Siamo un po’ tutte tristi, siamo più isolate del solito”.

Sono lamentele che sentiamo un po’ dappertutto in questi giorni di diffusione del Coronavirus. Ma diventano ancora più autentiche e drammatiche se a pronunciarle sono persone che vedono il mondo da dietro le sbarre, come le mamme detenute presso il carcere di Bollate. Proprio una di loro ha indirizzato una breve lettera alle volontarie del progetto che Fondazione Arché ha attivato dal giugno 2018 presso la sezione nido del centro di detenzione alle porte di Milano.

E che in questi giorni è stato messo in stand by in via precauzionale, come in altri istituti di pena, provocando anche danni alle cooperative sociali che vi lavorano, dalle autorità carcerarie di Bollate. “Nessuno può entrare, nessuno può uscire”, è la triste constatazione della detenuta che non nasconde i timori, banalmente umani e intrinsecamente materni, per le eventuali conseguenze sui suoi piccoli: “siamo un po’ preoccupate per i nostri figli. Speriamo che prima possibile passa questo virus”.

Timori che non annullano ma lasciano spazio, anche da dietro alle sbarre, alle speranze per il futuro. Sia a quel futuro che si aprirà quando la parentesi del carcere sarà finita, ma anche quello che fuori da un’emergenza che condiziona le vite di tutti. A quel punto le volontarie potranno rientrare e, come si augura la mamma detenuta, “ci piacerebbe fare le poesie”.

“Mi sono commossa”, dice Sara, volontaria di Arché e anima del laboratorio Spazi diVersi all’interno del carcere, “perchè dimostra che la poesia è un linguaggio universale e che non esistono distanze invincibili”.

Al bello e alla poesia non si possono mettere sbarre.