siro a vedere il Milan (nonostante i miei sforzi non sono riuscito a farli affezionare ai colori nerazzurri: per loro Ševčenko è ancora un mito, e vagli a spiegare che ormai sono passati quasi vent’anni!).
Con noi i bambini hanno potuto vedere il mare di Pietra Ligure, le montagne della Val Camonica e gli alberi del cortile di CasArché cambiare colori con il susseguirsi delle stagioni. Le mamme (e in alcuni casi le nonne) hanno fatto diversi percorsi lavorativi e hanno ricevuto sostegno psicologico, attraverso il quale le abbiamo accompagnate a rielaborare il trauma della guerra. Insieme a loro abbiamo letto i messaggi che ricevevano dai loro cari – che vivono ancora sotto le bombe e con i militari alle porte – abbiamo mangiato la pizza, il borscht e il panettone a Natale.
A settembre abbiamo aiutato i bambini a preparare la cartella per iniziare la scuola e, nel corso dell’anno, le mamme ad organizzare bagagli più grandi, sia per chi tornava in regioni dell’Ucraina dove la guerra viveva un momento di tregua, sia per chi, come accaduto nelle scorse ore, partiva per altre città del nostro continente.

Simone Zambelli, sulla sinistra, insieme ad operatori di Arché, Shiseido e due famiglie ucraine accolte negli appartamenti.
Con loro ho riflettuto e – soprattutto – sono stato portato a riflettere sulla brutalità della guerra, sulla sua inutilità, sulla follia che rappresenta, sul dolore che provoca e sul fatto che a pagare, al di là di ogni retorica, siano sempre i più deboli e i più fragili. Come cantava negli anni settanta Pierangelo Bertoli: “Perché a stare in trincea sono gli uomini normali, non i capi di Stato o i generali”. Una trincea che non è rappresentata solo dai bombardamenti e dal ronzio degli spari, ma anche dal dolore della lontananza, dall’assunzione quotidiana di una dose sovraumana di responsabilità, come quella che una donna deve assumersi per crescere figli e nipoti sola e lontana da casa, in un paese straniero.
Spero che l’aiuto dato da Arché possa aver rappresentato per loro una boccata di aria fresca, per riprendere fiato e poter continuare il cammino con la stessa forza ma con più ottimismo.
Dal canto mio posso solo dire grazie, non dimenticherò mai la loro forza e la loro dignità. E che vinca presto la pace!
Simone Zambelli
Direttore Generale Operativo