
Giuseppe Giorgio, operatore di Arché e autore dell’articolo
Mi chiamo Giuseppe Giorgio.
Sono nato e cresciuto a Palermo in un quartiere piccolo e malfamato, dove la strada per la delinquenza era l’unica accessibile per i ragazzi. Da adolescente tornavo da scuola e correvo subito a casa dove mollavo lo zaino per incontrare il mio gruppo di amici con i quali organizzavamo delle partite a calcio in un piccolissimo centro di accoglienza chiamato Centro Arcobaleno 3P (Padre Pino Puglisi), gestito abusivamente ai tempi da una suora laica che per evitare di perdere i ragazzi si è beccata cinque denunce dal comune di Palermo per aver agito senza autorizzazione. All’inizio insieme con i miei amici abbiamo compiuto atti vandalici all’interno del Centro, azioni che ci divertivano, ma che facevamo con ingenuità. Non sapevamo a cosa avremmo potuto andare incontro, ma una cosa era certa: quelle nostre azioni non ci distinguevano dai delinquenti, anzi ci rendevano tali.
Il mio cambiamento è avvenuto dopo aver incontrato un volontario del Centro Arcobaleno, il quale, un giorno, tirandomi per l’orecchio, mi disse: “Tu non sei come loro”. In quel momento rimasi perplesso perché non riuscivo a capire da che parte stare, ma lui vedendo che non ebbi nessuna reazione impulsiva, continuò a parlarmi, prendendomi per mano, e mi disse: “Da domani in poi quando passi il cancello di questo Centro Accoglienza ti metterai al mio fianco, perché il centro ha bisogno di una bella manutenzione”. E così feci. Iniziai in sua compagnia a fare dei lavori di manutenzione sia per il Centro Arcobaleno che per la chiesa vicina. È stato così che ho imparato a imbiancare e a saldare il ferro.
Quel giorno per me è stato importante perché ho capito da che parte volevo stare.
Purtroppo in quel periodo mia mamma si ammalò gravemente e in poco tempo morì. Ero il figlio più grande con altri quattro fratelli e sorelle: era ora di rimboccarsi le maniche. Ho lasciato la scuola.
Ho fatto tantissimi lavori a Palermo. Ovviamente in nero. L’unico che mi ha appassionato davvero è stato l’autista-soccorritore. Un lavoro che mi ha insegnato molto nell’approccio con i pazienti e nel comportamento professionale da tenere durante il turno di lavoro. È stato per me un impegno molto importante e, nonostante la bassa retribuzione, ho continuato per ben nove anni.
A questo punto ho deciso di allontanarmi dalla mia terra. Ho girato e vissuto in diverse località dell’Italia alla ricerca di un lavoro, ma alla fine mi sono arreso e sono tornato nuovamente a Palermo. Evidentemente non ero contento del mio insuccesso: eravamo in piena pandemia e di conseguenza era più difficile trovare un lavoro.
Poco prima avevo ricevuto una telefonata da un amico che vive a Milano per un’offerta di lavoro molto interessante. Cercavano un autista-soccorritore: proprio la mansione che già svolgevo con passione a Palermo. Così ho prestato servizio per un lungo periodo nel capoluogo lombardo. Pur dovendo fare degli orari faticosi che mi costringevano ad alzarmi alle cinque del mattino, ero molto felice perché finalmente avevo in mano il mio futuro.

Un giorno, mentre stavo per finire il mio turno in ambulanza, è arrivata una chiamata sul cellulare di servizio che mi chiedeva di andare all’ospedale Fatebenefratelli per trasportare un bambino di due anni all’ospedale Buzzi. Non sapevo a chi appartenesse quel piccolo, che piangeva dalla paura. Istintivamente l’ho preso in braccio e quando l’ho fatto il bimbo ha smesso. Subito dopo è arrivata la sua mamma e quando l’ho vista i miei occhi brillavano e allora ho fatto in modo di tentare un approccio. Sono tornato a casa con il suo numero: ne ero affascinato, era una donna bellissima di ventun anni e con una vita piena di sacrifici. La ragazza mi ha detto di essere in comunità presso CasArché: un fatto curioso e ho voluto conoscerla sempre di più, fino a quando abbiamo deciso di iniziare una relazione.
La ragazza mi ha invitato anche ad un evento che si svolgeva presso CasArché. Era l’Arché Live con tante persone di ogni genere e ospiti di un certo livello. Io quel giorno ero in divisa di ambulanza, vestito tutto di rosso, mano nella mano con la mia ragazza e gli occhi di tutti e tutte puntati su di me. La ragazza mi ha presentato anche il presidente di Fondazione Arché, p. Giuseppe Bettoni, che mi ha fatto qualche domanda sulla mia vita e siamo riusciti a entrare in sintonia fin da subito. Ero molto contento perché non avevo mai parlato con persone di una certa importanza durante il mio percorso di vita.
Al primo incontro ne sono seguiti altri: ho scoperto che p. Giuseppe era contento della mia relazione con la mamma che lui seguiva da poco più di un anno. Mi ha confidato di aver visto in me un ragazzo pieno di valori, trasmettendomi forti emozioni. Un giorno mi ha raccontato della realtà che si vive in CasArché e mentre parlava sentivo delle bellissime sensazioni ed emozioni. Le sue parole hanno avuto un effetto positivo su di me: ho capito che vedere le mamme e i bambini che, nonostante le sofferenze subite, gioivano dentro CasArché, mi faceva stare molto bene.
Oggi convivo con la mamma e il bambino che avevo conosciuto in ambulanza. Non ho mai pensato di tornare indietro, perché amo la famiglia che ho costruito e i rapporti con i nuovi colleghi di lavoro, due cose che ho ottenuto dalla mia scelta. Ho trovato così conferma alle parole di padre Pino Puglisi che dicono: “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”.
Giuseppe Giorgio
28 anni, operatore di Arché
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🛣️ Ogni bivio costruisce il percorso – Alessandro Pirovano




