Jacopo Dalai ha conosciuto padre Giuseppe quando aveva solo quattordici anni. Era il 1984 e lui era un adolescente dell’oratorio Sant’Angela Merici. Poi è diventato un ragazzo, uno di quelli alternativi, che non si sentivano conformi al mondo, con tuttavia tanta voglia di cambiarlo. Rompere gli schemi sì, ma senza estraniarsi: «Dentro quell’oratorio», racconta, «ho coltivato la spinta all’impegno sociale».

Oggi è un uomo di 46 anni, è papà di due bambini e di una ragazza in affido, ha fatto tante esperienze e quell’impeto di creatività gli è rimasto addosso. È un “figlio di Arché”, ma anche genitore di tante iniziative a cui ha dato vita dentro la Onlus, da Pensieri e Colori a Nivalis, di cui è presidente.

Questo numero è dedicato al tema dell’essere figli e ci sei venuto in mente tu…

«Forse per quello che hai scritto prima: sono un po’ un figlio di Arché».

Com’è cominciata con Arché?

«Ho iniziato facendo un po’ di grafica per il giornalino. Poi l’impegno è aumentato, ho coinvolto anche mia mamma. Molti di noi facevano già gli educatori in oratorio, l’attenzione ad occuparsi degli altri ha sempre avuto radici in me. In Arché ho potuto trasformare una mia sensibilità in un mio impegno di vita».

Da te è nata Pensieri e Colori, che si occupa di reinserimento lavorativo per persone svantaggiate.

«Avevo 24 anni. Un’esperienza faticosissima ma molto generativa. Improvvisamente mi sono trovato ad avere una bella responsabilità. Guardando tutto con gli occhi di oggi mi vedo un po’ incosciente ma anche fortunato: ho avuto la grande opportunità di fare un’esperienza importante».

Nel 2000 hai fondato Nivalis.

«Nivalis è un consultorio gratuito per ragazzi con disagio personale e psicologico. Ci vengono inviati dai Servizi Sociali. Hanno delle storie molto complicate, delle vicende dolorose. Spesso padri lontani, in carcere, madri molto affaticate. A volte, c’è una questione psichiatrica dei genitori, altre ci sono allontanamenti. Capita che l’adolescente metta in luce questo dolore attraverso comportamenti devianti».

Quanto a te, adesso non sei più solo figlio.

«Sono anche papà. Ho due bambini piccoli e, da poco, una ragazza di 17 anni in affido».

Cosa dicono i bambini di lei?

«Michele e Nina hanno 4 e 6 anni. Le si sono già legati. Mi chiedono: ma lei cosa farà nel futuro? Non è che si troverà ancora sola? Lo chiedono anche a lei, a dire il vero».

E lei cosa risponde?

«Lei risponde con grande disinvoltura. Dice che tra poco sarà una giovane donna e che sarà autonoma. Ha voglia di emanciparsi, come molti adolescenti della sua età. Forse per lei è una spinta ancora più forte: avendo un passato familiare complicato, vuole mettere un punto e ripartire da zero, con una storia nuova, tutta sua».

Anche il tuo lavoro ti porta a contatto con l’essere figlio.

«Sono a contatto con tanti ragazzi che hanno bisogno di parlare del loro essere figlio: sono adolescenti allontanati dalle loro famiglie. E, spesso, accade una cosa: nessuno affronta più con loro il tema delle origini, della loro storia, cercando in qualche modo di allontanarla. È come se gli adulti della rete di cura non volessero affrontare con loro argomenti scomodi, di cui invece hanno un gran bisogno di parlare. Noi certi argomenti cerchiamo di affrontarli».

Che cosa chiedi?

«Chiedo molto semplicemente com’è composta la loro famiglia. Tipicamente mi parlano della madre e dei fratelli. Allora io domando: “e tuo padre?”. E mi guardano con gli occhi sgranati, come per dire: “davvero vuoi sapere di lui?”. Beh, sì che voglio saperlo. Anche se è inadeguato, è pur sempre tuo padre. Nessuno gliel’aveva più chiesto. È una cosa che non sempre i Servizi Sociali comprendono: la necessità profonda di comprendere la propria storia personale, le proprie radici. L’unico modo per pensare al proprio futuro è ripensare al proprio passato. Al proprio essere figli».

foto| @Gil

 

DOSSIER: La domanda dei figli