p-Giuseppe-vulnerabilità

Casomai qualcuno ne avesse avuto bisogno, il Covid-19 ha messo tutti di fronte alla vulnerabilità che forse avevamo dimenticato, ma che inevitabilmente appartiene alla nostra condizione umana.

Negli articoli dell’ArchéBaleno 62, (Fragili tutti) che nelle prossime settimane linkeremo in fondo a questo, alcune amiche e alcuni amici scrivono di vulnerabilità secondo approcci diversi: poetici, musicali, letterari, cinematografici,…

Nella mia esperienza, e senza alcuna velleità di critico d’arte, ritorno spesso a un quadro abbastanza conosciuto di Van Gogh, Il buon Samaritano (qua visibile per intero), dipinto nel maggio del 1890, anno della sua morte (luglio). Già questa sequenza dei tempi è significativa della condizione personale di Vincent che, se prima aveva dato tanto agli altri specie nel periodo in cui era stato predicatore e si era fatto vicino a contadini e minatori, ora nel mentre dipinge questa tela attraversa una fase difficile della malattia. Solo, abbandonato e angosciato… non facciamo fatica a pensare che si potesse identificare con l’uomo ferito della parabola.

La scena ci rivela che l’uomo è stato assalito, derubato e malmenato, ma ci racconta anche cosa è accaduto subito dopo: due uomini erano passati di lì e non lo avevano soccorso, uno lo vediamo camminare su per il sentiero all’altezza della valigia, dell’altro intravediamo solo la sagoma evanescente che si perde sulla strada fin dove l’occhio può guardare, per svanire poi all’orizzonte in mezzo alle nuvole bianche che si addensano sullo sfondo e che si confondono con le pendici dei monti visitate da qualche ciuffo d’erba. Alcuni critici hanno letto le montagne sullo sfondo con la gola in cui non si vede più la continuazione della strada, come la rappresentazione delle difficoltà che l’artista sta vivendo: è come se fosse dinnanzi a un vicolo cieco.

Ma se torniamo sui due protagonisti, credo che non facciamo fatica a riconoscere sul volto del Samaritano i lineamenti ben noti del pittore! È lui l’uomo dipinto in primo piano, tutto teso nello sforzo di sollevare il pesante corpo del malcapitato, colto nel momento in cui inarca la schiena facendo leva con la gamba, puntando il piede a terra e sollevando il tallone che si stacca dalle ciabatte. Poco prima si deve essere rimboccato le maniche per poter lavorare meglio; ha soccorso e curato le sue ferite, perché il malcapitato porta sulla testa una benda.

Anzi, i due sono uniti e avvinghiati in un abbraccio scomposto: il ferito, in posizione instabile, mentre fa una forte pressione laterale sull’animale, che, per contrastare la spinta, sembra muoversi sulle zampe. Forte è anche la forma inarcata della schiena del soccorritore che dice lo sforzo per mantenere un poco l’equilibrio. Il dinamismo delle forme e dei colori è tale che l’attimo può essere sia quello del momento in cui il soccorritore sta caricando lo sventurato sul cavallo, sia che lo stia tirando giù, come se lo volesse caricare sulle spalle.

Van Gogh coglie un istante magico per dire che la vulnerabilità è il terreno d’incontro comune sia per chi ha bisogno di ricevere soccorso sia per colui che vuole aiutare il prossimo. Non è “buono” il Samaritano perché fa un’opera di volontariato. L’aggettivo “buono” non c’è nel vangelo di Luca, l’abbiamo aggiunto noi, deformando il messaggio evangelico originale che Van Gogh invece ha ben compreso.

Nel momento in cui riconosco la mia vulnerabilità, sono in grado di farmi carico anche di quella con cui impatto nelle persone sulle strade della vita.

Può essere importante ricordare che Vincent, anni prima, si era prodigato con grande zelo in qualità di infermiere sia nei confronti dei colpiti dall’epidemia di tifo, sia nei confronti della madre vittima di un grave infortunio. Ora qui è raffigurato l’uomo che incarna l’unico umanesimo possibile, quello della compassione e della solidarietà, che non demanda, non chiede, ma si fa carico, si fa prossimo, fondendosi in quell’abbraccio che nella tela di Van Gogh è portatore di una forte carica emotiva che coinvolge, perché non c’è altro da fare: va’ e anche tu fa lo stesso.

La vulnerabilità è un’esperienza sofferta, ma è anche una possibilità unica nella vita che può condurre alla rigenerazione di legami e di amicizie, non a partire dalla competizione, ma dalla comune condizione di vulnerabilità.

p. Giuseppe Bettoni, presidente della Fondazione Arché

 

Dossier “Fragili tutti”, dall’ArchéBaleno 62

  • “Vulnerabilità, occasione di rigenerazione” di p. Giuseppe Bettoni
  • Mamma e vulnerabile: la storia di Iris” di Iris
  • “Scarpe da ginnastica” di Federica Berton
  • “Amir e una canzone di Niccolò Fabi” di Camilla Massari
  • “Fragili tutti: voci dalla letteratura” di Cristina Traverso