Francesco Maisto è garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano. In occasione della giornata di sabato dell’Arché Live 2019, ci ha parlato di dignità, rispetto e diritti, in virtù del crescente sentimento di odio verso il diverso e della proliferazione di movimenti estremisti e/o populisti.

“La relazione malata”

Ho visto poco fa le immagini dolorose dei migranti che ci ha proposto Pietro Bartolo ed ho ascoltato con grande emozione le sue parole. A tratti, ho finto di strofinarmi gli occhi per non vedere, come peraltro ho visto fare ad alcuni dei presenti. Queste immagini non tradiscono la realtà, come nel famoso dipinto della “Pipa”di René Magritte: quello che si vede nel quadro non è una pipa, bensì l’immagine della pipa stessa.

Ecco, non vorrei che qualcuno si sia confuso, non cogliendo la differenza tra tangibilità e consistenza, tra mondo della realtà e mondo dei segni.

Forse “l’essenziale è invisibile agli occhi”, per citare Il piccolo principe. Al momento dell’addio la volpe lo svela: “Addio. Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. È il nostro cuore, molto più dei nostri occhi, lo strumento che ci è utile per osservare e per comprendere la realtà, gli altri e tutto il mondo che ci circonda.

È vero che “l’essenziale è invisibile agli occhi” però, ugualmente, c’è e quindi bisogna fare ogni sforzo possibile per coglierlo ed apprezzarlo: un “essenziale” che si intuisce, anche se non si definisce, non si può spiegare e descrivere in tutta la sua abbagliante bellezza. L’essenziale che forse gli occhi non vedono è la dignità, ma il contrario si vede: è la persona ridotta a cosa, umiliata, trattata in modo inumano e degradante.

La dignità, però, è anche “L’assoluto costituzionale”, la bilancia.

Si costituisce così un rapporto tra la dignità e i diritti fondamentali, un rapporto che appare essere assai complesso, di mutua alimentazione. L’una, infatti, illumina il percorso che porta al riconoscimento dell’altra e ne orienta la garanzia.

Si può anche dire che primo fra i diritti è Il diritto ad avere dei diritti.

Nella dignità si rispecchia e traduce la humanitas del soggetto, la quale c’è solo se esiste la dignità. Ogni essere umano è diverso dagli altri; tutti però sono eguali, appunto, in dignità. Paradossalmente è un diritto anche di coloro che verranno. La “colla” che tiene unita la generazione presente a quella che non c’è più o non c’è ancora è proprio la dignità.

La nostra Costituzione è la Costituzione della dignità della persona

Infatti, l’articolo 3 della nostra Costituzione dice:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’articolo 36 dice:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé a alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”

L’articolo 13 dice:

“La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. É punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.”

L’articolo 32 dice:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Eppure, molti dei fenomeni disumani che vediamo non sono fenomeni settoriali, perché l’aggressione alla pari dignità delle persone e l’intolleranza per i diversi formano il tratto distintivo di tutti i regimi autoritari. Dai fascismi razzisti, agli integralismi, fino ai fondamentalismi religiosi, sono tutti accomunati da un’antropologia della disuguaglianza, immancabilmente finalizzata alla discriminazione o all’oppressione dei più deboli o dei dissenzienti.

Oggi, nelle nostre democrazie avanzate, si manifesta l’intolleranza, il disprezzo e la paura per quei diversi per antonomasia, che sono i migranti, raffigurati dalla propaganda populista come alieni, pericolosi e virtualmente nemici. Poi, quando davanti alle tragedie umane ci chiediamo chi sia stato, la risposta non può che essere: “Uno, nessuno, centomila”, come nel titolo della commedia di Luigi Pirandello.

Il titolo del romanzo è una chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo: quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi sé stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo.

E non ci sono leggi contrarie che tengano.

Oggi è di nuovo il veleno razzista dell’esclusione del diverso che si sta diffondendo (non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, nell’Unione Europea e negli Stati Uniti) come base del consenso nei confronti degli odierni populismi e delle loro politiche di esclusione. Quegli stessi populismi che si caratterizzano come “populismo penale”,che si riallaccia al c.d. “diritto penale del nemico”, letteralmente come ha insegnato Papa Francesco, il 23 ottobre 2017, nell’udienza all’Associazione Internazionale di Diritto Penale.

Eppure, tutta la tradizione classica ha sempre considerato lo ius migrandi come un diritto fondamentale.

I diritti fondamentali, come l’esperienza insegna, non cadono mai dall’alto, ma si affermano solo quando la pressione alle porte, da parte di chi ne è escluso, diventa irresistibile. È per questo dobbiamo pensare al popolo dei migranti come al popolo costituente di un nuovo ordine mondiale.

Nel film Vincitori e vinti la contestazione del giudice americano (Spencer Tracy) al giudice e grande giurista tedesco (Burt Lancaster) si conclude proprio con quest’ultimo riconoscere che non avrebbe dovuto applicare leggi ingiuste.

