
“Cattura di Cristo” – Michelangelo Merisi da Caravaggio
Permettete una premessa ‘tecnica’, importante per mettere in evidenza una nota antropologica che ha ispirato la nostra Costituzione. Fin dagli inizi l’annuncio del Vangelo conosce un’attenzione e una cura per i prigionieri, per i detenuti, per coloro che subiscono una restrizione della libertà per svariati motivi, non solo religiosi.
Gesù stesso nell’esordio del suo ministero nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18s) quando apre il rotolo di Isaia legge il passo che dice:
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato… a proclamare ai prigionieri la liberazione…
La morte in croce di Gesù avviene non in compagnia di due discepoli, bensì di due condannati, di due malfattori… lui, il giusto ingiustamente crocifisso, trova l’epilogo della sua vita tra due detenuti che subiscono la stessa sorte.
Talmente importante questa attenzione e questa cura per i detenuti che Gesù nell’annunciare ciò che conta alla fine della vita, ciò che possiamo portare davanti all’Eterno, non menziona il numero di processioni che abbiamo fatto, né il numero di messe cui abbiamo partecipato, ma l’averlo riconosciuto nelle condizioni in cui in genere non pare di vedere Dio, nello specifico: ero in carcere e siete venuti a trovarmi (Mt 25,36).
Gesù, identificandosi con un detenuto (notate bene: uno qualsiasi), non sta a restringere il suo coinvolgimento come dettato da motivi di fede o di valori ideali… ma uno qualsiasi, ci sta dicendo che la persona non si riduce mai al suo peccato, non si riduce nemmeno al suo reato.
Cosa che appare teoricamente scontata, ma non è così. In realtà è nel modo di dire comune definire le persone in base al reato commesso: sei un ladro, uno spacciatore, un assassino… come a rinchiuderle dentro un perimetro che il Codice Penale ha il compito di sanzionare in maniera proporzionata, ma la persona umana è più grande del suo reato.
Questo avevano in mente i padri e le madri costituenti, istituendo un ministero che fosse di grazia e di giustizia. Notate bene di grazia e di giustizia, poi la grazia l’abbiamo persa per strada, ma i Costituenti avevano chiaro in mente quel valore annunciato da Gesù che si intende per Grazia e lo hanno introdotto fin dentro la nostra Costituzione, perché una persona deve essere messa nelle condizioni di potersi ravvedere, ricostruire, rinascere e pensarsi in un futuro diverso, come recita sapientemente l’art.27.
L’antropologia cristiana si muove su queste due direzioni: la dignità della persona che non può mai essere annientata né tantomeno cancellata, e il suo reinserimento sociale che va incentivato e potenziato in tutte quelle forme che contribuiscono al raggiungimento della pienezza di umanità.
È appunto in questa prospettiva che leggo la sentenza n.10 del 2024 della Corte Costituzionale, perché senza affettività, e quindi senza sessualità, è lesa la dignità delle persone detenute, si incorre in trattamenti contrari al senso di umanità, come dice l’art.27 e si va incontro al rischio di non rispettare la finalità educativa della pena, perché appunto le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non mi è mai capitato in questi anni di avvertire in un detenuto o in una detenuta che arriva in carcere la coscienza e la consapevolezza di entrare nel luogo della sua redenzione, nel palazzo costruito per il suo recupero.
Il carcere appare piuttosto come il luogo pensato per punirli, per privarli della loro libertà e, forse qualcuno potrebbe dire, anche per annientare la loro personalità.
Ne vedo gli effetti quando accolgo un detenuto o una detenuta in affidamento: la fatica principale è quella di permettere alla persona di riconoscersi come tale nello spirito di iniziativa sul lavoro, nella fiducia nelle relazioni interpersonali, nel ricominciare legami affettivi… D’altronde una persona che per anni è stata abituata a scrivere una ‘domandina’ per ogni cosa, a fare il lavoro della ‘scopina’… Insomma, anni di infantilizzazione e di deresponsabilizzazione non vanno certamente nella direzione indicata dalla Costituzione.
L’allestimento di aree dedicate nelle carceri in cui i detenuti possano esercitare, nel rispetto della riservatezza, il loro diritto all’affettività e alla sessualità è una realtà acclarata in altri Stati europei come Norvegia, Danimarca, Germania, Olanda, Belgio, Francia, Spagna, Croazia e Albania. Quali sono gli impedimenti nel nostro Paese? Forse si sconta un pregiudizio culturale per cui l’affettività sessuale non rientra nei diritti di un detenuto, per cui non si considera la vita sessuale del detenuto come un elemento importante per il suo trattamento rieducativo e la sua risocializzazione.
