
Il problema della violenza di genere purtroppo non ha confini precisi e ben definiti ma origina da questioni culturali in cui sono coinvolti tutti gli attori della società civile: famiglie, scuola, media, linguaggi, lavoro.
In particolare il rapporto (2020) del GREVIO (Gruppo Esperte sulla Violenza del Consiglio d’Europa) per il monitoraggio dell’applicazione della Convenzione di Istanbul (Convenzione per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica) ha verificato la persistenza di stereotipi concernenti il ruolo delle donne e la resistenza della società italiana verso una reale eguaglianza tra i sessi, sottolineando la scarsa percentuale di processi e di condanne per violenze nei confronti delle donne.
Gli episodi di violenza contro le donne sono infatti strettamente legati a una visione di genere che passa dagli insulti sessisti ai maltrattamenti nelle famiglie, le molestie all’interno di contesti lavorativi, i ricatti economici, l’annientamento morale della donna fino al vero e proprio femminicidio.
Il report 2024 della Banca Mondiale
I dati sono confermati anche dal nuovo report Women, Business and the Law 2024, pubblicato dalla Banca Mondiale, uno dei report più attesi dell’anno, perché presenta dati su 190 paesi relativamente alle leggi, e da quest’anno anche relativa applicazione, che impattano sulle opportunità economiche delle donne.
La ricerca si basa su 10 indicatori: sicurezza, mobilità, luogo di lavoro, retribuzione, matrimonio, genitorialità, assistenza all’infanzia, imprenditorialità, patrimonio e previdenza e per quanto riguarda l’Italia le notizie non sono buonissime.
Nonostante i progressi nell’adottare leggi sulle pari opportunità in tema sicurezza, ad esempio, i dati dimostrano che il punteggio medio globale in questo ambito è di appena 36 (su 100). Questo significa che le donne godono appena di un terzo della protezione legale di cui hanno bisogno quando si parla di violenza domestica, molestie sessuali, matrimoni precoci e femminicidi.
Inoltre, nonostante ben 151 paesi abbiano leggi che vietano le molestie sessuali sul posto di lavoro, solo 39 hanno leggi che le proibiscono negli spazi pubblici.

Anche il lavoro non sembra essere un luogo sicuro per le donne
Il lavoro non sembra mettere al riparo le donne né in tema di sicurezza né in tema di gender pay gap.
Se negli ultimi trent’anni le donne hanno fatto progressi in tema di partecipazione al mercato del lavoro, la parità di genere in Italia è ancora molto lontana: nella classifica del World Economic Forum l’Italia è al 79° posto.
Se si guarda al divario retributivo di genere complessivo cioè la differenza tra il salario annuale medio percepito da donne e uomini, questo si stima per l’Italia al 43%, posizionando il Paese al quarto posto tra i divari più alti in Europa.
Facendo un confronto con gli uomini, è come se le lavoratrici italiane iniziassero a percepire uno stipendio a partire da febbraio, pur lavorando regolarmente dal 1° gennaio. Va da sé che un livello retributivo più basso in età lavorativa implica anche una pensione minore.
Come se non bastasse dai dati emersi dalla survey L.E.I. (Lavoro, Equità, Inclusione) di Fondazione Libellula che indaga l’esperienza di 11.201 donne nel mondo del lavoro è emerso che il 40% delle donne ha subito contatti fisici indesiderati sul posto di lavoro.
Quasi 7 donne su 10 hanno ricevuto complimenti e allusioni e sempre 7 donne su 10 sono state oggetto o hanno sentito battute sessiste. Per completare il quadro entro il quale le donne si muovono in ambito lavorativo il 65% delle donne è considerata aggressiva se dimostra ambizione e/o assertività e 6 donne su 10 sentono circolare l’idea che una donna che fa carriera ha usato la leva della seduzione per ottenere i suoi obiettivi.
Donne e disabilità
Cosa succede se una donna è anche una persona disabile? In base ai dati Inail delle circa 700mila persone con disabilità in età da lavoro, solo il 31,3% ha un lavoro e tra le donne questa percentuale scende a poco più del 26%: per loro trovare un’occupazione è ben più difficile che per gli uomini.
Inoltre secondo i dati Oms le bambine, le ragazze e le donne con disabilità sono esposte in misura 5 volte maggiore a violenze e discriminazioni.
Per tali motivi l’attenzione per le persone con disabilità caratterizza tutto il PNRR, in linea con la convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità. In particolar modo il Governo italiano ha voluto istituire un’autorità politica ad hoc per sottolineare il rilievo delle misure in favore delle persone con disabilità e per garantire che le azioni proposte (ad esempio giustizia, pubblica amministrazione, mercato del lavoro) siano adeguatamente inclusive.

Eppure le donne sono più solidali!
Lo dicono i dati: in base al report Noi doniamo, dell’Istituto Italiano della Donazione, il 52% degli individui che donano sono donne, inoltre più del 75% di chi è impegnato in associazioni di solidarietà è donna e fa acquisti solidali.
Le donne insomma sembrano più propense a donare energie, tempo e soldi e per effetto della loro natura generativa hanno un innato senso di responsabilità sociale che si traduce in una propensione a consegnare a chi viene dopo un mondo migliore.
Una sorta di eco gender gap che questa volta non segna uno svantaggio.
Una nota positiva che rafforza l’idea che il tema dell’uguaglianza di genere si impone, dunque, non solo come una questione etica e valoriale ma come una necessaria forma di avanzamento di tutta la società.
Quali azioni sta intraprendendo il nostro Paese?
A oggi la Strategia nazionale per la parità di genere, che si ispira alla Gender Equality Strategy dell’Unione Europea, rappresenta lo schema di valori e la direzione delle politiche che dovranno essere realizzate in termini di parità di genere.
Cinque le priorità: Lavoro, Reddito, Competenze, Tempo e Potere, con l’obiettivo di guadagnare 5 punti nella classifica del Gender Equality Index dell’EIGE che oggi ci vede al 13° posto nell’Unione Europea con un punteggio di 68.2 (su 100).
Uno dei punti del piano è la definizione di un Sistema nazionale di certificazione della parità di genere che accompagni e incentivi le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il gap di genere in tutte le aree maggiormente “critiche” (opportunità di crescita in azienda, parità salariale a parità di mansioni, politiche di gestione delle differenze di genere, tutela della maternità).
Al contempo le preoccupanti statistiche in termini di femminicidi hanno accelerato l’approvazione del disegno di legge delega, varato dal Consiglio dei Ministri il 7 giugno 2023, che prevede normative più severe per contrastare il diffuso fenomeno e volto l’attenzione del governo e del Parlamento sulla necessità di avviare una campagna informativa per educare i giovani all’affettività e al rispetto.
La necessità di una risposta forte e chiara dalla politica davanti a tali fenomeni si è tradotta infatti in un aumento di dieci milioni di euro dei fondi a disposizione per sostenere l’azione del Governo nella lotta alla violenza di genere e lo sradicamento di un fenomeno sociale che purtroppo nel nostro paese ha radici culturali profonde.