La vicenda è paradossale perché il giudice americano avrebbe dovuto guardare a quello che succedeva nel proprio sistema giudiziario: l’apartheid ed il razzismo. Allora erano ancora operanti anche con modalità tragiche, come gli oltre ottomila linciaggi di neri fra il 1880 e il 1990 negli Stati Uniti mediante processi ed esecuzioni sommarie.

La situazione era paradossale, ma chiara: il giudice vinto riconosceva la violazione deontologica, il giudice vincitore non si poneva il problema.

Oggi facilmente cediamo alla tentazione di prendere le distanze da quei tempi, da quelle legislazioni e considerare un parallelo con i nostri giorni. Però si possono fare due obiezioni. Innanzitutto, una questione che tocca i principi di umanità, come successo ai due giudici, non può essere assolutamente trasformata in una questione di quantità della discriminazione, correndo così il rischio dell’ottundimento etico.

In secondo luogo, bisogna ricostruire le motivazioni reali delle leggi ingiuste, così da disvelarne le ingiustizie. Il che può essere fatto evidenziando tutte le alterazioni dei fatti che trasformano lo straniero in un soggetto pericoloso ed ostile, proiettando sull’altro le nostre ostilità verso di lui. Questi meccanismi hanno avuto piena applicazione in tutte le politiche di apartheid e di razzismo. Aggiungerei, alla stregua della tentazione alla conformazione verso una legge ingiusta, perché così si favorisce la quiete sociale, mentre la contestazione provoca divisioni e tensioni.

Forse non siamo ancora arrivati al punto in cui la legislazione ingiusta cerca la costruzione di nuovi principi generali di convivenza della nostra comunità, svuotando le norme costituzionale del loro contenuto e dei loro principi, creando quella che non è temerario chiamare una società cattiva. Allo stato, però, quelle norme e quei principi della nostra Costituzione restano del tutto integri e giudicano le leggi che li ignorano.

Sicuramente influisce il contesto populista internazionale, compatibile, a livello nazionale con tre nevrosi da insicurezza:

1. Le relazioni fra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura;

2. Viviamo in un’epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza;

3. Avvertiamo la perdita di futuro come bene collettivo.

Conseguenza naturale della diffidenza e della chiusura è la perdita di futuro come bene collettivo. Si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti dell’ideologia, sono state distrutte e sono andati perduti anche gli ideali che contenevano, sostituiti da mere forze fini a sé stesse come pura tecnica.

La perdita di futuro ha tre risvolti: morale, politico, costituzionale.

In termini morali, contiene un’autorizzazione in bianco alla consumazione, nell’immediato, di tutte le possibilità, senza accantonamenti per l’avvenire.

In termini politici, comporta una concezione dell’azione pubblica come sequenza di misure emergenziali.

In termini costituzionali, distrugge ciò che propriamente è politica e la sostituisce con una gestione d’affari a rendita immediata.

Un terreno su cui troviamo, per esempio, indifferenza per l’universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per il rispetto delle procedure e dei tempi delle decisioni, per i controlli, per la dialettica parlamentare, per la legalità, per l’indipendenza della funzione giudiziaria.

Sul piano della riflessione sociologica si sono anche usate sintesi come quella del passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale o quella del governare attraverso la criminalità.

Il Decreto sicurezza, o Decreto Salvini, estremizza queste posizioni e rappresenta un punto di rottura della già fragile legislazione previgente.

La nuova disciplina dell’immigrazione e della cittadinanza presenta aspetti allarmanti di incostituzionalità:

• L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è mirata ridurne drasticamente il volume, creando una serie di drammi personali ed un’esplosione del contenzioso giudiziario.

• Poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, non sarà possibile procedere al rimpatrio, l’unico effetto reale sarà l’allargamento dell’area della clandestinità, che produrrà l’incremento di una popolazione di persone senza diritti, impossibilitate a lavorare e costrette al lavoro schiavile, facile preda della criminalità.

• Tale situazione inciderà sulla sicurezza degli italiani e renderà più spietato il mercato del lavoro e la competizione fra i lavoratori italiani poveri e la mano d’opera degli stranieri senza diritti.

• Il raddoppio (sei mesi anziché tre) della durata massima del trattenimento nei Centri Permanenza Rimpatri appare irragionevole perché si risolve in una pena senza delitto. Tale misura comporterà il raddoppio degli stranieri in detenzione amministrativa, con un incremento esponenziale dei costi che gravano sui contribuenti. Insomma, si realizzano, per la prima volta nel nostro Ordinamento, le prigioni del ministro di polizia.

• Ugualmente incostituzionale appare la norma che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado, perché palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio di inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.).

• Il sostanziale smantellamento del sistema di protezione su base comunale dei rifugiati e richiedenti asilo (S.P.R.A.R.) bloccherà possibilità di inclusione degli immigrati nel tessuto sociale, rendendo più problematica la convivenza.

• Il Decreto Salvini associa, non a caso, norme sulla sicurezza a norme sugli extracomunitari e così, ad esempio, prevede le cosiddette armi ad impulsi elettrici, creando una situazione pericolosa per la pubblica incolumità, trattandosi di dispositivi potenzialmente letali.

