Padre Giuseppe Bettoni ha, tra le tante, una capacità profonda: riesce sempre a vedere segnali di speranza. Fondazione Arché, la sua creatura, compie trent’anni e da lunedì per celebrarla via Dante sarà teatro di “Nei miei occhi – Guarda i bambini in questa grande città“, una mostra di fotografie d’autore sull’anno di pandemia visto dai bambini.

«Perché dobbiamo tornare a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, come Gesù. Occhi che trasmettono fiducia».

Padre Giuseppe, com’era Milano trent’anni fa?

«Era una città segnata della tossicodipendenza. Io ero un fresco prete, avevo studiato teologia a San Benedetto del Tronto e planavo in questa nuova realtà, la parrocchia di Sant’Angela Merici, tra viale Zara, la Maggiolina. Vedevo questi ragazzi sfatti, accasciati sulle panchine, disposti a tutto per una dose. E dall’altro lato c’era una Milano della corruzione morale e civile. Insieme, però, una città che stava avviando le grandi trasformazioni, nella mobilità, nel lavoro, chiudevano le fabbriche e si apriva la stagione del computer».
C’era il cardinal Martini.

«E per fortuna, aggiungo. La sua era una presenza fondamentale per la crescita, dentro e soprattutto fuori la Chiesa. I suoi inviti al dialogo, alle aperture per capire l’altro. Mi ricordo che ci convocava in curia per ascoltare le storie, per conoscere la marginalità. E ci diceva di non chiuderci, voi siete il sale della città».

Come nasce Arché?

«Io ero in oratorio e nell’oratorio c’erano due anime che rispecchiavano la differenza sociale tracciata da una strada. Da una parte i ragazzi delle famiglie benestanti, dall’altra il disagio, ragazzi che vivevano direttamente sulla loro pelle lo spaccio, la tossicodipendenza. Gruppi che non riuscivano a trovare il punto di insieme, che si fronteggiavano. All’ennesimo atto vandalico dei ragazzi più violenti dovetti prendere il coraggio di metterli fuori ma allo stesso tempo mi interrogai e mi dissi che non potevo abbandonarli, che avrei dovuto trovare il modo di aiutarli, di ascoltarli. Così incominciai ad andare nelle case, ad ascoltare, a impedire loro di farsi di eroina per poi portarli, puliti, in comunità di recupero. Erano momenti durissimi. E all’improvviso ricevetti una telefonata da un assistente della clinica De Marchi per una scoperta che cambiava radicalmente la situazione».

Che cosa?

«L’Aids pediatrico. Bambini che nascevano positivi, da genitori tossicodipendenti, e che erano soli.
Mi chiamavano dalla De Marchi, poi dal Sacco, da Niguarda, la mia auto era diventata l’ufficio. Mi chiesero di costituire una sorta di ente per poter operare in strutture pubbliche e così facemmo. Non c’era letteratura, non c’erano conoscenze. C’erano medici bravissimi che mi accompagnarono subito nell’avventura, penso a Zuccotti, Galli, Albizzati, Principi, Moroni, era un dramma clinico ma soprattutto umano, questi bambini affidati ai nonni che si trovavano a svolgere nuovamente un ruolo e che avevano già la sofferenza dei figli tossicodipendenti. Quei tempi sono stati la mia vera facoltà di teologia, lì, in prima linea, ho imparato l’essenza del Vangelo».

Ovvero?

«Trasmettere speranza e non parlare di punizioni divine. Ho cercato di dare ma contestualmente ho ricevuto tanto, anch’io sono cambiato perché in quella gente emarginata, disperata, che si sentiva respinta dalla società c’era il germe dell’amore, della bellezza.
Bisognava solo aiutarlo ad emergere».

Ma perché una comunità di mamme e bambini?

«Perché non ne esistevano e la mia idea era ed è anche oggi che si debba sempre cercare di favorire il rapporto tra mamme e bambini, farlo crescere tenendoli insieme. Mi diedero una villetta in Fratelli Bandiera, agli inizi del ‘900 era una casa per maestre zitelle in pensione, pensate che welfare c’era già allora. Bene, incominciammo a pensare come ristrutturarla e organizzarla. Come detto, non c’era niente in Europa, così volai negli Stati Uniti, a New York prima e a Washington poi, parlai con Anthony Fauci. E scoprii con mano quanto ancora ci fossero le divisioni etniche, una comunità per mamme bianche e una per mamme nere, impensabile per noi. Era il ’96, l’anno dopo ci fu l’inaugurazione con Prodi, Rosy Bindi. E qualche giorno dopo arrivò Martini, che si fermò a parlare con tutte le sei mamme, ad ascoltare le loro storie. Un momento che non dimenticherò mai».

Trent’anni dopo, c’è ancora bisogno di case famiglie?

«Ce n’è ancora di più. Perché sono cresciuti i fronti del disagio. È aumentata la violenza domestica, ancora di più nell’ultimo anno, mamme picchiate e abusate davanti agli occhi degli stessi bambini. E poi ci sono le donne immigrate, noi ne abbiamo che sono state rinchiuse in Libia, che sono scappate da violenze inaudite, impensabili per il genere umano. Per questo c’è bisogno di testa e cuore, dobbiamo permettere a queste donne di costruirsi un percorso per camminare in autonomia. Noi siamo cuori pensanti, diamo amore ma lavorando insieme ad ogni singola intelligenza».

E Milano, trent’anni dopo, com’è cambiata?

«È propulsiva, dinamica, sempre pronta a rimettersi in discussione. Bellissima. Ma poi c’è l’altro volto, che non sempre si riesce a cogliere. È cresciuto tantissimo il disagio psichico, un vero dramma. Per questo come Arché stiamo avviando a Quarto Oggiaro uno sportello di supporto psicologico gratuito».

Lei dopo l’esperienza con le tossicodipendenze era in Santa Maria dell’Incoronata, corso Garibaldi, il cuore del cambiamento. L’ha lasciata per Quarto Oggiaro, perché? C’è ancora la spaccatura tra centro e periferia?

«Io stavo benissimo in corso Garibaldi tant’è che ci torno ancora, ogni domenica. Ma sentivo che dovevo nuovamente occuparmi di chi non ha voce per far uscire il proprio disagio. Vivere non per i poveri ma insieme ai poveri, cambiare la prospettiva per trasmettere e imparare perché solo così puoi capire bene. La condivisione, la fraternità che vince sulle competitività continua e sull’apparenza».

Padre Giuseppe, dopo un anno così difficile c’è una speranza?

«Sì, e la trasmettono i giovani. Bisogna cambiare il paradigma, serve un nuovo umanesimo che si rivolga agli ultimi, che difenda l’ambiente e vedo nei giovani questa voglia di cambiare».

E nella Chiesa?

«Beh, c’è papa Francesco che lo dice e testimonia ogni giorno. Ma nel complesso io credo che anche nella Chiesa sia arrivato il momento di un cambio di mentalità, di rimettere il Vangelo e i poveri al centro».

Pubblicato sull’edizione milanese di Repubblica, il 30/04/2021