violenza genere donne

Ad alcuni, e alcune, potrebbe sembrare fuori luogo, nell’affrontare il delicato tema della violenza di genere, essere invitato a riflettere sulla qualità delle relazioni fra i generi che respira nella vita di tutti i giorni, sui modelli di mascolinità e femminilità diffusi a livello sociale, sui pensieri ed i comportamenti “spontanei” che agisce o subisce relativamente al proprio essere uomo o donna.

“Non mi riguarda”, potrebbe pensare, “perché io non ho mai agito, o subito, violenza”.

Eppure, la Commissione Parlamentare Jo Cox che dal 2016 si dedica ai temi dell’intolleranza, della xenofobia, del razzismo e dei fenomeni di odio, nella sua relazione dal titolo evocativo «La piramide dell’odio», lo dice chiaramente:

esiste una «piramide dell’odio, alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio».

In altre parole, le violenze efferate, fino ai femminicidi – pur nei loro numeri esorbitanti – rappresentano solo l’apice della piramide, e “poggiano” su un molto più ampio substrato di stereotipi e rappresentazioni diffuso nelle pratiche sociali e quotidiane che, con i suoi linguaggi normalizzati e le sue immagini irrigidite, costituisce il terreno fertile in cui traggono forza comportamenti e azioni discriminatorie e violente. Tale substrato informa tanto le relazioni interpersonali, i contesti privati e domestici, quanto i contesti pubblici e istituzionali, attraverso le rappresentazioni veicolate da alcuni media e da parte del discorso politico, la sottorappresentazione delle donne nello spazio pubblico, l’organizzazione del sistema di welfare.

Trattando le questioni di genere, infatti, non si può far a meno di considerare come privato e pubblico, personale e politico, siano intersecati e reciprocamente influenti, fortemente interagenti, e l’intervento sull’uno non può prescindere dalla considerazione dell’altro. In questo senso, possiamo comprendere come il complesso obiettivo della riduzione dei numeri relativi alle violenze di genere e i femminicidi debba essere raggiunto, accanto ai sacrosanti interventi legislativi e di condanna degli aggressori, attraverso interventi miranti l’assottigliamento della base della piramide, con una capillare e costante opera di educazione diffusa, nella sua forma preventiva e promozionale, alle differenze di genere. Ed è questo un livello che riguarda tutti e tutte, anche chi non ha mai agito o subito un atto di violenza efferata.

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Una “rivoluzione incompiuta”

Per analizzare il ruolo della donna e le rappresentazioni sociali sulla figura femminile nella contemporaneità è indispensabile uno sguardo alla storia che la precede, nella quale gli stereotipi, i pregiudizi, i modelli di femminilità e mascolinità diffusi si sono definiti e affermati.

Fino alla prima metà del secolo scorso il modello di femminilità dominante nel nostro Paese è stato quello di una donna totalmente dedita alla cura dei figli e al sostegno del marito, sostenuto dal riconoscimento della famiglia nucleare di stampo patriarcale come unico modello di famiglia possibile e dalla divisione netta, tipica della società industriale, tra lavoro produttivo, destinato agli uomini (breadwinner), e lavoro riproduttivo, destinato alle donne (caregiver). Il maggior riconoscimento per il lavoro produttivo ha sostenuto una stratificazione gerarchica dei generi e la complementarietà dei due sessi all’interno delle famiglie ha di fatto imbrigliato gli appartenenti a uno o all’altro in modelli fortemente radicati e definiti come opposti e complementari.

Questo modello viene messo in discussione a partire dai due conflitti mondiali, durante i quali si rafforza il ruolo politico delle donne e la loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del Paese, attraverso principalmente il lavoro in fabbrica in sostituzione degli uomini al fronte durante la Prima Guerra Mondiale e la partecipazione alle attività della Resistenza nel secondo conflitto. La prima metà del Novecento sconvolge e modifica tutte le dimensioni della vita tradizionalmente considerate appannaggio delle donne, permettendone l’accesso a esperienze prima impensabili: dalla vita autonoma, al lavoro salariato, all’impegno politico in un percorso culminato nella partecipazione all’interno della Costituente e nel diritto universale di voto sancito nel 1945. A livello giuridico, soprattutto nel decennio tra il 1975 e il 1985 – conosciuto come la decade delle Nazioni Unite per le donne – vengono introdotti importanti cambiamenti nelle leggi e nelle politiche relative all’empowerment delle donne e alla parità di genere negli ordinamenti di livello internazionale e nazionale, che assumono ulteriore vigore dopo che, con la Conferenza di Pechino del 1995, l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne e la piena uguaglianza tra i sessi vengono riconosciute non solo come elementi di rispetto dei diritti umani fondamentali, ma soprattutto come condizioni necessarie per il pieno sviluppo economico e sociale delle nazioni.

Nel corso dell’ultimo secolo, accompagnato dal percorso teorico dei gender studies, il ruolo delle donne nella famiglia e nello spazio pubblico è cambiato enormemente, in una sorta di rivoluzione che ha permesso alle soggettività femminili di avere accesso a luoghi, attività, comportamenti prima preclusi; i modelli di mascolinità e femminilità tradizionali sono oggi smentiti da maggiori livelli femminili di istruzione, inserimento nel mercato del lavoro, accesso a professioni diversificate, partecipazione alla vita sociale e politica, e da un più generale cambiamento sociale che comprende in primo luogo il superamento della famiglia nucleare patriarcale come unica forma di famiglia riconosciuta.

Uno sguardo alle statistiche ed un’analisi critica del “substrato” di stereotipi e rappresentazioni verso le donne che noi tutti e tutte incontriamo quotidianamente, però, mostrano come questo epocale, affascinante, complesso e accidentato percorso di cambiamento sia ben lungi dal potersi definire compiuto.

Le problematicità della condizione femminile nella contemporaneità possono essere riassunte, ancora, intorno a due nuclei di significato principali, due immagini stereotipate della femminilità, sempiterne e durissime a morire: la donna angelo del focolare e la donna oggetto sessuale.

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La donna angelo del focolare

Il Global Gender Gap Index è un indicatore del World Economic Forum che valuta annualmente la parità di genere in 153 Paesi. Se in nessun Paese al mondo si registra una situazione di parità di genere, con l’Islanda che si ferma all’87%, l’Italia si colloca attualmente al 76esimo posto, con un punteggio di 70,7%.

I settori che permangono come maggiormente problematici a livello globale sono la partecipazione politica e l’accesso al lavoro.

Rispetto a quest’ultimo ambito, la situazione italiana appare preoccupante, tanto per la partecipazione al l