• Infine, viene ampliata l’area dell’intervento penale con riferimento alle condotte di blocco stradale e ferroviario, di occupazione di edifici, di accattonaggio molesto. Ovvero, come introdurre il delitto di povertà.

Ma non basta: leggi razziste e burocrazia razzista.

Esemplare è il caso della mensa scolastica del Comune di Lodi. Una storia che mette in luce la straordinaria capacità della burocrazia di funzionare da strumento di esclusione.

Il Regolamento comunale che, facendo leva sulla necessità di una certificazione della situazione patrimoniale dei migranti, al limite dell’inesigibile per la situazione politica ed amministrativa dei Paesi di provenienza, di fatto discrimina i bambini extracomunitari precludendo loro l’accesso alla mensa violando i diritti di una parte della popolazione abitante in quel territorio, in ragione della nazionalità, dell’etnologia della stessa e in contrasto con norme statali sovraordinate.

Ma anche altri Comuni (ad esempio Cascina) hanno imposto la clausola discriminatoria per l’accesso alle tariffe agevolate dei servizi scolastici educativi, in violazione del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, il quale prevede al comma 2 dell’art. 3, che: “I cittadini di Stati non appartenenti all’Unione regolarmente soggiornanti in Italia, possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47 limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani, fatte salve le speciali disposizioni contenute nelle leggi e nei regolamenti concernenti la disciplina dell’immigrazione e la condizione dello straniero”.

In “Porte Aperte”, uno degli ultimi racconti di Leonardo Sciascia, il protagonista (giudice della Corte d’Assise di Palermo), davanti alla quale si sta svolgendo il processo a carico dell’imputato di un triplice omicidio e suscettibile di essere condannato a morte per l’evidenza delle prove a suo carico, non accetta la pena di morte prevista, in quel caso specifico, dal vigente codice Rocco. Sviluppa quindi, d’udienza in udienza, la sua linea di resistenza, persuadendo il presidente del Collegio ed i giudici popolari fino al giudizio di responsabilità, ma non con l’esito della condanna a morte. Nel racconto di Sciascia l’interlocutore del giudice è il Procuratore del Re, il quale cerca di persuaderlo, nel corso dei colloqui intrattenuti, che la pena di morte è nella legge e che questa va rispettata. Il giudice, pur riconoscendo l’esistenza di una generale aspettativa della condanna a morte, mantiene ferma la sua contrarietà alla pena capitale. Il Procuratore l’incalza, rappresentandogli gli effetti di una giustizia severa: “…dobbiamo riconoscere che le condizioni della sicurezza pubblica, da quindici anni a questa parte, sono notevolmente migliorate. Anche in Sicilia, malgrado tutto.”. E aggiunge: “Qui, sa, corre l’opinione che da quando c’è il fascismo si dorme con le porte aperte…”. A questa frase, che dà il titolo al racconto, il giudice risponde: “Io chiudo sempre la mia.”. Dopo la sentenza di condanna, con cui effettivamente non viene inflitta la pena di morte, il Procuratore, in un ulteriore colloquio col giudice, afferma: “Di fronte alla gravità della pena non si è tenuto conto della gravità del reato: e dunque si è violata la legge e non si è fatta giustizia”. Osserva, poi, come sia convinzione di tutti che la giuria si sia arresa all’opinione del giudice. Questi, di rimando, replica: “Ma non si è arresa per nulla: aveva già quella che lei chiama opinione ed io chiamo principio. Ed è un principio, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerlo”.

E dunque: a prescindere dalle leggi divine (di cui oggi si parla tanto, spesso a sproposito, e che non devono interessare uno Stato laico), ci sono principi di fondo che si riconducono al comune senso di umanità e che decidono la giustizia o l’ingiustizia delle leggi.

La resistenza all’ingiustizia della pena di morte, opposta dal giudice di Sciascia, consiste nel fare di tutto per non applicarla, risvegliando, in quanti sono chiamati ad applicare la legge insieme a lui, la coscienza comune di quell’ingiustizia.

Le stesse conclusioni si impongono ogni qualvolta sia in discussione l’applicazione di leggi che, come sopra evidenziato, sono indifferenti al senso di umanità ed anzi, animate da sentimenti ad esso contrari.

Occorre sottolineare, in merito, che l’interpretazione delle leggi secondo i principi costituzionali non è dovuta solo dai giudici, ma grava, come imperativo categorico, su qualunque cittadino.

È questo, del resto, il pensiero di Durkheimsecondo cui è proprio il grido “non è giusto!” a produrre il mutamento.

Abbiamo imparato a distinguere tra ciò che è legale e ciò che è (ritenuto) giusto. Sappiamo, insomma, che legalità e giustizia non sono la stessa cosa.

E comunque, i diritti servono se si lotta per essi, altrimenti deperiscono e muoiono, anche nel senso comune.

Come è stato espresso magistralmente da Hannah Arendt, “il male è come un fungo che ammanta in superficie la società; il pensiero, invece, è qualcosa che penetra in profondità le sue radici”.

Immagini| @Jonathan Bean, @lucia, @Drew Beamer, @Markus Spiske