Parlare di vulnerabilità non è cosa semplice, perché (sarebbe da ingenui non ammetterlo) la vulnerabilità ha a che fare con l’altro con cui entriamo in relazione, ma prima di tutto la cogliamo in noi, la viviamo in prima persona. La vulnerabilità è una caratteristica umana: non ci rende uguali, ma certamente ci avvicina.

Allora, come addentrarsi nel tema? Ho riflettuto a lungo, ho chiesto aiuto ai miei colleghi e, dopo tanto pensare, ho trovato una strada o, per meglio dire, una canzone di Niccolò Fabi.

Per me la vulnerabilità suona più o meno così…

“È solo un uomo quello di cui parlo, del suo interno come del suo intorno, di quando scivola su sé stesso, di quando scrive come adesso, sulle sue guance ha il vento fresco della vetta, della conquista, sotto le unghie ha la terra di quando striscia”.

Amir vive da solo con la madre. È arrivato in Italia quando aveva solo cinque anni. Non parla molto e guarda con diffidenza il mondo fuori. Oggi ha 16 anni e gli occhi spaventati di un bambino di 3. Non si aspetta niente dalla vita, d’altronde neanche la vita si è mai aspettata qualcosa da lui. Nessuna delle persone che gli gravita intorno gli ha mai chiesto qualcosa e, quando non hai impatto sul mondo e nessuno ti chiede niente, viene meno uno di quei diritti che spesso diamo per scontato: il diritto ad esistere.

Amir mi guarda per qualche secondo attraverso lo schermo di un computer e non parla. Poi abbassa lo sguardo e rimane immobile nella sua chiusura.

“È solo un uomo quello di cui parlo, (…) dell’ambizione, della speranza, le ragnatele della sua stanza, di quando ha paura di morire, di quando la vita non è poi così come appare”.

Lo conosco da quattro anni Amir. Quattro anni sono abbastanza tempo per imparare a conoscere i suoi silenzi, ma questa distanza li rende ancora più assordanti e mi lascia senza strumenti con cui intervenire. Il mio entusiasmo iniziale si smorza dopo i primi venti minuti di silenzio e, piano piano, mi inizio a sentire disarmata. Non mi arrendo. Tento la strada delle domande, proseguo in direzione della scrittura e di una comunicazione non verbale, provo con un gioco che lo possa catturare e, mentre il mio cervello macina idee, le mie tasche si svuotano e resto senza cartucce. Maledizione! Questa maledetta distanza, questo silenzio assordante! Mi accorgo che ci siamo persi in due. Amir è molto abile nel farmi cadere nella sua “trappola” ed io, lo ammetto, sono educatrice di professione, ma sono prima ancora persona e oggi ci sono caduta in pieno. Mi arrabbio con me stessa: “Non sarebbe dovuto capitare”, penso, “avrei dovuto capirlo”.

“È solo un uomo quello di cui parlo, quando inciampa nella sua ombra, quando cammina sull’acqua e non affonda; è solo un uomo quello di cui canto, di quando sbaglia e non si perdona, il furore e il disincanto di quell’universo a forma di persona”.

È passata ormai un’ora e Amir continua a fissare il pavimento. Adesso sembra quasi annoiato e inizia a giocherellare con i piedi di una sedia. La sposta, crea piccoli rumori; poi si ferma di nuovo. Si accovaccia su se stesso, quasi a proteggersi, e solleva appena lo sguardo per qualche secondo. È uno sguardo di paura, di fatica, di frustrazione, di affermazione: “Io esisto, ma esisto solo in questa maniera. Esisto solo se sono senza voce”, sembra dirmi. Solo qualche mese fa mi raccontava di quando era piccolo e vagava per la casa chiamando la madre, ma senza mai ricevere risposta. “A volte la cercavo per un giorno intero e non la trovavo, non mi rispondeva”.

“Parlo di quando osserva l’infinito attraverso il suo ombelico, di quando sventola una bandiera o ci si nasconde dietro per paura, una menzogna è più cattiva nascosta dentro una preghiera”.

Mi sembra una situazione quasi surreale, ma apprezzo che Amir sia ancora qui con me. I primi tempi non si faceva neanche vedere, si nascondeva sotto il letto e non usciva fuori. Sono stupita del fatto che sia qui davanti a me, che ci voglia stare. Certo, mi sento sfinita, sento le energie mancare, ma questo dialogo muto mi sembra l’unico modo per fargli capire che lo vedo, che lo vedo così com’è e che va bene. Sono passate ormai due ore e, proprio quando ormai inizio a pensare che siamo usciti sconfitti entrambi da questo incontro, Amir accenna un sorriso imbarazzato e digita sulla chat un emoticon: è un cuore. Guardo meglio lo schermo, perché quasi non ci credo: è un cuore! Ne digita un’altra e un’altra ancora: un pollice in su, un mondo sorridente, che poi si gira e mostra un altro cuore…

Iniziamo un’altra fase del nostro dialogo, un’altra pagina della nostra relazione e qualcosa di piccolo, di quasi impercettibile cambia.

“È solo un uomo quello di cui parlo, di una doccia dopo un tradimento, del sorriso che ritorna dopo che ha pianto, è solo un uomo quello di cui scrivo la notte prima di un lungo viaggio quando non sa se poi partire sia solo partire o magari scappare. È solo un uomo quello che mi commuove che vorrei uccidere e salvare, amare e abbandonare; è solo un uomo ma lo voglio raccontare perché la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare”.

Camilla Massari, educatrice

 

Dossier “Fragili tutti”