Mi piacerebbe iniziare questo intervento sui mostri parlando della pioggia e dell’arcobaleno. Esistono due modi, infatti, per pensare questo strano fenomeno di colori che vediamo in cielo. Da un lato, possiamo dire che l’arcobaleno sorge solo quando la pioggia tramonta: l’arcobaleno è un segno che annuncia la fine di un temporale. Dall’altro che, se l’arcobaleno esiste, è solamente perché della pioggia c’è stata. Nel primo caso, dicendo che il presente (l’arcobaleno) esiste solo perché il passato (la pioggia) è finito, concepiamo il nuovo come qualcosa di radicalmente opposto al vecchio: il primo esiste solo perché è riuscito a sovrastare il secondo, o perché quest’ultimo gli ha lasciato spazio. Nel secondo caso, invece, intendiamo il presente come un figlio del passato, comprensibile solo a partire da quest’ultimo. Il nuovo non è altro che il modo più recente in cui il vecchio decide di apparire.
Mi interessa l’arcobaleno perché è qualcosa che si situa esattamente a metà tra vecchio e nuovo, tra la pioggia e il sereno. Nasce in quel momento in cui un temporale è finito ma la luce del sole ancora non risplende. Nel cielo grigio, denso di gocce d’acqua, l’arcobaleno appare allora come un segnale segreto dell’avvenire, come un fenomeno anormale, una rifrazione difforme della luce, qualcosa di effimero e incomprensibile, carico di bellezza e di mistero, con i piedi che non toccano mai terra.

[📸 Typhaine Braz, Unsplash]
Alla domanda alla quale mi chiedete di rispondere, ossia «Chi sono i mostri?», fornirei questa prima ipotesi di soluzione: i mostri sono arcobaleni. Qualcosa di singolare e incomprensibile che si verifica tra due stati di normalità. E che nasce da una particolare relazione tra due poli opposti, che solitamente non possono manifestarsi insieme, come il sole e la pioggia.
Se leggiamo, ora, questa frase di Gramsci, noteremo come il filosofo sardo dicesse qualcosa di molto simile a riguardo:
La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati
(Quaderni dal carcere, 1930, Q 3, XX)
Frase poi riadattata dall’artista cileno Alfredo Jaar:
Il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.
In altre parole, i mostri, o i fenomeni morbosi, nascono in un interregno, o in un chiaroscuro, in cui una trasformazione è in atto ma non è ancora del tutto avvenuta. Quando scriveva queste righe, nel 1930, Antonio Gramsci, condannato dal regime fascista, era detenuto nel carcere di Turi, dal quale osservava gli esiti della crisi economica del ’29 e l’ascesa del nazifascismo in Europa. Eppure, questa frase sembra adattarsi perfettamente al nostro mondo contemporaneo, a quel senso di vuoto che caratterizza la nostra società, a quel chiaroscuro in cui non sappiamo quali riferimenti utilizzare per immaginare il nostro futuro, a quell’interregno in cui le vecchie categorie sono incapaci di dar conto della realtà, e le nuove si rivelano ancora troppo spesso inadeguate.
Questo è il terreno più fertile per la nascita e la proliferazione di ogni specie di mostri, tanto reali quanto immaginari.
Se pensiamo alla parola mostro vedremo che essa è oggi usata in modo duplice.
Da un lato, definiamo mostruosi personaggi come Trump, Netanyahu o Putin, i loro discorsi e le loro azioni disumane. Lo facciamo perché vogliamo distinguerci nettamente da loro, perché proviamo disgusto quando vediamo i loro eserciti e la loro polizia in azione. Allo stesso modo, la parola mostro è utilizzata, da quegli stessi individui, nei confronti di chi, a loro parere, esula dall’umanità e dai suoi diritti, come i gazawi (definiti «animali umani» dal ministro della difesa israeliano Gallant), le persone migranti (definite, ancora, «animali» dal presidente USA), le persone trans, le persone ai margini sociali, economici o affette da dipendenze da sostanze (come i cosiddetti «zombie» di Nairobi), e così via.
