La didattica è una cosa, la scuola è anche molto altro. E poi c’è la didattica a distanza (DAD). Non lo dicono gli esperti, anche, ma soprattutto chi l’ha vissuta e la vive ogni giorno.

A noi l’hanno confidato Alessandro (per gli amici Ale) e Paola, delle comunità di Arché, che stanno frequentando la terza media nelle scuole di Milano. Quello che hanno sentito alla tv e hanno letto sui loro smartphone un po’ li spaventa. “Preferisco far lezione in presenza perché i professori e i compagni li vedi dal vivo, e non semplicemente dietro uno schermo”, dice Alessandro che ammette di aver provato tanta gioia a ritornare sui banchi a settembre: “Ero un po’ ansioso dopo i mesi delle vacanze e della DAD , ma è stato davvero tanto bello. Poter tornare in aula e stare con gli altri, parlarsi e confrontarsi”.

A costo anche di rinunciare a qualche abitudine degli anni precedenti: “Tra me e i miei compagni e compagne, da settembre, ho notato una grande attenzione sul rispetto delle norme contro il coronavirus. Dobbiamo indossare la mascherina e non possiamo toccarci né scambiarci la merenda né prestarci le felpe. E in cortile non si può stare in più di tre per volta”. Situazione un po’ diversa da quella dei mezzi di trasporto che portano gli studenti a scuola: “Io vado a piedi ma non tutti hanno questa fortuna. Da quel che vedo e sento dai compagni, autobus e tram sono quasi sempre pieni”.

Anche Paola a scuola ci va a piedi, a costo anche di farsi una mezz’oretta di strada. E questo è solo uno dei motivi che rendono il suo giudizio su DAD e lezioni dal vivo un po’ più sfumato. “Seguire da casa è più comodo e sicuro. E poi mi sveglio più tardi”, ammette, spiegando che “non sempre le regole per mascherine e distanziamento sono seguite con attenzione dai miei coetanei a scuola”.

È indubbio però che l’efficacia e l’utilità della didattica a distanza dipendano da tutta una serie di fattori: dall’atteggiamento dei ragazzi, “chi vuole imparare, lo fa in ogni caso” dice Paola, ma anche dalla bravura dei docenti, “bisogna saper tenere alto il livello di attenzione”. E incide, soprattutto, l’ambiente nel quale i ragazzi vivono: “A differenza di altri miei compagni, non ho mai avuto difficoltà: la connessione è buona qui nella sala della comunità. A volte, però, è capitato che nello schermo venissero inquadrate altre persone, e un po’ questo mi ha disturbato”.

Il timore che abbiamo è quanta crescita educativa, in termini di relazione tra pari, di confronto con adulti che non siano i genitori, di vita scolastica in generale e di apprendimento, si possa perdere nei prossimi mesi. E quanto sarà sfavorito chi si trova in situazioni sociali già più complicate. Lavoreremo per evitarlo, ma c’è bisogno di tutti!