8 marzo gender gap lavoro

L’8 marzo non è solo una giornata di celebrazione, ma anche un’occasione per fare i conti con una realtà ancora troppo distante dalla parità. I dati del Rendiconto di Genere dell’INPS parlano chiaro: nel mondo del lavoro la disparità tra uomini e donne è ancora strutturale e sistemica. Gli stipendi delle donne sono inferiori del 20% rispetto ai colleghi uomini, e questo è il risultato di un intreccio di fattori che penalizzano le donne lungo tutta la loro vita lavorativa.

Minori salari significano minore indipendenza economica, minore capacità di spesa e di investimento sul proprio futuro. L’ha ben chiaro (qualunque donna e) chi si batte professionalmente per accompagnare donne in difficoltà verso un’autonomia possibile. Se poi le donne sono anche madri le complessità si moltiplicano.

Le cause del gender pay gap non si limitano alla discriminazione salariale diretta. Le donne lavorano più spesso con contratti part-time – spesso non per scelta – e ricoprono qualifiche mediamente più basse. Solo il 21% delle posizioni dirigenziali è occupato da una donna, a dimostrazione di un soffitto di cristallo che non si incrina.

Questo soffitto di cristallo non è solo il frutto di una mentalità arretrata, ma anche di un sistema economico che non incentiva le donne a raggiungere posizioni di leadership. Basti pensare al doppio carico di lavoro che spesso grava sulle spalle delle donne: da un lato le responsabilità professionali, dall’altro quelle familiari.

Il carico di cura familiare, infatti, ricade ancora in modo sproporzionato sulle donne, limitando le loro possibilità di carriera e costringendole, in molti casi, a ridurre le ore di lavoro o addirittura a lasciare il mercato del lavoro. Questo squilibrio non è una fatalità, ma una costruzione sociale che può e deve essere cambiata con politiche adeguate e un nuovo modello culturale di condivisione del lavoro domestico e di cura.

8 marzo gender gap

Inoltre, l’accesso al lavoro stabile è più difficile per le donne: nel 2023 solo il 18% delle nuove assunzioni femminili è stato a tempo indeterminato, rispetto al 22,6% degli uomini. La precarietà, unita alla difficoltà di conciliazione tra vita professionale e familiare, crea un circolo vizioso che allontana molte donne dal mondo del lavoro.

Eppure le donne sono mediamente più istruite degli uomini: nel 2023 hanno superato i colleghi maschi sia tra i diplomati (52,6%) sia tra i laureati (59%). Nonostante ciò, il mercato del lavoro continua a premiare gli uomini, assegnando loro stipendi più alti e carriere più rapide.

Il paradosso è evidente: le donne si formano di più, ma vedono il loro talento meno riconosciuto. Questo gap mette in discussione anche l’idea meritocratica della società: se fosse davvero il merito a guidare le opportunità, le donne dovrebbero guadagnare di più, non di meno.

Le disparità economiche non si fermano all’età lavorativa, ma si amplificano al momento della pensione. Le donne ricevono assegni previdenziali inferiori del 47% rispetto a quelli degli uomini. Questo è il risultato di anni di stipendi più bassi, interruzioni di carriera per la cura della famiglia e un sistema pensionistico che ancora oggi non tiene conto di queste asimmetrie.

Il divario pensionistico non è solo un problema individuale, ma ha ripercussioni sociali profonde. Molte donne anziane si ritrovano in condizioni di povertà, dopo una vita di lavoro e sacrifici. Ecco perché è fondamentale ripensare il sistema previdenziale in chiave di equità di genere.

8 marzo gender gap

Il contesto milanese rappresenta un esempio emblematico della difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita privata. Con un costo della vita sempre più alto, servizi per l’infanzia insufficienti e un mercato del lavoro ipercompetitivo, molte donne si trovano costrette a ridurre le proprie ambizioni professionali o addirittura a lasciare il lavoro. Milano, che dovrebbe essere un motore di opportunità, rischia di diventare una città espulsiva per le donne lavoratrici.

Le politiche cittadine devono affrontare questa criticità con urgenza. Senza un potenziamento dei servizi di welfare, le donne continueranno a essere penalizzate, e il mercato del lavoro perderà talenti preziosi.

Le soluzioni esistono e devono essere messe in pratica con decisione. Servono politiche di conciliazione efficaci, come l’estensione del congedo di paternità obbligatorio (di cui parlavamo con Irene Facheris nel video sottostante), un accesso equo ai servizi di cura per i figli e gli anziani e una trasformazione culturale che renda la parità un valore condiviso. Senza questi interventi, l’8 marzo resterà una ricorrenza vuota, mentre la disuguaglianza continuerà a pesare sulla vita di milioni di donne.

Non si tratta solo di giustizia sociale, ma di crescita economica: numerosi studi dimostrano che la parità di genere porta benefici a tutta la società, migliorando la produttività e aumentando il PIL.

Il cambiamento passa anche dal linguaggio, dalla rappresentazione delle donne nei media e dalle scelte politiche quotidiane. Serve una rivoluzione culturale che coinvolga tutti, uomini e donne, affinché la parità non sia solo un obiettivo lontano, ma una realtà concreta.

Simone Zambelli