Disumanizzandole, i carnefici vorrebbero impedirci di empatizzare con le vittime. Disumanizzando i carnefici, vorremmo distanziarci dalla normalizzazione delle loro azioni.
Seppur in modo radicalmente diverso negli effetti, la parola mostro (o animale, anormale, ecc.), a ben vedere è impiegata in entrambi i casi con lo stesso intento: segnare un discrimine tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Tra una norma e un’anormalità. Tra ciò che è comprensibile e ciò che non lo è, all’interno del linguaggio che scegliamo di adottare. Una volta tracciata una linea tra umano e disumano, tra simile e diverso, tra ciò che può essere oggetto di empatia e ciò che ci è indifferente, mostruoso sarà tutto ciò che sarà situato dall’altro lato rispetto a quello in cui si trovano i nostri piedi.
In entrambi i casi, il mostro è sempre l’altro, è ciò che noi non siamo. È il fuoricasta, l’intoccabile, l’alieno. Ma anche il re, il dittatore, il minotauro. Mostro è il gerarca nazista e mostro la bambina ebrea, rom o sinti. Assolutamente potente o assolutamente impotente. Sempre nel mezzo tra due normalità, sempre lontano da dove ci troviamo. Mostro è chi non vogliamo essere, qualcosa che vorremmo che non fosse mostrato. Segreto, disgustoso, rimosso o da rimuovere. Nel bene e nel male. O, forse, al di là del bene e del male.

Matteo Camerini nel suo intervento durante l’Arché Live 2025 [📸 Sara Fileti]
Ma perché abbiamo bisogno di mostri?
Anticipandovi ciò che leggerete fra poco, quello che vorrei mostrare è come non esistano mostri in sé, ma solamente strutture (economiche, politiche, materiali) che rendono reali e inalterabili quelle categorie mentali con le quali interpretiamo il mondo (l’io e l’altro, simile e diverso, umano e disumano ecc.). Non sono i labirinti, o le prigioni, ad essere costruite per tenere lontani i mostri (reali). Sono i mostri (immaginari) ad essere costruiti perché esiste un labirinto da riempire. Ogni mostro nasce all’interno di un labirinto e, una volta al suo interno, ormai invisibile al nostro sguardo, diventa una pura immagine, che continuiamo a conservare dentro di noi, per rifiutarla, per costruire, insieme ad essa, l’immagine che abbiamo di noi stessi.
C’è bisogno di un mostro per poter dire chi non siamo e, così, chi siamo. Il mostro è una funzione negativa dell’identità, le facce nascoste del dado che sono necessarie, anche se invisibili, a far apparire l’unica faccia scoperta.
Ma c’è di più. Il bisogno di mostri non è solo una funzione psicologica di controllo razionale sul mondo. Non usiamo il concetto di mostro solo per capire il mondo. È anche il primo metodo di giustificazione dell’ingiustizia e della disuguaglianza legale, materiale, economica, sociale, di genere, culturale e linguistica. Abbiamo bisogno di mostri per poter giustificare che alcuni esseri umani abbiano, alla nascita, al di là di ogni processo storico di individuazione, diritti o privilegi maggiori di altre individualità. E che queste disuguaglianze possano essere riprodotte. Il mostro non è altro che il corrispettivo immaginario del dominio reale.
Il problema, allora, non sarà di capire cosa siano i mostri, come fare a definirli o a riconoscerli, ma comprendere come funzionano le strutture che dei mostri, e della paura di essi, si servono per innescare e riprodurre il dominio, motivare il profitto, giustificare l’ingiustizia.
Per farlo, dato che il tempo e lo spazio qui a disposizione sono di gran lunga insufficienti per un trattato di filosofia o sociologia, vorrei presentarvi due opere letterarie, due approcci differenti alla classica idea che abbiamo di mostro, per cercare di mostrare con un esempio e delle storie il contenuto concreto dell’idea che vorrei esprimere a partire dalla frase di Gramsci.
