«La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri, si è innamorata ieri e ancora non lo sa.» – S. Benni
Conoscete le dimensioni medie del cuore di una giraffa? 11 chilogrammi per 60 centimetri di lunghezza. Fra i mammiferi terrestri è uno dei cuori più grandi in assoluto. Per non parlare del suo collo, che supera i due metri d’altezza e le permette di guardare ben più lontano di quanto non possiamo fare noi umani. Ma che cosa c’entra tutto questo con l’educazione gentile? Negli anni Sessanta lo psicologo Marshall Rosenberg ha ideato la comunicazione nonviolenta, un approccio pensato per gli adulti che risulta estremamente utile anche nella relazione con i bambini.
Noi esseri umani siamo empatici per natura, eppure la società tende spesso a trasformarci in persone aggressive.
A dominare è il cosiddetto “linguaggio sciacallo”, fatto di giudizi, pregiudizi, pretese e minacce, che si serve della comunicazione per ottenere qualcosa, piuttosto che per trovare un punto d’incontro nella relazione con l’altro. Il “linguaggio giraffa”, al contrario, si fonda sull’ascolto dei bisogni propri e altrui, sulla legittimazione reciproca delle emozioni e sulla ricerca condivisa di soluzioni, senza la pretesa di cambiare l’altra persona.

[📸 Wolfgang Hasselmann, Unsplash]
La fretta del mattino, le scarpe che non si vogliono mettere, la giacca troppo scomoda, il latte rovesciato sul pavimento, i NO ripetuti all’infinito. È qui che diventa difficile essere giraffe per rimanere coerenti ed equilibrati nella relazione con i figli. Se ci osservassimo con un minimo di onestà noteremmo subito che la violenza va oltre quella fisica, esplicita, che oggi riconosciamo più facilmente; si nasconde nelle parole che usiamo, nei toni, nei piccoli ricatti quotidiani che sembrano innocui perché si è sempre fatto così.
Frasi come «se non ti muovi ti lascio qui», «non mi fare arrabbiare sennò le prendi», «ma non capisci niente». Parole che pronunciamo con velocità di (non) pensiero e che, se immaginate tra adulti, apparirebbero immediatamente per ciò che sono: aggressive, violente.
Il paradosso è che ci sembrano ancora normali quando le rivolgiamo ai bambini. Uno dei passaggi più difficili è proprio questo. Riconoscere l’esistenza di una violenza educativa che non abbiamo mai chiamato con questo nome, perché per lungo tempo è stata considerata il modo “normale” di essere genitore.
Un altro equivoco del nostro tempo è immaginare la nonviolenza come uno stato di calma permanente, come se bastasse imparare qualche tecnica o trovare le parole giuste. Non funziona così, perché la nonviolenza è un lavoro quotidiano. Bisogna allenarsi ad accorgersi di quando la rabbia sta salendo, a scegliere di non dire quella frase che sentiamo uscire spontaneamente. Facciamo esempi pratici. Eravamo sulla porta di casa, pronti a uscire (in ritardo), ed Elio stava avendo una delle sue crisi di rabbia: voleva assolutamente cambiare i pantaloni per mettere quelli “con le tasche davanti e dietro”, più adatti a contenere i “tesori” che ogni giorno raccoglie nel prato della scuola e al parco il pomeriggio. Voleva che salissi di sopra, cercassi gli altri pantaloni e glieli cambiassi. È iniziata una discussione in cui lui urlava e io cercavo di convincerlo a tenere i suoi pantaloni. Respiro profondo: è evidente che le tasche siano fondamentali per lui e le sue esplorazioni quotidiane, e quindi è giusto che indossi ciò che preferisce. Gli ho spiegato che avremmo dovuto calmarci per capire cosa fare, ci siamo abbracciati, siamo saliti di sopra e abbiamo provato quattro paia di pantaloni diversi (con ulteriori arrabbiature e ulteriori abbracci). Nonostante la fatica, aiutarlo anziché impuntarmi è stata la scelta più giusta. E non si tratta di cedere a un capriccio, ma di saper capire i desideri che nascono dalla sua personalità di bambino e trovare il modo corretto di farglieli esprimere.

