Raramente si è parlato tanto di carcere quanto nell’anno 2020. Da marzo le porte delle carceri, anche in seguito alle rivolte scoppiate in vari penitenziari con la morte di 13 detenuti in tutta Italia, sono state chiuse anche ai volontari e ora si discute se le persone nelle carceri debbano essere tra le prime a ricevere il vaccino. Proprio il destino del volontariato di Arché nel carcere di Bollate, le possibili novità nella detenzione di mamme con minori e lo stato dei diritti dei detenuti alla luce delle rivolte negli istituti penitenziari sono al centro del colloquio con Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, gradito ospite dell’Arché Live 2019.

Partiamo con la domanda che ci riguarda più da vicino. Da quasi un anno, dalle prime misure di contenimento del Covid-19, il volontariato in carcere è stato limitato se non addirittura sospeso. È il caso del servizio di Arché attivo presso la Sezione Nido del Carcere di Bollate. Ha qualche aggiornamento? Ripartirà il volontariato in carcere e in quali modalità?

Da quando si è manifestata la pandemia, per i volontari c’è stata una situazione di alternanza: alcuni, quelli essenziali, sono continuati mentre altri sono stati ridotti, se non sospesi. Il volontariato è fondamentale perché non è ipotizzabile un carcere dalla dimensione umana, che rispetti la dignità delle persona se i detenuti stanno sempre in cella. Il rapporto carcere volontariato, carcere-territorio è fondamentale: bisogna adoperarsi a tornare come prima, o anzi bisogna fare in modo che si riapra con regie nuove e diverse.  Per quanto riguarda Bollate, oggi, nella sezione nido, ci sono al massimo due bambini con la mamma. L’attività di volontariato di Arché rientra tra quelle non prioritarie che hanno dovuto rallentare durante quest’anno, visto anche che i bambini attualmente presenti nella sezione nido sono solo due, di cui uno non ha neppure un mese. È chiaro che non siano autorizzati questo tipo di ingressi, in un periodo di generale difficoltà e rallentamento degli stessi per evitare che ci siano incontri e scambi di persone in carcere, laddove si è ridotta anche l’utenza che ne potrebbe beneficiare. Da parte mia, in ogni caso, ribadisco la massima attenzione al volontariato perché

un carcere che non è aperto all’”esterno” positivo è un luogo che non valorizza la possibilità di progredire delle persone detenute e fa regredire, anzi, l’attività degli stessi operatori penitenziali. 

Facendo riferimento, invece, ai bambini in carcere, attualmente 34 in tutta Italia insieme alle 31 madri detenute (Il Riformista, 24/12/20), qualcosa si è mosso in Parlamento (è stato approvato un finanziamento di 1.5 milioni alle “case famiglia protette destinate a ospitare le donne in esecuzione di provvedimenti penali con figli piccoli e piccolissimi”). Può farci un aggiornamento e un quadro della situazione delle mamme detenute con minori in carcere e dei loro diritti?

Come principio generale, l’art 1 della legge 62/2011 prevede che le misure cautelari non si debbano attuare con le mamme con bambini, ma ci sono una serie di eccezioni che rientrano nella categoria dei reati ostativi. Laddove è proprio necessario che le mamme debbano restare in carcere, sono state create delle sezioni nido all’interno di un istituto penitenziale, almeno uno a regione: in Lombardia, si trova a Bollate, appunto. La normativa prevede anche l’istituzione degli ICAM (Istituto a Custodia Attenuata per Detenute Madri). Nell’ultima finanziaria, inoltre, è stato previsto un importante stanziamento a favore delle case famiglia o case-protette che danno la possibilità o di ampliare quelli esistenti o di realizzarne delle nuove. Proprio su questo aspetto stiamo lavorando con il professor Premoli, Garante per l’Infanzia del Comune di Milano.

Purtroppo però, è già successo che, anche laddove ci siano stati degli stanziamenti, non siano stati utilizzati per un approccio restrittivo, adottato dalla magistratura o dalle autorità penitenziarie.

I presupposti per guardare al futuro con speranza, però, con l’ultima norma approvata in Parlamento, sono stati posti.

Infine, non si può che chiudere l’intervista, facendo riferimento a quanto accaduto nelle carceri a inizio marzo recentemente al centro di una puntata su Report. Com’è andata a Milano? Anche in quei frangenti così convulsi sono stati rispettati i diritti umani dei detenuti?

Fortunatamente nelle due situazioni di Milano, dove si sono verificate delle rivolte, Opera e San Vittore, non sono stati registrati nè morti né feriti gravi. Anche se è paradossale che a Opera i feriti sono stati registrati solo tra le guardie penitenziarie e non tra i detenuti con cui si sono scontrati. Però su questi episodi sta indagando la magistratura.

Escludo, in ogni caso, che ci fosse dietro una regia criminale: abbiamo visto solo persone spaventate, spaventate davvero, per il loro destino e, soprattutto, per quello dei loro famigliari e dei loro cari di cui non sapevano più nulla per l’interruzione di colloqui e comunicazioni.

Personalmente sono molto dispiaciuto per quello che è successo e ne sono anche addolorato. Gli esiti delle due situazioni sono stati diversi: a San Vittore, al termine, il direttore racconta di aver attraversato i corridoi del carcere e di aver chiuso personalmente tutte le celle, anche quelle dei rivoltosi. Diverso è stato l’esito degli scontri a Opera. A partire dal numero dei rinviati a giudizio che non coincide con quello dei detenuti puniti in via disciplinare per quei fatti. A ciò si aggiungono anche le tante lagnanze di detenuti e famigliari sulle misure restrittive (spesa, permessi ecc.) inflitte indiscriminatamente, non solo agli autori delle rivolte ma a tutti coloro che stavano in un certo reparto o in una certa zona. Sempre a San Vittore, grazie al direttore, ho risposto alle richieste di informazioni dei famigliari sullo stato di salute dei propri cari. Lo stesso, però, ammetto, non è successo per quanto riguarda Opera.