Dal 2016, in Italia, parlando di famiglia, ci si riferisce a tre istituti giuridici: il matrimonio, l’unione civile e la convivenza di fatto (cfr. Legge n. 76 del 2016). Indipendentemente dalla circostanza che sia nato o meno all’interno del matrimonio, comunque, la tutela del figlio è riconosciuta, anche se la parificazione dei figli delle coppie non coniugate con quelli nati nel matrimonio è relativamente recente (è affermata dal nuovo testo dell’articolo 315 del Codice Civile per il quale «tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico»). Come siamo arrivati a questa “rivoluzione di sguardo” per il nostro ordinamento giuridico nella materia in esame?

È con i principi stabiliti a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, e poi più nello specifico con la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata dall’Italia nel 1991, che viene modificata l’idea di bambino che «non si configura più come mero oggetto di tutela e protezione, ma come vero e proprio soggetto di diritti, come persona che ha un proprio valore e una propria dignità». Questa idea è alla base del riconoscimento dei diritti dei minori nel nostro ordinamento giuridico e dell’individuazione degli strumenti per promuoverli, tutelarli e difenderli.

Il nuovo articolo 315 bis del Codice Civile disciplina i diritti e doveri del figlio, precisando che «ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturale e delle sue aspirazioni. Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti. Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Per quanto riguarda i genitori, invece, il nuovo articolo 316 (responsabilità genitoriale) del Codice Civile precisa che «entrambi hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e dalle aspirazioni del figlio. (…) In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei».

Anche quest’ultimo articolo testimonia il cambio culturale intervenuto: infatti, oltre all’eliminazione di qualunque forma di disparità tra figli, non si prevede più il concetto di “potestà” del genitore, avendolo sostituito con quello di “responsabilità genitoriale”.

A ben vedere, la differenza è importante: se prima, la parola “potestà” faceva riferimento a un potere assoluto e incontrollato del genitore, con il termine “responsabilità” si afferma invece il diritto del minore a un pieno sviluppo della personalità. È interessante considerare, neanche poi tanto a titolo di suggestione, che la responsabilità contempla anche il risarcimento, nel caso in cui ci sia un danno…

Coerente con questo diverso approccio culturale, l’articolo 336 bis del Codice Civile rimarca che «il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento è ascoltato dal presidente del tribunale o dal giudice delegato nell’ambito dei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano» ed è parte nei procedimenti di adottabilità. In conclusione sono certo che condividiamo tutti il pensiero di Janusz Korczak, medico, pedagogo e scrittore polacco di origine ebrea, riassunto in queste poche parole:

«Dici: è faticoso frequentare i bambini. Hai ragione. Aggiungi: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, scendere, piegarsi, farsi piccoli. Ti sbagli. Non è questo l’aspetto più faticoso. È piuttosto il fatto di essere costretti ad elevarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Di stiracchiarsi, allungarsi, sollevarsi sulle punte dei piedi. Per non ferirli».

Per ciascuno di noi l’imperativo di non ferirli comporta necessariamente il desiderio di tutelare e di difendere tutti i bambini che ci donano la loro ricchezza.

di Guido Maria de Georgio
Avvocato, consigliere di Arché

 

DOSSIER: La domanda dei figli