Siamo partiti venerdì 8 aprile verso le 14: due furgoni e due squadre (io e mio fratello sul primo, Simone, Elena, Elena e Paola sul secondo). La prima tappa, con appuntamento verso le 18:30, è al Passo del Brennero (confine con Austria), per incontrare quello che sarà il resto della nostra carovana: un gruppo di amici della Val Camonica di “Amici in Cordata nel Mondo”, un’associazione che da anni si occupa di viaggi umanitari.

Loro formano la carovana, inglobando i nostri due mezzi all’interno e dotandoci delle radio trasmittenti per rimanere tutti in contatto. Anche loro condividono le nostre stesse emozioni: l’entusiasmo di portare il nostro aiuto a chi ne ha bisogno, insieme alla tensione e alla grande concentrazione nell’affrontare i grossi ostacoli che avevamo davanti (il viaggio, le ore notturne al volante, l’attraversamento della dogana ucraina, lo spostamento in territorio di guerra).

Alcuni membri della spedizione alla partenza: da sx Paola, Elena, Simone, Eugenio (autore dell’articolo) e Giuseppe.

Il viaggio prosegue senza problemi, coordinati alla perfezione via radio dal capo carovana; ci fermiamo ogni 3 ore circa per una sosta breve e per cambiare autista. Non dormo, non riesco: la tensione è tanta, così come la voglia di non perdermi neanche un metro di tutto il viaggio. Sostiamo dopo Salisburgo, per mangiare qualcosa, verso le 21 e poi ancora al confine con la Repubblica Ceca (per acquistare il bollo autostradale e per fare un ottimo caffè con un fornelletto portatile). La sosta successiva sarà in Polonia, verso le 4, per fare rifornimento e salutare parte dei nostri amici bresciani che hanno come destinazione Czestochowa (Polonia), per portare le loro derrate alimentari ad un centro di accoglienza per rifugiati ucraini e per riportare in Italia con loro una ragazza con le sue due figlie.

Il nostro viaggio prosegue invece verso est, verso il villaggio di Budomierz (Polonia), poche case al termine di una strada dissestata in mezzo ad un bosco pieno di caprioli e aironi, proprio a ridosso della dogana da cui passeremo in Ucraina. Risolto prontamente un problema al motore per il furgone che sto guidando io, raggiungiamo la dogana ed entriamo al primo check di controllo; sono le 10 circa, siamo un po’ in ritardo con quanto ci eravamo prefissati ma siamo tranquilli anche se il pensiero va inevitabilmente al tempo che dovremo passare sul territorio ucraino.

La lunga coda alla dogana ucraina per Budomierz.

Arrivati al secondo check, succede l’imprevisto che non ti aspetti: le doganiere polacche fermano il furgone guidato da me e da mio fratello perché noleggiato e, quindi, sprovvisto di un libretto originale che permetta di uscire dall’UE ed entrare in un paese in guerra. Spieghiamo più volte la situazione e loro, con gentile fermezza, dopo aver chiesto a tutti i superiori presenti quali possibilità avessimo, ribadiscono che non è possibile farci passare e ci fanno uscire da un cancello laterale.

Sentendo gli altri (per come è possibile visto i collegamenti telefonici che si interrompono), che nel frattempo riescono a passare la dogana, decidiamo di fermarci nei pressi della stessa, in territorio polacco, in un campo parallelo alla strada. Colpisce molto il sincero dispiacere dei doganieri per non aver trovato soluzioni possibili e la gentilezza di alcuni poliziotti del posto di blocco, che ci consentono di fermarci pochi metri fuori della dogana. Ci arrivano notizie dai nostri compagni di viaggio, che sono entrati e che hanno sentito il nostro contatto a Leopoli, padre Ihor: lui accompagnerà il gruppo in uscita quella sera, venendo con un furgone del seminario per fare lo scambio in dogana.

I dubbi sono tanti, come la paura di non riuscire a lasciare il prezioso carico a destinazione.

C’è freddo (ci sono circa 4 gradi), piove e siamo praticamente in mezzo al fango, siamo ai confini dell’Europa e la stanchezza ora è grande (sono ormai le 12, siamo in viaggio da quasi 24 ore). Per un attimo viviamo la “dogana”, nel suo senso lato, viviamo sulla nostra pelle cosa significa l’attesa carica di speranza, il salto nel buio, la paura di qualcosa di cui non hai il controllo; vediamo tutto questo sui volti che sono lì in coda, in attesa come noi: persone che aspettano familiari che devono uscire dal paese, volontari che vengono a prendere profughi per portarli in luoghi sicuri e tanti ucraini che attendono di tornare nel proprio paese.

Verso le 19 ci chiama padre Ihor per dirci che ci sta venendo incontro e che proveremo ad effettuare lo scambio del materiale all’interno della dogana, nella zona neutra. Il primo impatto con lui, telefonico è già qualcosa che lascia stupiti: mi chiede scusa per l’attesa e mi ringrazia per la pazienza dimostrata. Sono quasi imbarazzato dal fatto che una persona che sta vivendo la guerra e la distruzione del proprio paese e dei propri affetti abbia la sensibilità di vedere la mia (piccolissima) fatica. Quando arriva mettiamo in atto il piano e, con qualche peripezia, convinciamo i doganieri polacchi (io) e quelli ucraini (lui) della cosa e finalmente ci incontriamo nella zona neutra. È un momento indescrivibile: vissute a tutta velocità (ci hanno concesso poco tempo passare le derrate sul loro camion), le mille emozioni di questo incontro ci lasciano un segno profondo. Dopo tanta attesa e tanti dubbi, è grande la gioia di riuscire nel nostro intento. Come grande la gratitudine di aver incontrato una persona così speciale.

