«Voi non mi fate sentire una detenuta».
Sono coordinatrice dell’area Carcere-Territorio, mi occupo del reinserimento sociale di persone che escono dal carcere in misura alternativa o a fine pena; quella frase mi è stata detta proprio da una delle donne che affianco, che ogni settimana esce in permesso per lavoro. Da quando mi occupo di persone che escono dal carcere, mi accorgo sempre più di quante cose diamo per scontate. Piccoli gesti, libertà quotidiane che meriterebbero di essere vissute con maggiore consapevolezza; è qui che si manifesta l’idea, tanto semplice quanto vera, per cui ci accorgiamo del valore di qualcosa solo quando la perdiamo. Quando si è privati della libertà si scopre quanta vita esista fuori, e ci si presenta una scelta: provare a tornare a viverla, quella vita, o restarne ancora esclusi? Troppo spesso la risposta non dipende soltanto da chi esce, ma anche da una società che non aspetta queste persone, respingendole se provano a trovare spazio.
In Italia, per condanne inferiori ai quattro anni, la legge prevede la possibilità, laddove sussistano determinate condizioni, di scontare la pena al di fuori dell’istituto penitenziario, ad esempio agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali. Ci sono però persone che potrebbero uscire, ma per le quali le “determinate condizioni” non sussistono. Oltre il senso di abbandono, ciò che avverto è una richiesta di aiuto: «Fuori di qui non ho nessuno», «Non mi è rimasto niente», «Non ho più una casa», «Non so dove andare».
Frasi quasi sussurrate che diventano assordanti. Nasce l’urgenza di rispondere, che contrasta con il timore di alimentare una speranza che non è detto diventi certezza. E allora si resta lì, sospese nella tensione di quelle mura, di fronte a occhi lucidi in attesa di un segnale, qualunque esso sia. Quando (e se) arriva il momento della scarcerazione – talvolta improvvisa, tanto per loro quanto per me – tutto cambia. Gli stessi occhi, prima colmi di tristezza, si riempiono di felicità e incredulità per qualche giorno.

📸 Vittoria legge uno stralcio del libro Madri detenute presso l’ICAM di San Vittore
Sostenere queste donne in un percorso di reinserimento è molto difficile. Il progetto che abbiamo avviato in Arché nel gennaio 2026 nasce innanzitutto da un bisogno abitativo, condizione essenziale per qualsiasi possibilità di ripartenza. Sono fermamente convinta che il percorso – come viene definito – di rieducazione dovrebbe iniziare all’interno del carcere, e non soltanto al momento dell’uscita. Purtroppo, però, ancora non accade. Il carcere continua a rimanere isolato, una bolla separata dalla vita esterna in cui si alimentano speranze destinate a scontrarsi con una realtà dura: quella di un’etichetta – “detenuta”, “ex detenuta” – che impedisce di ricominciare davvero con la propria vita. Eppure, prima di qualsiasi definizione e pregiudizio, bisognerebbe ricordare che si tratta di persone, e che come tali hanno pieno diritto a un’altra opportunità.
Chiediamo a chi esce dal carcere di cambiare e di reintegrarsi, ma dovremmo prima interrogarci su quanto il nostro sguardo sia disposto a cambiare. Se insisto sull’importanza dello sguardo esterno è perché durante la scarcerazione ci si può sentire sole, fragili; si ha bisogno di sostegno. Molte persone ricadono negli stessi errori non per mancanza di volontà, ma per l’assenza di un supporto che consenta di ricostruire la propria vita su basi nuove e stabili. Non è una giustificazione, è una presa di coscienza del fatto che ci troviamo in una dinamica complessa: da un lato le aspettative che la società nutre nei loro confronti, dall’altro ciò che è realmente in grado di offrire. Ricominciare diventa una sfida che supera le sole forze individuali: come può una persona ripartire da zero, costruirsi una stabilità o trovare una casa se manca anche il minimo supporto economico in una fase storica in cui il costo della vita è sempre più elevato?
Allora torno a quella frase: «Voi non mi fate sentire una detenuta». Partiamo almeno da qui, dalla possibilità di essere riconosciute come persone. Perché senza questo sguardo nessun reinserimento sarà mai davvero possibile.
Vittoria Veneroni, coordinatrice area Carcere-Territorio