[📸 Guillaume De Germain, Unsplash]
Nel corso della stessa giornata si alternano momenti in cui riusciamo a stare nella relazione e altri in cui scivoliamo in modalità di comunicazione più dure, più difensive. Poniamoci una domanda scomoda: quanto di ciò che facciamo oggi con i nostri figli ha a che fare con ciò che abbiamo vissuto noi? Nei momenti di fatica mentale il cervello risparmia energie e replica quello che già conosce, non inventa nulla. Replichiamo toni, frasi e reazioni interiorizzate, anche quando sappiamo che non sono quelle che vorremmo usare. Per poter educare senza violenza dobbiamo prima di tutto guardare dentro di noi e riconoscere i nostri limiti.
Già, i limiti. Esiste un punto critico importante: «Nonviolenza significa non dire mai di no?». Il rischio è confondere il rispetto con il permissivismo, come se negare qualcosa fosse di per sé un atto aggressivo. I bambini hanno bisogno di limiti e di regole che li orientino e li facciano sentire al sicuro. La differenza sta nel modo in cui vengono posti: un limite può umiliare oppure contenere, può spaventare oppure guidare.
Avere un approccio nonviolento significa togliere ciò che, nel dare un limite, ferisce il bambino. La fermezza non sempre è violenza, ma la violenza può facilmente travestirsi da fermezza.
Accanto a questo cambiamento reale e importante esiste un altro mondo in cui tutto questo non riesce a farsi strada. I livelli culturali nella nostra società non sono uguali e non tutte le famiglie hanno accesso agli stessi strumenti o agli stessi spazi di riflessione. I dati raccolti da Terres des Hommes purtroppo lo raccontano con chiarezza: nel 2024 in Italia sono stati registrati oltre 7.200 reati a danno di minori – il numero più alto mai rilevato – con un aumento del 35% se ragioniamo su base decennale.
I maltrattamenti all’interno della famiglia rappresentano la forma più diffusa, con quasi 3.000 casi in un solo anno. Questi dati ci obbligano a uscire da una visione semplificata: anche l’assenza, la mancanza, la disattenzione possono diventare violenza, e proprio queste sono le forme più difficili da individuare.
Essere genitori è faticoso e non è certo qui che lo scopriamo, ma serve ripeterselo perché dobbiamo essere consapevoli del fatto che la questione è intrinsecamente politica. Il sostegno alla genitorialità deve arrivare anche con un accesso equo all’educazione, ai servizi, alla salute mentale, per dirne alcune. I processi educativi che coinvolgono genitori e figli, e più in generale adulti e giovani, ci parlano del – e riguardano il – tipo di società che costruiamo e di ciò che consideriamo normale nelle relazioni. Migliorare questi processi è tutt’altro che semplice. È un sentiero tanto accidentato quanto necessario, che può essere imboccato solo se giungiamo alla consapevolezza della sua importanza.
La tentazione di diventare sciacalli è sempre forte, perché è un animale perfetto ed efficace nell’aggirare le difficoltà. La giraffa tuttavia non si lascia spaventare dal suo collo lungo, che a volte sembra sbilanciarla; drizza la testa verso l’orizzonte, guarda più su e più lontano, e vede quanta strada c’è da fare. Poi pensa al primo passo, ché se dalla testa al cuore ci vuole un giorno, figuriamoci fino alle zampe.
Alice Pennati e Valentina Zeghini
Operatrici di Arché
Gli articoli dell’ArchéBaleno 74
Pacinorosi – Paolo Dell’Oca
Gesù, il paradossale – Giuseppe Bettoni
«Lentius, profundius, suavius»: rileggere oggi Alexander Langer – Simone Zambelli
Una gentilezza sconfinante – Paola Ciaglia
Una scuola di pace per educare alla nonviolenza – Simone Zambelli e Paola Ciaglia
Manifestare la pace – Vincenzo Francomagro e Vincenzo Luca Borriello
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