
Il rosario delle emergenze non sembra lasciar spazio alla speranza in questi mesi: la guerra, la crisi climatica, le disuguaglianze sociali, la sanità pubblica. Parole dietro le quali fanno capolino universi di difficoltà e di risorse e di persone, che s’incrociano e soffrono e cercano qualcosa che vada vicino alla loro idea di felicità.
Ecco. E poi c’è il carcere. Ma dopo. Perché potremmo dividere l’Italia in due, per come viene percepita: un Paese libero, di quasi 60 milioni di cittadini, e un altro paese, privato della libertà. Si tratta di un paesone di 61mila persone, come gli abitanti di Fano, lo 0,1% della popolazione italiana.
Ed è quando la situazione nazionale e internazionale si fa critica che è più facile dimenticarsi dell’esistenza della popolazione carceraria, e dei suoi diritti. “Sono ben altri i problemi, se stanno lì ci sarà un motivo, fosse per me rintrodurrei la pena di morte, non capisco di cosa si lamentano che han da mangiare e da dormire a spese dei contribuenti”.
Adriano Sofri scrisse che “può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Per quanto noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti.
Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, parla chiaro: l’Italia, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è uno dei paesi dove ci si suicida di meno. Ma se si leggono i dati del 2021 del Consiglio d’Europa il nostro paese è al di sopra della media europea per i suicidi in carcere.
Le Regole Penitenziarie Europee, stilate nel 2006 proprio dal Consiglio d’Europa, dovrebbero guidare legislazione, politiche e prassi dei Governi degli Stati membri, e il 5° e il 6° principio fondamentale recitano che “la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera” e “la detenzione deve essere gestita in modo da facilitare il reinserimento nella società libera delle persone che sono state private della libertà”.
Purtroppo queste regole non hanno valore vincolante e suonano beffarde in strutture penitenziarie in cui prende corpo la percezione di sé come persona senza alcun diritto. “Lo svegliarsi la prima notte in carcere è una cosa orrenda” scriveva Silvio Pellico ne Le mie prigioni, arrestato dalla polizia austriaca a Milano nel 1820. Dopo due secoli Cristiano Valanzano, detenuto in semilibertà presso CasArché, confessa che quando si esce dal carcere e si rincontrano amici e parenti ci si rende conto che è come se si fosse stati addormentati per anni:
“Li trovi invecchiati, con i figli cresciuti. E tu?”.
Il carcere è un paese nel Paese. Dietro quelle mura, pensate per uomini, per bisogni di uomini, il 4% dei detenuti sono detenute, e le detenute spesso sono madri e portano con sé i figli piccoli. Questo è inaccettabile: ogni bambino ha diritto a crescere con i propri genitori fuori da un carcere, e questo diritto dev’essere esigibile anche quando uno o entrambi i genitori dovrebbero scontare una pena detentiva.
Il diritto del bambino è preminente, su questo siamo inamovibili ma lo è soprattutto la legge 62/2011: “quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”.
Cristiano descrive le strutture detentive con un’immagine; ci dice che il porto lo fanno i marinai, ma non crediamo che i marinai siano soltanto i detenuti e le detenute. Certamente lo sono anche gli agenti e le agenti penitenziarie, ma lo siamo anche noi, come educatori ed educatrici, e come cittadini di un Paese fondato su una Costituzione che all’art.27 prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tendere alla rieducazione del condannato. Questo deve avvenire oggi perché le condizioni della popolazione carceraria sono già un’emergenza italiana.
Paolo Dell’Oca
Portavoce e responsabile comunicazione
Nelle prossime settimane pubblicheremo tutti gli articoli dell’ArchéBaleno 70:
🧒🏻 Bambini in carcere mai – Paolo Dell’Oca
📖 Le parole del carcere – Valentina De Fazio
❤️ Di grazia e di giustizia: l’affettività in carcere – p. Giuseppe Bettoni
🕊️ La situazione penitenziaria italiana: sfide, diritti e prospettive – Francesco Maisto
🪞 Un carcere, tante carceri – Lucia Castellano
⚓ Il porto lo fanno i marinai – Cristiano Valanzano
🐦 Presenze ingiustificate – Francesca Rupalti
🎨 Sfumature – Federica Barile
✋🏼 Volontariamente all’ICAM – Carla Cherubini