Purtroppo, infuriano un populismo giudiziario e una demagogia securitaria per cui i detenuti devono essere afflitti, mentre non si tiene conto che nei Paesi dove il diritto alla vita intima viene riconosciuto diminuiscono le recidive una volta liberi e all’interno delle prigioni si respira un clima di maggiore disciplina e tranquillità.
Solo un carcere capace di ragionare in vista del dopo, un carcere che sa guardare oltre sé stesso, può preparare il ritorno nella società di una persona reclusa. Un ritorno che si costruisce anche attraverso la tutela degli affetti e della sfera intima.
Se il fine della pena è reintegrare la persona nella società, tutelare le relazioni affettive è estremamente importante e necessario. Il diritto alla sessualità si inserisce nel più ampio tema del diritto all’affettività.
Sarà importante capire la messa in atto delle condizioni perché questo accada… Dopo la sentenza della Cassazione si è mosso qualcosa?
Penso alle relazioni di coppia, di persone che si amano, etero e omosessuali. Una detenuta, con strumenti culturali indubbiamente al di sopra della media, mi raccontava:
Dopo un anno trascorso in carcere io e il mio compagno abbiamo trovato modi di comunicare, di dirci il nostro amore che ci hanno condotto a una maggiore profondità del nostro rapporto. Bellissimo… Ora però abbiamo desiderio di esprimere anche fisicamente la tenerezza e la profondità che abbiamo sperimentato.
Ho un marito timido, diceva un’altra detenuta, che ai colloqui è dovuto uscire da quella timidezza che gli impediva di esprimere un bacio e una carezza… ci ha impiegato un po’ ma poi qualcosa si è mosso.
Ci sono le relazioni genitoriali. Soprattutto nei casi di pene lunghe le detenute e i detenuti sono privati del diritto a diventare genitori. E i figli e le figlie a loro volta subiscono questa privazione.
All’ICAM una mamma, non più di tre settimane fa, ha preferito lasciare che la bambina di due anni e mezzo andasse a casa con gli altri fratellini perché cominciava a manifestare segni di grave disagio, e per lei di conseguenza si sono aperti i blindi di Bollate.
Il compagno e i figli… sono loro che ci danno la forza di andare avanti. Questo è il ritornello che mi sento ripetere. Gli affetti sono uno stimolo, ma anche una medicina.
Penso anche ai molti detenuti giovani che avevano una relazione fuori dal carcere, e che davanti a molti anni di detenzione si rendono conto di non poter avere figli. Per alcuni di loro quel non poter diventare genitori, quel perdere le relazioni fuori dal carcere, li rinchiude in una solitudine profonda e senza speranza, facendo mancare un motivo in più per potersi migliorare.
Voglio infine pensare a quelle persone che arrivano in carcere durante il loro percorso di transizione. Alcune in terapia ormonale sono in attesa dell’intervento chirurgico… situazioni umanamente e psicologicamente complesse, che ci trovano impreparati.
Il personale penitenziario stesso riconosce l’incapacità di trovarsi a gestire persone che necessiterebbero di un approccio adeguato e che avrebbero bisogno di vivere la loro affettività come supporto anche alla fragilità emotiva e piscologica del momento. Quale formazione per gli operatori penitenziari?
Il carcere produce degli effetti che vanno al di là della fine della detenzione: la questione è che se vieni privato dei sentimenti e ti vengono proibiti gesti di affetto e di amore uscirai solamente più arrabbiato e disabituato alla vita.
Concludo con le parole di Tommaso Greco tratte dal volume «Curare il mondo con Simone Weil», dove scrive: Nei tribunali la giustizia è rappresentata bendata, in mano una spada e nell’altra una bilancia. Non è forse giunto il tempo di provare a togliere la benda che rende cieca la giustizia? Una giustizia capace di vedere l’altro da sé, di rinunciare alla spada in favore della mitezza e di correggere gli equilibri ingiusti; una giustizia capace di far sì che ciascuno possa ricevere quell’attenzione che gli conferisce dignità ed esistenza.
Giuseppe Bettoni
Presidente Arché e Cappellano della sezione femminile della casa di reclusione di Bollate (MI)
Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti gli articoli dell’ArchéBaleno 70:
🧒🏻 Bambini in carcere mai – Paolo Dell’Oca
📖 Le parole del carcere – Valentina De Fazio
📊 Uno su mille è privo di libertà – Paolo Dell’Oca
🕊️ La situazione penitenziaria italiana: sfide, diritti e prospettive – Francesco Maisto
🪞 Un carcere, tante carceri – Lucia Castellano
⚓ Il porto lo fanno i marinai – Cristiano Valanzano
🐦 Presenze ingiustificate – Francesca Rupalti
🎨 Sfumature – Federica Barile
✋🏼 Volontariamente all’ICAM – Carla Cherubini