Sara Doris dal 2006 è presidente esecutivo di Fondazione Mediolanum, onlus impegnata in iniziative a sostegno dell’infanzia disagiata in Italia e nel mondo. Nel 2016, la Fondazione ha supportato Arché nella realizzazione di CasArché.

Oggi essere madre in Italia è complesso, i dati riflettono una natalità sempre più in crisi. Cos’è cambiato rispetto al passato?

«Se penso alla mia infanzia, c’erano i miei nonni materni e paterni e si viveva tutti vicini a Tombolo: mia mamma era presente, ma quando ha iniziato a seguire mio padre per lavoro, avere i nonni accanto è stata una grande fortuna. È il modello di famiglia allargata, che diventa rilevante nella vita dell’individuo perché significa che c’è sempre un riferimento concreto, qualcuno che si occupa di te.

Credo che, nel tempo, questo modello si è un po’ perso perché la società contemporanea ti porta a viaggiare, a cambiare città, per esempio per motivi di lavoro, e quindi a restringere il gruppo familiare a scapito della sicurezza e sostegno che c’era quando il nucleo familiare era un po’ più grande, vicino e solido.

Bisogna imparare ad avere una visione più del noi che dell’io, perché per nutrire i rapporti umani è necessario partire dal capire di cosa c’è bisogno in questo nucleo e non di cosa ho bisogno io. Solo allora riesci a fare del bene a tutti e a tenere il nucleo compatto».

Lei è impegnata con la Fondazione in moltissimi progetti rivolti ai bambini italiani e non. Cosa ha tratto da questa sua esperienza per il suo essere madre?

«Tantissimo. Lo vedi anche in casa, in famiglia, nell’esempio che dai sull’importanza di darsi da fare per la comunità. Se un figlio vede che lo fai, questo viene assorbito anche senza raccontare niente. Per esempio, due delle mie figlie d’estate hanno fatto, per loro scelta, volontariato negli orfanotrofi ed è un’esperienza che le nutre tantissimo. Una di loro, quando è tornata, era la ragazza più felice del mondo, e proprio nell’età dell’adolescenza, la più complicata: lei riusciva a manifestare la parte più bella di sé, perché era stata nutrita dal suo darsi agli altri gratuitamente e vivere in contesti dove capisci l’importanza di avere degli affetti rispetto a chi non ha avuto questa fortuna.

Questa è una risorsa importante anche per me, perché nella società di oggi, veloce con mille messaggi, come adulto quando ti trovi vicino a persone che stanno vivendo momenti di disagio, per di più bambini, ti riporta all’ABC della vita: “Cos’è importante e di cosa possiamo fare a meno?”.

Io mi ritengo molto fortunata per quello che posso fare nella Fondazione e ringrazio per questo mio fratello (Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, ndr) che si occupa dell’azienda al 100% e mi consente di dedicarmi ai progetti associativi e soprattutto di incontrare tantissime belle persone: al di là di tutti i fatti di cronaca non felice che si leggono sui giornali, c’è una porzione di mondo, che è la maggior parte per fortuna, che invece si adopera per il bene.

Tutto questo nutre la mia vita privata, aiutandomi a ridimensionare le difficoltà personali anche di genitore e così vedi le cose in un’ottica più allargata e con quella dose di distanza che ogni tanto ci vuole».

Qual è il valore più importante che prova a trasmettere ai suoi figli?

«Senz’altro l’amore, è il valore che li comprende tutti. Perché amore vuol dire voler bene all’altro così come è, senza volerlo cambiare con pregi e difetti. L’amore è per le persone e per la vita. Vuol dire tolleranza, generosità, pazienza. Vuol dire tante cose. Ma se nel fare bene agli altri non c’è l’amore, è sicuramente diverso.

Tante aziende oggi sono attive nel sociale ed è un qualcosa che esiste davvero, c’è sempre più connubio tra profit e non profit: questo è molto positivo ed una nuova forma di amore nella società. Oggi il business lo puoi fare in modi molto diversi, ognuno ha il suo ruolo, ma la cosa importante è condividere e credere nella forza e nell’amore della responsabilità sociale.

Mi è piaciuto molto il giro che ho fatto in CasArché perché rispecchia tutti questi valori di ‘famiglia allargata’: si respirava molto questo senso di appartenenza ad una famiglia più grande dove operatori e volontari lavorano mossi tutti da un obiettivo comune che è il bene dell’altro».

Molti nostri volontari ci riportano di come loro vengano per dare, ma che poi ricevano molto di più di quello che hanno dato. Pensando ai suoi figli, qual è la cosa che ha imparato di più da loro?

«Difficile: i figli sono cinque e ognuno ha caratteristiche diverse! Ma, in generale, la cosa che mi trasmettono di più come ragazzi è l’allegria, la capacità di prendere la vita con leggerezza che non significa superficialità, ma vuol dire apprezzare e godere di quello che hai in quel determinato momento.

Io, come adulta, mi trovo proiettata sempre sul dopo, il domani, per le tante cose da fare, mentre i ragazzi, ad un certo punto della giornata, si fermano, ascoltano la musica e cantano, semplicemente. Questo mi ricorda che la vita va ‘celebrata’, ti devi fermare, uscire dalla frenesia e godere del presente e di ciò che hai… E, per esempio, cantare».

DOSSIER: La domanda dei figli