Sono le due domande che ci hanno guidato nella definizione del programma dell’Arché Live 2020. E a cui i dibattiti della giornata cercheranno di dare risposta, offrendo nuove chiavi di lettura.
Ci siamo fermati a fare il punto, che è diventato presto un punto di domanda, poi due, poi un punto esclamativo, dei puntini di sospensione. Ma di tempo ne abbiamo avuto e, quindi, siamo partiti da lontano per arrivare ad oggi e il desiderio di andare a domani.
In Occidente la cultura parla di un futuro inteso come salvezza, come una promessa. Il Cristianesimo e la psicanalisi, come la scienza e la medicina, vedono nel futuro la guarigione, l’assenza dell’incertezza. Con Nietzsche (fine ‘800) siamo entrati nel tempo della morte di Dio e sono subentrate le categorie dell’economia e della tecnica. Nasce il non senso, il nichilismo, la mancanza di ideali, si sopravvive senza nessuno scopo in una società rassegnata e distopica. La politica non è più un disegno per determinare la condotta degli uomini, non si occupa di riorganizzare il presente in vista del futuro e il luogo della decisione si è spostato nell’economia.
Come sostiene il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, la nostra società pone il soggetto svuotato al centro del mondo, ma senza un reale spazio privato e senza un’autentica singolarità. Il soggetto è plasmabile, è energia da utilizzare nell’economia. È un individuo costantemente a contatto con il mondo esterno, sempre presente nell’urgenza, senza il tempo dell’affinità elettiva; non è più lui il soggetto della storia.
Slavoj Zizeck, filosofo e sociologo, difende l’idea del bene comune e in particolare l’idea dei prodotti intellettuali come beni comuni e sostiene che la priorità di oggi non sia quella di produrre esperti per risolvere i problemi, ma il primo passo per pensare è porsi domande, stando nella complessità e nell’incertezza, rallentando il nostro tempo. E così proviamo a fare noi.
Rallentiamo.
Al centro di molte riflessioni attuali di economisti, sociologi, politici vi è il tema del “reindirizzare il timone del nostro futuro”. Stiamo vivendo decenni nei quali l’economia finanziaria la fa da padrone, troppe volte sconnessa dall’economia reale, in un contesto di velocità. È un tempo nel quale, in tutto il mondo, si moltiplicano le forme di sfruttamento lavorativo e dal 1990 al 2016 sono aumentate le disuguaglianze sociali e reddituali per il 71% degli abitanti del pianeta (fonte: ONU World Social Report).

L’emergenza Covid-19 ha bruscamente rimesso al centro la grande questione di questi anni: “Dove siamo diretti e come ci andiamo?”.
La scelta è tra il riportare il mondo alla situazione precedente alla crisi globale e invece dare a noi stessi la possibilità di modellare nuove traiettorie comuni. La decisione spetta anche a noi, ad ognuno di noi come cittadino, e a tutti noi come Arché.
“Se mancheremo di impegnarci in un programma di ripresa economica trainato da una consapevolezza sociale e ambientale, imboccheremo inevitabilmente una strada molto peggiore della catastrofe provocata dal coronavirus. Se non riusciremo a dare risposte adeguate alle questioni globali in costante peggioramento, non avremo più dove nasconderci da Madre Natura e dalle masse degli arrabbiati di tutto il pianeta”, sostiene Muhammad Yunus.
Le grandi tematiche da affrontare, così strettamente interconnesse, riguardano la necessità di uno sguardo elevato, altruista e strutturato, accettando la complessità con coraggio e creatività senza cadere nel tempo dell’immediatezza. Agire nella complessità comporta anche l’avere coraggio, senza coraggio non ci si può aprire all’altro.
Il coraggio lo si ha insieme, unisce, allontana dall’isolamento che genera distanza, evitando che la risposta politica alla paura sia reazionaria, di disciplina e di sicurezza.
Nasce l’esigenza di alimentare il fuoco vivo di nuovi pensieri che si spingano verso un lontano orizzonte e che ci portino a immaginare i percorsi del mondo e della nostra umanità.
Dove guardare, quindi?
Diventa cruciale identificare alcune tematiche globali, quella ambientale in primis, non solo come un valore etico, ma renderlo un assioma per la nostra esistenza quotidiana, definendoci custodi, non più padroni. Di fondamentale importanza è riesaminare i comportamenti individuali ma lo è anche una riflessione a livello comunitario, nazionale ed internazionale.

Emerge la necessità di sostenere progetti orientati alla creazione di lavoro e sostegno al reddito per le fasce più bisognose del pianeta, immaginando nuove politiche permanenti che spostino i flussi economici verso forme di inclusione e riduzione delle disuguaglianze.
Zamagni parla di un concetto fondamentale: la sussidiarietà circolare, ovvero è necessario che Stato, mondo delle imprese e Terzo Settore interagiscano in maniera sistemica, in una relazione “moltiplicativa”, dove tutti tre i vertici diventino necessari in base alle competenze specifiche e dove ognuno possa apprendere dall’altro, coinvolgendo il non profit anche nella fase della co-progettazione.
In ultimo, urge spostare l’attenzione sui beni di investimento e non di consumo, sui consumi collettivi e non individuali. Ridare voce all’importanza dei beni relazionali. Abbiamo capito che quei beni relazionali, lasciati in disparte e sottovalutati, sono essenziali come e più delle merci. Abbiamo improvvisamente compreso che la gente, gli anziani in particolare, vanno a comprare il pane anche, e forse soprattutto, per consumare la chiacchierata con la gente del quartiere e “scambiare parole” e che non ricevere visite di volontari e amici in carcere è questione di vita o di morte. Le grandi crisi ribaltano le vecchie “piramidi dei bisogni”. (Luigino Bruni)
E in tutto ciò, quelli tra noi che sono educatori professionali, e quegli altri tra noi che sanno di esserlo nella quotidianità, hanno il dovere di essere in prima linea per questa resistenza, rispettando la nostra etica e difendendo il soggetto protagonista della storia. Per preservare il tempo e il futuro.
Non possiamo sapere se questo momento storico renderà l’umanità più o meno attenta al bene comune. Quello che sappiamo è in che direzione vogliamo orientare tutto il nostro impegno.