
Carla ci racconta chi è lei e come è arrivata in Arché?
Sono Carla Cherubini, 73 anni, laureata in pedagogia con un master in counseling psicopedagogico. Ho scelto di dedicare il mio tempo a Arché perché credo che i veri innocenti siano i bambini, spesso trascurati e poco difesi. Ho iniziato come volontaria dopo un convegno di 7 o 8 anni fa in cui ho sentito parlare p. Giuseppe che mi ha fatto scoprire Fondazione Arché: ho deciso che quello poteva essere il mio ambito.
Mi è piaciuto, mi è sembrato molto serio e costruttivo il taglio che veniva dato a questa Onlus. Da allora ho collaborato sia all’interno degli ospedali che nell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri (ICAM), supportando le educatrici.
Cosa l’ha spinta a dedicare il suo tempo alle donne e ai bambini dell’ICAM?
Sono sempre stata interessata al rapporto mamma-bambino e trovare una realtà come l’ICAM, particolare e a me sconosciuta, mi ha motivato. Volevo capire come il sistema italiano affronta questa sfida, considerando che i bambini in carcere non dovrebbero esserci. Offrire supporto e formazione alle mamme detenute è estremamente positivo per il loro ruolo genitoriale e personale.
Come è cambiata la sua percezione rispetto alle persone detenute da quando è volontaria all’ICAM?
Prima non avevo mai incontrato persone detenute, quindi è stata un’esperienza nuova. Mi sembra effettivamente che questo, dell’ICAM, possa essere un ambito con molte note positive rispetto a quello che può essere la mamma e il bambino in carcere, come un’attenzione alla genitorialità e le opportunità di formazione offerte alle detenute.
In cosa consiste il suo volontariato all’Istituto di Custodia Attenuata?
Dipende dalle esigenze e dalle presenze all’interno dell’ICAM: ci sono momenti in cui è richiesta una presenza fissa settimanale, e il volontariato può consistere nell’accompagnare le educatrici a prendere bambini alla scuola materna e all’asilo nido.
Altre volte invece stiamo insieme alle mamme e ai bambini che rimangono, perché non tutti hanno la possibilità di essere inseriti nei servizi educativi, e condividere delle attività di gioco, oppure anche delle riflessioni leggere, perché queste fanno più parte del compito delle educatrici, perché sono loro poi che conoscono le situazioni.
Quali sfide pensa affrontino le donne e i bambini dell’ICAM?
Le sfide sono molteplici, soprattutto per le mamme che devono conciliare la maternità con la detenzione. Molte hanno una scarsa conoscenza dei propri figli, a causa di situazioni familiari complesse, di trentenni che hanno già 6-7 figli, anche piccoletti di tre anni e mezzo, quattro anni e mezzo, lasciati a sé.
L’ICAM è un’istituzione carceraria e quindi girano tante figure intorno a loro, con formazioni diverse e una differente possibilità di comprendere le storie delle signore che sono lì; anche per questo il ruolo delle educatrici è complesso e qualche volta non è semplice neanche per le mamme. Forse le educatrici, gli agenti di polizia penitenziaria e gli altri professionisti potrebbero condividere e confrontarsi su un progetto comune.
Lei sottolinea la necessità di momenti di incontro e confronto tra chi affianca le persone detenute… E quali suggerimenti darebbe invece a chi sta valutando di intraprendere un’esperienza di volontariato simile alla sua?
Inviterei i volontari a partecipare agli incontri di formazione e alle riunioni, collaborando strettamente con gli educatori. È importante comprendere il proprio ruolo e agire con umiltà, senza pretese di “salvare” qualcuno. Io vado a fare volontariato perché a me interessa, cioè è una cosa che ripaga a me prima di tutto, ma non vado a salvare nessuno.
Ha voglia di condividere un aneddoto o un episodio che rappresenti una sfida o una soddisfazione del suo volontariato?
Ricordo una volta in cui ho parlato con una mamma di origini Rom che mi ha chiesto quanti nipoti avessi. Quando ho risposto “quattro”, lei ha commentato: “Ma come? Solo quattro nipoti alla tua età?”.
La mia soddisfazione, grazie a tutti quanti, ma soprattutto alle educatrici, risiede nel riscontro di cambiamenti nei bambini: penso in particolare ad una bimba, dal suo arrivo in ICAM pian piano, ha acquisito competenze, anche relazionali, e serenità.
Che bello, grazie. Quali cambiamenti auspica per il sistema penale italiano, specialmente per le donne madri e i loro bambini?
Spero che il sistema penale si orienti sempre più verso la riabilitazione e la giustizia riparativa, offrendo alle detenute opportunità di formazione e reinserimento sociale. È importante valorizzare le azioni positive e favorire la partecipazione attiva delle detenute alla propria riabilitazione. Non è facile, ma sarebbe senz’altro meno costosa di quanto costa allo Stato la recidiva media attuale.
A livello culturale forse bisognerebbe parlarne di più delle cose positive che vengono fatte.
Carla Cherubini
Pedagoga e volontaria di Arché
Il progetto “Un nido oltre i confini: interventi a tutela della maternità ristretta e dei minori”, è finanziato dal Comune di Milano, con fondi legge 285/97

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📊 Uno su mille è privo di libertà – Paolo Dell’Oca
❤️ Di grazia e di giustizia: l’affettività in carcere – p. Giuseppe Bettoni
🕊️ La situazione penitenziaria italiana: sfide, diritti e prospettive – Francesco Maisto
🪞 Un carcere, tante carceri – Lucia Castellano
⚓ Il porto lo fanno i marinai – Cristiano Valanzano
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🎨 Sfumature – Federica Barile