Fondazione Arché si occupa del sostegno a bambini, madri e famiglie in difficoltà. Negli anni abbiamo scelto di porci in maniera ricettiva nei confronti dei bisogni sociali e territoriali in ambito familiare, tentando di rispondere in maniera coerente alle esigenze emergenti.

sfumature

Nel 2018, per la prima volta, ci siamo affacciati al mondo detentivo, all’interno della Sezione Nido del Carcere di Bollate. Settimanalmente un gruppo di volontarie della Fondazione entrava in carcere per supportare le madri con i loro figli, esperienza che si è interrotta con l’avvento della pande mia da Covid-19. Acquisita nei decenni una vasta esperienza sulla genitorialità e sulle fragilità materne, dal 2021, grazie al progetto “Un nido oltre i confini: interventi a tutela della maternità ristretta e dei minori”, finanziato dal Comune di Milano, in co-progettazione con l’Area Territorialità del Comune di Milano e il PRAP, siamo entrati in contatto diretto con il mondo detentivo femminile, nello specifico con le detenute madri e i loro figli.

Fondazione Arché opera all’interno di due istituti di pena che accolgono queste donne con i loro bambini: l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri Detenute (ICAM) e la sezione Nido all’interno del Carcere di Bollate. Varcato il blindo per la prima volta, siamo entrati in contatto con il sistema carcerario, gestito da agenti di polizia penitenziaria, funzionari giuridico pedagogici e professionisti afferenti all’Area Sanitaria, ma soprattutto siamo entrati in un luogo abitato da detenute-madri con i loro figli. Forse per deformazione professionale, e ancorati a quelle che sono le traiettorie umane e pedagogiche di Arché, abbiamo immediatamente invertito la definizione di “detenuta-madre” in “madre-detenuta”.

In educazione siamo o dovremmo essere abili nel porre lo sguardo là dove gli altri solitamente fuggono: è vero, parliamo di carcere e quindi di detenute, ma il nostro focus è un altro, la tutela del minore e l’accompagnamento dei nuclei mamma bambino in un contesto detentivo. In questo progetto siamo chiamati a preservare e sostenere il legame genitoriale, a far in modo che i figli delle madri/ detenute possano vivere tutte le esperienze educative e formative della loro età, fuori e dentro l’istituto di pena e a supportare le donne nel riconoscersi anche come “altro”, oltre al ruolo di detenuta e di madre.

Avere in mente che il nostro lavoro si focalizza sulla diade ci aiuta a mettere al centro la tutela del minore, permettendoci di orientare la bussola sempre in questa direzione. Il nostro lavoro è un servizio diurno, all’interno di un contesto “residenziale”, anche per questo motivo è fondamentale la collaborazione con le funzionarie giuridico pedagogiche e con gli agenti di polizia penitenziaria. Grazie a questo lavoro multidisciplinare è possibile sapere cosa accade anche in nostra assenza, riuscendo ad avere uno sguardo continuativo nono stante le brevi interruzioni di servizio. Il carcere si fonda su gerarchie ed equi libri da maneggiare con cura.

Vanno osservati e, se necessario, raddrizzati, smossi, “ri/messi in bolla”. Il carcere è un istituto fatto di regole. Per poter rispondere ai bisogni educativi dei nuclei pre senti è necessario essere flessibili, saper attendere, riposizionarsi. In un istituto di pena che accoglie detenute con figli non c’è certezza, i numeri cambiano frequentemente e le esigenze di madri e bambini di conseguenza. Siamo chiamati a essere presenti, ma allo stesso tempo a essere trasparenti. Come educatori ci muoviamo su un asse orizzontale, in avanti verso il bisogno, indie tro ove necessario, rimanendo visibili, dei punti saldi, presenze capaci di offrire, nonostante il contesto, risposte individuali e eterogenee per i bambini e le mamme. Non siamo chiamati al giudizio, né in relazione al reato commesso dalla donna e nemmeno al motivo che le ha spinte a portare con sé il proprio bambino.

Le motivazioni che muovono le madri a decidere di scontare la propria pena con il figlio accanto sono infinite. Spesso non hanno un luogo “sicuro” dove lasciare il proprio bambino, non riescono a separarsene, non vogliono lasciarli. Le “ragioni” possono essere moltissime e come educatori non spetta a noi (e forse a nessuno) dire se una madre ha fatto bene oppure no a compiere una scelta del genere. Noi siamo chiamati a sostenere e laddove possibile ad alleviare, temporaneamente, le fatiche di crescere un figlio in un istituto di pena. Se le ragioni che spingono una madre a compiere una scelta del genere sono infinite, tutte però sono accumunate dal profondo senso di colpa.

Da dove far partire il cambiamento, che consisterebbe nel dare piena compiutezza alla preminenza della tutela del bambino come stabilito dalla legge 62/2011? Finanziare la prevenzione, attivare pro getti educativi a sostegno dei nuclei mamma-bambini dopo il percorso detentivo, lavorare con altre culture, come quelle rom e sinti, madri con 7/8 figli, che la nostra società fatica (o non vuole?) vedere. Esempi possibili, solo per cita re alcuni pezzetti di un puzzle molto più complesso. Difficile rispondersi, in compenso vogliamo tenerci strette tante domande, per noi stessi e per il mondo legislativo. Andare a fondo di un tema così delicato significa negare risposte immediate, riduttive, ba sate troppo spesso sulla non conoscen za di queste realtà e delle umanità che le vivono. Poniamoci domande in merito, cerchiamo direzioni di rete, di senso, per la tutela di questi bambini. Sarebbe molto facile incasellare questo tema come giusto o sbagliato, non è tutto bianco o tutto nero.

Come Arché vogliamo provare a immaginare e restituire tavolozze di colori alle mamme, ai bambini e alle bambine che supportiamo e che ne hanno bisogno, portando dentro, oltre il “blindo”, più sfumature possibili.

Federica Barile
Responsabile Area Oltre la Pena

Il progetto “Un nido oltre i confini: interventi a tutela della maternità ristretta e dei minori”, è finanziato dal Comune di Milano, con fondi legge 285/97

 

 

 

 

Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti gli articoli dell’ArchéBaleno 70:

🧒🏻 Bambini in carcere mai – Paolo Dell’Oca
📖 Le parole del carcere – Valentina De Fazio
📊 Uno su mille è privo di libertà – Paolo Dell’Oca
❤️ Di grazia e di giustizia: l’affettività in carcere – p. Giuseppe Bettoni
🕊️ La situazione penitenziaria italiana: sfide, diritti e prospettive – Francesco Maisto
🪞 Un carcere, tante carceri – Lucia Castellano
⚓ Il porto lo fanno i marinai – Cristiano Valanzano
🐦 Presenze ingiustificate – Francesca Rupalti
✋🏼 Volontariamente all’ICAM – Carla Cherubini