Dalla detenzione alla riabilitazione: la testimonianza di Cristiano Valanzano, detenuto in semilibertà presso CasArché, che ha accettato di condividere la sua esperienza all’interno del sistema carcerario.

porto fanno marinai

Cristiano, ci descrivi una giornata tipica durante il tuo periodo di detenzione, dall’alba al tramonto?

Le giornate all’interno del carcere tendevano ad essere piuttosto strutturate, ma variavano dall’essere in attesa di giudizio o definitivo, e dall’istituto penale in cui mi trovavo.

Ci racconti com’è fatta una cella?

Una cella è una stanza di 3 metri per 4, con le brande e una porta con un piccolo bagno ad angolo. I detenuti più creativi si costruiscono mensole con i cartoni e con i pacchetti di sigarette; alcuni istituti lo consentono, negli altri questi arredi artigianali vengono eliminati durante le perquisizioni: si teme che possano nascondere cose.

Chiaro.

Quando ci si trova in galera è necessario ingegnarsi per inventare soluzioni senza tecnologia, senza telefonini; come accadeva in passato. E lì tutti si salutano: “Buongiorno, buonasera, ciao” anche quando non si è amici. Uscendo in articolo 21, le prime volte ero stranito alla fermata dell’autobus quando salutavo le altre persone in attesa e nessuno mi rispondeva…

Come comincia la giornata in carcere?

La sveglia è fissata solitamente intorno alle 8:00, seguita da un’ora di tempo libero in cui ci si può allenare in palestra, giocare a carte o guardare la televisione nella sala ricreativa dell’istituto. Tutte le celle hanno la televisione tranne quelle in isolamento (dove sono proibiti i contatti con gli altri detenuti per alcune settimane). Successivamente c’è la possibilità di svolgere attività all’aria aperta per un’altra ora o due, come passeggiare o fare esercizi fisici. Non è possibile giocare a calcio senza essersi messi d’accordo prima perché si rischia di disturbare gli altri detenuti che camminano.

A che ora si pranza?

Il pasto principale è servito intorno alle 12:00, ma alcuni detenuti preferiscono prepararsi il cibo da soli se dispongono degli ingredienti necessari. Di solito in una cella chi si prende la responsabilità di cucinare non fa le pulizie.

Mi sembra decisiva nella permanenza in carcere la relazione con i compagni di cella.

Ho riscontrato solidarietà tra concellini, l’accoglienza dei nuovi detenuti avviene dappertutto: un caffè, una battuta, qualche parola di conoscenza o conforto. “Vedrai che esci in fretta. Questo è il tuo mobiletto. Sistemati le cose, mettiti di là”.

All’ingresso vengono date la coperta, il cuscino, due lenzuola, bacinella, la carta igienica, il bicchiere di plastica. Quando c’è un primo ingresso c’è quello che piange, quello tosto che non gliene frega niente, il ragazzino incensurato… Per i primi giorni si è esentati dai turni delle pulizie, i concellini attendono che il neo arrivato si senta più a suo agio.

E se non si va d’accordo?

In questi casi si chiede l’autorizzazione al cambio di cella attraverso la “domandina”, un prestampato che si chiama 393.

Poi il porto lo fanno i marinai e in carcere se uno sbaglia pagano tutti: se uno porta dentro un cellulare o uno spinello nella lasagna consegnata ai colloqui, dopo sarà proibito introdurre cibo dall’esterno. In questo modo l’amministrazione promuove un maggiore controllo reciproco.

Certo. Che relazione c’è con la polizia penitenziaria?

Una volta erano scoraggiati i rapporti più confidenziali tra detenuti e guardie. Ultimamente si scherza, si ride, si fa la battuta, quello tifa il Milan, la Lazio,… Questo aiuta gli agenti a prevenire tante sciocchezze, diventano un po’ psicologi e se si accorgono che qualcuno sta male possono intervenire cercando di capire il perché. Così facciamo tra noi detenuti… Spesso è più facile calmare gli altri che se stessi, e siam tutti bravi a dare consigli.

In 15 anni che sono stato in carcere posso dire che ho incontrato molte persone veramente cattive. Agenti frustrati cui, non so per quale motivo, sembrava dessero fastidio i detenuti in sé, e provocavano loro sofferenze gratuite o li istigavano per farli reagire.

Ma ho trovato moltissime brave persone: quello dell’agente penitenziario è un lavoro come un altro e potrei senza problemi avere come amici carabinieri, poliziotti e finanzieri.

A proposito di lavoro, c’è possibilità all’interno del carcere?

Ci sono opportunità di lavoro nel carcere, come pulire le sezioni o lavorare in cucina; si può anche accedere a programmi di formazione professionale per imparare mestieri come fabbro, idraulico, elettricista, falegname, imbianchino, compilando sempre la domandina. Ottenere un lavoro all’interno del carcere non solo fornisce un’occupazione, ma anche la possibilità di muoversi liberamente all’interno dell’istituto, dimostrando fiducia da parte del personale penitenziario.