Come speciale è quanto accade mentre stiamo spostando le scatole da un furgone all’altro: tre uomini che stanno attendendo chissà cosa con un altro camion, vedendoci, si affrettano a darci il loro aiuto. Mi si stampa nella mente una frase di padre Ihor, mentre lavoriamo tutti insieme: “Avete visto? Questa solidarietà tra uomini ci salverà”. In occasione di un contatto telefonico nei giorni seguenti avrà modo di aggiungere: “Il mondo ha bisogno di Bontà, Amore e Carità e già sta avvenendo in queste settimane. [..] Le persone sconosciute ti danno una mano, nessuno è più indifferente”.

Il momento della consegna di materiali alla dogana.

Ci accompagna alla pista di uscita e ci salutiamo come se ci fossimo conosciuti da tutta la vita; la solidarietà tra uomini liberi rende fratelli, uniti nella necessità. Da lì ci attendono altre due ore di viaggio per tornare verso Cracovia, dove pernotteremo la notte; ma lo spirito è indubbiamente diverso: tanti sono i pensieri che hanno bisogno di tempo per essere elaborati. Sentiamo i nostri amici che nel pomeriggio avevano raggiunto p. Ihor a Leopoli e che sono in coda, insieme a tanti Ucraini, per uscire dal paese e tornare in Polonia. Arriveranno al nostro hotel a Cracovia solo a notte fonda.

La mattina dopo, verso le 8, noi che eravamo arrivati prima in hotel, ripartiamo con il nostro furgone: destinazione casa. Il viaggio è lungo, abbiamo voglia di tornare velocemente dalle nostre famiglie e decidiamo di dividere il tragitto che porta a Milano in tre tronconi: la prima sosta la facciamo a Vienna, verso le 13; la seconda al valico del Tarvisio (confine italiano in Friuli) verso le 17; e poi dritti verso CasArché.

Attraversiamo di nuovo la pianura polacca, le splendide colline della Repubblica Ceca, le distese di foreste dell’Austria, fino ad arrivare alla conosciuta Pianura Padana. Prendiamo nel tragitto, due temporali, una nevicata, un sole spettacolare sulle nevi delle Alpi: una vita in un giorno. Tutto quello che all’andata non abbiamo visto, perché il viaggio era notturno e perché il pensiero era unicamente rivolto a ciò che dovevamo fare.

I membri della spedizione con p. Ihor Boyko e alcuni seminaristi tengono in mano disegni realizzati da bambine e bambini di Arché per i loro coetanei ucraini.

Abbiamo occasione di riflettere, sugli incontri, su quanto visto. In particolare sono due le riflessioni fatte. La prima riguarda la sensazione che abbiamo dentro, fin dal primo momento in cui giriamo le spalle all’Ucraina: vorremmo fare di più; sappiamo che questo è quanto potevamo fare ma la sensazione è di chi va lontano dal bisogno, dalle persone che lottano per ciò che è giusto. E allora un po’ comprendiamo il motivo per cui tanti ucraini erano fermi in dogana, nell’attesa di rientrare nel loro paese, nell’attesa di tornare a casa. Credo che per loro sia davvero difficile, come lo sarebbe per tutti, come lo è per tutte le persone che devono lasciare la propria terra per la guerra, o per altro.

Un altro pensiero viene proprio dal viaggio di ritorno: mentre attraversiamo quei paesi per tornare a casa attraversiamo luoghi storici, luoghi che hanno segnato la genesi della nostra Europa. Questo ci fa sentire forte il senso di essere europei, tanto difficile da sentire volte, dentro i nostri “confini”. Ed è questo lo spunto per una riflessione; lungo la strada incrociamo decine di veicoli targati “Ucraina” che si stanno dirigendo chissà dove, così come tanti furgoni di chi come noi sta portando (o ha portato) aiuti umanitari.

Penso allora come quella parte del nostro continente sia diventata una strada, una pista fatta di persone che si spostano cercando speranza e futuro, alcuni, altri che portano aiuto e trovano incontri. Tutti, lungo questa pista, trovano la bellezza dell’incontro, trovano esperienze di vita, trovano umanità. E chissà che cosa porterà questa umanità, in termini di identità sociale, all’Europa, nel prossimo futuro.

La consegna dei beni a Lviv

Il sole tramonta mentre rientriamo in Lombardia, siamo quasi a casa ormai; un ultimo pieno al furgone e veniamo accolti da padre Giuseppe che stava attendendo il nostro ritorno. Siamo sfiniti, ma felici; abbiamo fatto più di tremila chilometri in due giorni e siamo stati ai confini della guerra ma c’è freschezza nel cuore, la speranza di un mondo “più umano, più giusto, più libero e lieto“, come scriveva Italo Calvino.

Eugenio Tagliabue, educatore Area Housing