“Che caldo!”. Quante volte al giorno sentiamo pronunciare questa frase? Ormai è diventata un modo per rompere il ghiaccio, un rifugio comunicativo quando non si sa cosa dire a chi si incrocia per strada. Nonostante io non soffra particolarmente le alte temperature, ultimamente mi sono trovata spesso a pensare: “Eppure fa davvero caldo”. La colonnina di mercurio segna più di 38 gradi, l’ombra è un miraggio, l’asfalto fonde e persino le lucertole sembrano aver bisogno di una protezione solare 50. Alla fine, non è (ancora) uno scenario apocalittico: è estate.

Il nostro lamento costante non è in grado di refrigerarci. Siamo una moltitudine che brontola a ogni cambio di stagione: che sia estate o inverno, restiamo perennemente insoddisfatti. Il famoso detto che ripeteva spesso mio padre, “arriverà l’estate”, oggi sembra trasformato in una fatica esistenziale, una battaglia da cui difendersi e di cui preoccuparsi in anticipo. E così tiriamo fuori le armi migliori: non più i semplici ventagli, ma ventilatori potenziati, pinguini, condizionatori e chi più ne ha più ne metta. Che purtroppo fanno parte del problema e non della soluzione.

[📸 Andrey Strizhkov, unsplash]

Ma un po’ di responsabilità, lamentele a parte, è anche nostra.

Se ci guardiamo intorno, vediamo quasi solo cemento e asfalto. Il verde, i parchi e le aiuole dove sono finiti? Hanno lasciato spazio all’edilizia più rigida, ad appartamenti che sembrano caserme, a panchine di cemento e a strade su strade, convinti che tutto ciò fosse necessario. Siamo i protagonisti di questo cambiamento, capaci di costruire senza accorgerci di cosa stiamo distruggendo, consapevoli che il tempo passa e non si torna indietro. L’asfalto dilaga e il nostro malcontento cresce, senza trasformarsi mai in vera consapevolezza.

È proprio in questo strano paesaggio, quasi fumettistico ma fin troppo reale, che appare la figura del runner. A questa vista, una domanda sorge spontanea: cosa spinge una persona nel pieno delle sue facoltà mentali, magari con un lavoro e dei figli, a rischiare un colpo di calore pur di coprire i suoi 5 o 7 chilometri giornalieri? Penso sia un meccanismo mentale: correre diventa l’ultimo baluardo della giovinezza. Ogni metro percorso e ogni goccia di sudore sul viso sono un tentativo di resistere al tempo che passa.

La corsa è quell’attività in cui, nonostante la crisi climatica, le insicurezze sul futuro e ciò che accade al di là dei nostri confini, permette di dire che è tutto sotto controllo. Per uno strano ingranaggio della mente, ci fa sentire meno colpevoli della nostra stessa noncuranza di fronte al grande caldo. Resta il fatto che una soluzione alla famosa esclamazione “che caldo” ancora non l’ho trovata. Non sempre, d’altronde, abbiamo le risposte a tutto.

Alessandra