Per introdurre queste parole, così delicate e preziose, probabilmente il miglior modo per farlo sarebbe stato quello di lasciare questa pagina in bianco – un colore che accoglie tutti i colori e li lascia convivere insieme, un colore che invita al silenzio – se non fosse per l’analogia che avrebbe avuto con una bandiera di resa. Come se il silenzio, di questi tempi, fosse una rinuncia a far parlare la pace. Per darle voce, le nostre parole non potranno che nascere dalla complessità delle emozioni che ci abitano e, in particolare, dal rammarico per quello che speravamo sarebbe diventato il mondo. Cinque anni fa, nella nostra Lettera per i Trent’anni di Arché, parlavamo dell’emergere di un vero e proprio «brodo culturale fascista», negli stessi termini in cui una vedetta sulla coffa parlerebbe di un gorgo che si avvicina all’orizzonte: mentre gli occhi lo vedono già presente, il cervello suggerisce che, con il lavoro congiunto delle mani, si potrebbe scampare alla sua furia.

[📸 Zaur Ibrahimov, Unsplash]

Per immaginare alcune forme della tempesta in cui ci troviamo, basterebbe pensare alla fotografa Carol Guzy, vincitrice del World Press Photo 2026 con la foto Separated by ICE, nella quale due figlie si aggrappano disperatamente alla felpa del padre mentre quest’ultimo viene portato via dagli agenti federali, pur senza aver commesso alcun crimine. Nel frattempo, la pubblicazione dei famigerati Epstein files («redatti, anzi no, anzi sì») pare non aver creato alcuna rottura decisiva nell’assetto politico degli USA. Esistono migliaia di fotografie, materiali e testimonianze che documentano i legami tra Jeffrey Epstein e Donald J. Trump, il cui nome compare almeno (!) tremiladuecento volte solo negli ultimi tre milioni di documenti rilasciati. Eppure, per qualche strana ragione, il Presidente degli Stati Uniti continua a restare comodamente seduto sul proprio trono e si ostina impunemente a dichiarare che quei file lo scagionerebbero completamente. Il metodo comunicativo è ormai noto: inondare regolarmente l’opinione pubblica con dichiarazioni mendaci su una mole di argomenti differenti tale per cui, quandanche rapida nella sua controffensiva, l’opposizione non riesca ad avere la stessa rilevanza e lo stesso impatto della menzogna originaria. In questo modo si ottengono due risultati: primo, veniamo gradualmente pervasi dalla marea e abituiamo le nostre menti a sopportare una violenza altrimenti insopportabile; secondo, aumenta la sproporzione tra il popolo, a cui la sovranità dovrebbe appartenere, e coloro che esercitano il potere con avarizia e crudeltà.

Nel corso di un suo intervento Francesca Albanese ha affermato che potere finanziario, potere militare e algoritmi sono il nostro nemico comune. E noi, che non vorremmo nemici – non per pavidità ma perché auspichiamo relazioni costruttive anziché antagonistiche – come potremmo fare comunque tesoro di queste parole e incarnare l’alternativa necessaria a questo presente distopico? Che la guerra rappresenti anche (e soprattutto) un affare economico è una storia vecchia, resa semmai ancor più evidente dalla precisione meticolosa con cui ingenti somme di denaro vengono scommesse nel mercato finanziario poco prima che vengano fatte dichiarazioni in merito allo Stretto di Hormuz, speculando su vite umane e fluttuazioni del petrolio – tutto vero, tutto verificabile, e tutto così grande da essere inafferrabile. Ma che la nuova governance tecnocratica muova ormai i propri passi al di fuori dell’ombra in cui ha sempre prosperato è il segnale che il terreno su cui camminiamo ha cambiato consistenza.

Nonostante ciò, i nostri valori (Ascolto, Dignità, Fraternità e Sorellanza, Antifascismo) sono rimasti uguali, seppur non immobili. Le piazze per Gaza ci hanno mostrato la fragilità con cui chi esercita il potere approccia il consenso: il timore di perderlo, di fronte a fiumi di persone unite da un bruciante desiderio di pace, li ha obbligati a presidiare i mezzi d’informazione affinché il focus si spostasse sulla violenza di una vetrina rotta in Italia a fronte di settantunomila morti in Palestina. Un esempio banale, ma che registra, sul piano simbolico, la stessa sproporzione reale di cui si parlava. Ma ora è il momento di raccogliere i frutti di questa ondata di partecipazione intergenerazionale: ritorniamo insieme nei luoghi fisici, a coltivare le nostre relazioni con cura, perché esserci è la scelta giusta anche e soprattutto adesso che speranza e dissenso vengono criminalizzati.

Illustrazione di Emi Okano, Irene Riva e Diego Alpizar

Colpevoli di speranza, si potrebbe scrivere, e forse ne verrebbe fuori un bel titolo. Colpevoli di pensare, ancora dopo 35 anni, che valga la pena costruire e manutenere il modello alternativo che tutte e tutti meritiamo. Colpevoli di difendere i principi della nostra Costituzione antifascista che all’Articolo 2 «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Colpevoli, infine, di una vetrina spaccata, della rottura di quei vetri che continuano a schermare e dividere ciò che è visibile da ciò che non lo è. Per quanto ancora, verrebbe da chiedersi, non saranno i poliziotti, a 25 anni dal G8 di Genova, ad avere il numero identificativo sui loro equipaggiamenti antisommossa, ma saranno i manifestanti a doversi scriversi sul braccio il numero di telefono di un familiare o dell’avvocata?

Ci vuole ingegno e ci vuole impegno. Oltre la propaganda, oltre la violenza, per immaginare mondi e modi alternativi di esercitare i nostri doveri di solidarietà. Nella gentilezza troviamo una speranza che rinfranca il cuore e risveglia il pensiero: le è mai stata data l’opportunità di guidare i popoli, al posto dei sentimenti individualisti che ovunque prosperano nelle nostre società?

Abbiamo scelto di non lasciare bianche queste pagine per riempirle della coesistenza di tutti i colori. Allora cominciamo insieme a dipingere questa tela e rispondiamo al presente con un futuro mai visto. Abbiamo iniziato con questo ArchéBaleno dedicato alla gentilezza come esercizio quotidiano. Ora proviamoci insieme. Esageriamo.

Mandateci proposte, visioni, sogni, idee che nessuno ha ancora ascoltato, parole che nessuno ha mai letto: scrivete a esageracongentilezza@arche.it, le leggeremo tutte e vi risponderemo.

Vincenzo Francomagro e Vincenzo Luca Borriello
Responsabile Cittadinanza e comunicatore Arché

 

Gli articoli dell’ArchéBaleno 74

Pacinorosi – Paolo Dell’Oca

Gesù, il paradossale – Giuseppe Bettoni

«Lentius, profundius, suavius»: rileggere oggi Alexander Langer – Simone Zambelli

Una gentilezza sconfinante – Paola Ciaglia

Una scuola di pace per educare alla nonviolenza – Simone Zambelli e Paola Ciaglia

La giraffa ha il cuore grande e lo sguardo lungo – Alice Pennati e Valentina Zeghini

 

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