Entrambe le storie provengono dalla penna dello scrittore argentino Julio Cortázar, probabilmente uno dei più grandi esperti e amanti di mostri del XX secolo, forse di tutti i tempi. Nella sua opera teatrale I re del 1949, rovesciando una narrazione millenaria, Cortázar rimise in movimento il mito classico del labirinto, di Teseo e Minosse, di Arianna e del Minotauro. Se la storia originale vedeva Arianna donare a Teseo il filo per potersi orientare nel labirinto, in cui il Minotauro era rinchiuso, per uccidere il mostro, nella versione di Cortázar, invece, Arianna dona il filo all’eroe greco con la segreta speranza che Teseo lo depositi tra le mani del fratello-amante Minotauro, consentendogli, finalmente, di ritrovare la libertà.
Il Minotauro, mostro per eccellenza nella nostra mitologia, nel racconto di Cortázar diventa il «signore dei giochi», che anziché divorare i tributi ateniesi danza con loro, come «padrone del rito», di una comunità libera, seppur tra le mura del labirinto-prigione di Dedalo.
Per Cortázar il Minotauro non è altro che una creazione di Minosse e di Teseo (i Re), atta a giustificare una vera e propria macchina di paura e sottomissione, tanto verso il popolo di Creta, quanto verso quello ateniese.
È il labirinto, luogo dell’ignoto e del segreto per eccellenza, e la conoscenza delle sue leggi, ciò che consente ai due potenti di utilizzare l’ignoranza del popolo per dominarlo. Da questa prospettiva, è poco importante individuare chi sia, cosa sia e quale colpa abbia il mostro, perché il quest’ultimo è solo un’idea prodotta dal labirinto stesso, ossia dalla struttura in cui nasce e si riproduce la paura.
Provate, per un momento, prima di leggere la frase successiva, a immaginarvi all’interno di un labirinto. Chiudete gli occhi e sforzatevi di vedervi camminare all’interno delle sue pieghe sinuose.
Sono abbastanza certo che, nella vostra immaginazione, eravate soli o sole. Perché ciò che fa paura del labirinto non è il mostro al suo interno, ma il modo in cui si entra in relazione con esso. In modo solitario. Il potente Minosse, allora, non sarà tanto il padrone del mostro – poiché egli potrebbe esistere o non esistere, o essere, come nella versione di Cortázar, un mostro buono. Ciò attraverso cui si esercita il potere di Minosse è la padronanza del labirinto e delle sue leggi. Come scrive Jacques Attali, nel suo saggio Trattato del labirinto:
I padroni dei labirinti costituiranno una sovraclasse. I loro privilegi non saranno legati alla proprietà dei mezzi di produzione né alla loro trasmissione, non saranno né imprenditori che creano lavoro e ricchezze collettive, né capitalisti sfruttatori della classe operaia. Non avranno né fabbriche, né terre, né incarichi amministrativi. Saranno ricchi di un attivo portatile: la conoscenza delle leggi del labirinto
(Jacques Attali, Trattato del labirinto, pp. 92-93)
Perché l’obiettivo delle strutture è proprio quello di dividere e isolare. Per questo motivo, l’empatia ha da sempre un carattere rivoluzionario. L’empatia delle moltitudini, organizzate orizzontalmente, composte da corpi e volti che si riconoscono gli uni con gli altri. Non si ha paura dell’altro quando riconosciamo che l’altro siamo sempre noi, non si ha paura quando non siamo soli. E senza paura, non esistono mostri.
Il filo di Arianna, allora, che nel mondo contemporaneo assocerei senza dubbio al lavoro quotidiano di Arché e del terzo settore, così come dei lavori di cura in generale, non è altro un filo che ricongiunge, che associa la principessa di Creta con il suo amato fratello prigioniero, che porta il suo amore incondizionato all’interno dell’ignoto carcere. Contro ogni logica dei re.
La seconda storia di Cortázar di cui vorrei parlarvi ci porta nel 1975.
