Che la vita umana sia di per se stessa fragile e caduca l’avevano già capito perfettamente gli antichi, a partire da Omero, ovvero fin dall’atto di nascita della letteratura occidentale. L’immagine è nota a tutti, anche perché è stata ripresa infinite volte in luoghi e tempi lontanissimi da Omero e fra di loro:

Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini. Le foglie il vento le riversa per terra e altre la selva fiorendo ne genera quando torna la primavera; così le stirpi degli uomini, l’una cresce e l’altra declina.

La vita degli uomini si genera e muore, è effimera, si rompe facilmente come accade ad un oggetto fragile. In tantissimi sono tornati su questa idea. Ungaretti riprenderà la stessa similitudine omerica in una poesia che tutti abbiamo letto sui banchi di scuola, Soldati, per ricordare la precarietà della condizione umana davanti alla tragedia devastante della guerra di trincea e davanti a tantissime vite appese ad un filo labile, pronte a cadere proprio come, in autunno, le foglie cadono dagli alberi. Tuttavia, in un’altra sua famosissima poesia, Ungaretti ritornerà su questa immagine, ma con una foglia appena nata, scelta come analogia della parola “fratelli”

Di che reggimento siete / fratelli?/ Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata / Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua /fragilità / Fratelli.

In questi versi l’esperienza della fragilità avvicina gli uomini, fino a farli sentire fratelli accomunati dallo stesso destino. Foglia, fragilità, fratelli, tre parole dal suono molto simile nelle quali prende vita il messaggio del poeta.

Nella poesia di Ungaretti la fragilità dell’esistenza, quella foglia di cui canta Omero, genera un radicale attaccamento alla vita e un senso di profonda solidarietà, diventando così, anche paradossalmente, un valore aggiunto. Molte voci arrivano a considerazioni simili anche se percorrendo altre strade. Penso ad una poetessa come Alda Merini, che ha fatto della sua fragilità la lente d’ingrandimento privilegiata con cui guardare al mondo e ai sentimenti. Recentemente mi sono imbattuta in questo sua poesia/aforisma:

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri. / E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri. / Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, / di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. / Non ci esponiamo mai. / Perché ci manca la forza di essere uomini, / quella che ci fa accettare i nostri limiti, / che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. / Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà. / Mi piacciono i barboni. / Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, / sentire gli odori delle cose, / catturarne l’anima. / Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. / Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore”.

Insomma, abbiamo timore di apparire fragili e di mostrare la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, quella che ci permette di attingere alla verità e di lasciare spazio all’amore.

E poi c’è Leopardi, un altro di quei poeti che tutti noi abbiamo incontrato a scuola e che, aldilà delle varie definizioni e gradazioni che la critica ha imposto al suo pessimismo, ci ha lasciato un’immagine indimenticabile legata alla fragilità. Certamente per Leopardi l’uomo è imperfetto e limitato, non può contrastare la morte e il dolore, ma può scegliere di vivere senza viltà e senza superbia, consapevole del suo destino e capace di trovare il proprio “frammento” di immaginazione e trasformarlo in canto.

La ginestra di Leopardi cresce sulle pendici del Vesuvio, in un luogo inospitale, ricoperto dalla lava, ma non rinuncia ad esserci, a continuare a fiorire e a profumare il deserto. Qualche anno fa, proprio a questo proposito, Alessandro D’Avenia ha scritto un libro intitolato L’arte di essere fragili, in cui costruisce una sorta di dialogo epistolare a distanza con Leopardi. D’Avenia propone la sua personale lettura del poeta di Recanati, “uno che riempiva le sue poesie di punti interrogativi”, dal quale ha imparato che “fragile è ciò che si spezza ma al tempo stesso corrisponde alla ricerca di ciò che potrebbe salvarci”.  Leopardi ci ha indicato due strade per compiere questa ricerca: l’immaginazione, quella con cui ha popolato di infinito il tempo e lo spazio aldilà della siepe, e la fermezza morale, con cui ha spogliato l’uomo “dalle menzogne che lo allontanano da sé, dalla vita, dagli altri”.

La letteratura, conclude D’Avenia, ci insegna che essere fragili non è una debolezza ma è un valore fondamentale anche perché

“costringe ad affidarsi a qualcuno che ci libera dall’illusione di poter fare da soli”

Tutti sulla stessa barca: sì, anche Leopardi dice all’incirca una cosa così.

Cristina Traverso, insegnante e amica di Arché

Dossier “Fragili tutti”