Cosa succede se un detenuto rifiuta il lavoro?

Può essere percepito negativamente, poiché il lavoro all’interno del carcere non solo fornisce un’occupazione, ma è anche parte integrante del percorso di riabilitazione. Ci sono anche detenuti che lavorano esternamente all’istituto, anche se spesso questi lavori sono rotativi e a breve termine. Io ero responsabile del laboratorio delle ostie all’interno della Casa di reclusione di Opera: avevo il mio badge e alle 8 del mattino potevo uscire dal reparto e andare da solo nel reparto lavorazioni.

Ci hai parlato delle attività all’interno del carcere, come la palestra e il lavoro: c’è possibilità di intraprendere attività alternative, anche funzionali al percorso di riabilitazione?

Sì, ci sono anche programmi specifici volti alla riabilitazione. Da 1 a 10 per me sono importanti 9/10. Ad esempio corsi di istruzione per chi non ha completato la scuola superiore, programmi di superamento di abuso di sostanze per coloro che ne hanno bisogno, e persino gruppi di sostegno per affrontare problemi psicologici o emotivi.

Questi programmi sono accessibili a tutti?

In linea di principio sì, ma dipende anche dalla disponibilità di risorse e di spazio all’interno dell’istituto. Alcuni programmi possono avere una lista d’attesa o richiedere una valutazione per determinare la priorità di accesso.

E quali erano i risultati di questi programmi?  Hai visto dei cambiamenti significativi tra i detenuti che partecipavano attivamente a questi percorsi di riabilitazione?

Coloro che si impegnavano seriamente nei programmi di riabilitazione spesso mostravano un cambiamento positivo nel loro atteggiamento e comportamento. C’era una maggiore consapevolezza delle proprie azioni, una migliore gestione delle emozioni e una prospettiva più positiva sul futuro. Tuttavia la riabilitazione è un processo lungo e complesso, e non tutti rispondono allo stesso modo.

Speriamo che la riabilitazione continui a essere una priorità per migliorare il benessere dei detenuti e ridurre il tasso di recidiva. Quali sono altri momenti positivi della giornata?

Una giornata negativa può migliorare con una semplice cartolina. Aspetti notizie dall’esterno e le lettere aiutano a far trascorrere il tempo. Quando esci e vedi i tuoi vecchi amici, li trovi cambiati, invecchiati, sposati, con figli, sei disorientato, perché è come se tu ti fossi addormentato e risvegliato.

Ma tutto è andato avanti, mentre in carcere il tempo si è fermato.

Quante ore di colloqui si hanno a disposizione?

Dalle sei alle otto ore al mese, io andavo con la borsa termica per recuperare le vivande che mi portavano, ogni istituto ha una lista in bacheca, dove si svolgono i colloqui per i familiari, con indicato il genere di cibo che può entrare: pesce spinato, carne senza osso, senza sugo, solo affettati in contenitori ispezionabili.

E la giornata, quando finisce?

In molti istituti si passavano 20 ore in cella, quasi 24 ore su 24, potevi uscire per alcune attività, come l’ora d’aria eccetera, ma alle 23:00 passava la guardia che faceva la chiusura e chiudeva anche “il blindo”; di solito ci sono due porte: le sbarre (il cancelletto) e poi il blindo, una porta blindata con lo spioncino che si può chiudere e aprire. Il cancelletto invece viene chiuso alle 19:30, magari in estate allungano la giornata di un’ora e lo chiudono alle 20:30. C’è chi vuole mangiare alla chiusura e chi prima, per condividere la cena con altri detenuti.

Se potessi cambiare qualcosa in un carcere cosa sarebbe?

È importante favorire il rapporto positivo tra gli agenti di polizia penitenziaria e la popolazione detenuta, rispettando il lavoro dei primi e i diritti dei secondi. Auspicherei un ambiente più sereno e con meno conflitti. Inoltre amplierei l’offerta di corsi formativi e migliorerei la vivibilità del carcere. Negli istituti penitenziari ci sono due autorità: la direzione e la sorveglianza; è fondamentale che il Direttore dell’istituto vada d’accordo con il Comandante della Polizia penitenziaria. Un eventuale conflitto tra i due andrebbe a discapito dei detenuti.

Cristiano Valanzano
Detenuto in semilibertà presso CasArché

Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti gli articoli dell’ArchéBaleno 70:

🧒🏻 Bambini in carcere mai – Paolo Dell’Oca
📖 Le parole del carcere – Valentina De Fazio
📊 Uno su mille è privo di libertà – Paolo Dell’Oca
❤️ Di grazia e di giustizia: l’affettività in carcere – p. Giuseppe Bettoni
🕊️ La situazione penitenziaria italiana: sfide, diritti e prospettive – Francesco Maisto
🪞 Un carcere, tante carceri – Lucia Castellano
🐦 Presenze ingiustificate – Francesca Rupalti
🎨 Sfumature – Federica Barile
✋🏼 Volontariamente all’ICAM – Carla Cherubini