A seguito delle esperienze dei Tribunali Russell I e II (ovvero dei tribunali d’opinione indipendenti, non giurisdizionali, nati durante la guerra in Vietnam per indagare e condannare l’operato dei governi contro i popoli, e le violazioni dei diritti umani in Vietnam come in America Latina, in Palestina come in Congo o nei confronti dei popoli amerindi), il senatore italiano socialista Lelio Basso ebbe l’idea di creare a Bologna, a partire da quei tribunali, il Tribunale Permanente dei Popoli, esistente ancora oggi.
Cortázar, che fu tra i membri fondatori del Tribunale, in quell’occasione scrisse un manifesto, prendendo posizione nei confronti del colpo di Stato di Pinochet in Cile del 1973. Ma lo scrittore argentino si rese presto conto che quel manifesto non era sufficiente. Il suo popolo, che conosceva bene, dal basso, non sapeva neppure di aver appena giudicato i potenti. Le sentenze del Tribunale rischiavano di restare lettera morta, giuridica, lontana dai pensieri e dalle parole della gente. Perciò, nel 1975, Cortázar pubblicò un romanzo sperimentale e satirico che si ibridava con pagine di fumetti, in modo da poter vendere la pubblicazione nelle edicole e raggiungere il popolo con un medium che parlasse una lingua distante dai palazzi del potere. Il libro si intitolava Fantomas contro i vampiri multinazionali.
Era un’assurda storia su come egli stesso, insieme all’antieroe fumettistico Fantomas, Susan Sontag, Alberto Moravia e Octavio Paz, cercasse di lottare contro una setta fascista che tentava di distruggere tutti i libri del mondo. Ma l’intreccio della vicenda portava presto i personaggi della storia a comprendere che le azioni genocidiarie dei governi latinoamericani fossero frutto di interessi economici multinazionali, e i fascisti dei semplici esecutori materiali. Una visione simile a quella del Pasolini che, negli stessi anni, scriveva «Io so. Ma non ho le prove». Ma l’albo a fumetti conteneva anche, in appendice, le pagine originali della sentenza del Tribunale Russell II e il messaggio finale era molto chiaro: ora tocca al popolo ribellarsi non solo contro i governi, ma contro le strutture del dominio, contro i labirinti dentro i quali i vampiri – mostri, ancora una volta – multinazionali si nutrono del sangue vivo dell’ingiustizia quotidiana. Si diventa vampiri, ossia mostri, riproducendo l’azione di altri vampiri.

Il titolo dell’Arché Live 2025 sulle magliette degli operatori e delle operatrici di Arché [📸 Sara Fileti]
Ecco che, allora, in questa crisi in cui ci troviamo, in cui il vecchio mondo sta morendo e il nuovo fatica a nascere, il bisogno di trovare nuovi mostri per giustificare la divisione, l’ingiustizia e il dominio si fa sempre più crescente. La paura, e i mezzi per trasmetterla, non potrà che crescere, all’interno del labirinto nel quale ci troviamo. È in questo labirinto che ci isola che nasce il mostro della disuguaglianza legittimata.
Papa Francesco nel 2014 parlava ai movimenti popolari e diceva che dobbiamo riconoscerci in un destino comune. Aggiungerei, per concludere, che in un destino comune non esistono mostri, e che potremo usciremo dal labirinto solo diventando moltitudine. Ancora meglio, che pensandoci come moltitudine, anche restando all’interno di un labirinto, ogni volta che un re vorrà farci vedere un minotauro sapremo trovare al suo posto un signore dei giochi, in cui riconoscere un fratello, con cui poter danzare.
Matteo Camerini
Gli articoli dell’ ArchéBaleno 73
🌍 Affrettiamo la venuta del mondo nuovo – Paolo Dell’Oca
💲 Il prezzo del capitalismo – Paolo Dell’Oca
🧪 Gli antidoti alla mostruosità pervasiva che ci circonda – p. Giuseppe Bettoni
🦉 Il sogno della ragione genera mostri – Giuseppe Mazza
🌗 In questo chiaroscuro – Caterina Pozzi
👨🏻🏫 «Educare è un fatto sociale»: dialogo con il prof. Sergio Tramma – Simone Zambelli
🏡 Rinascere nelle relazioni: conversazione con p. Giuseppe Bettoni – Simone Zambelli