La storia della famiglia Albizzati si intreccia con quella di Arché. E per questo la modifica. Ne viene modificata. Testimonia di come l’essere figli – e l’essere genitori – è qualcosa che va oltre la realtà biologica. È un “sistema” più complesso, un percorso impegnativo, una realtà unica da vivere fino in fondo, nonostante le paure e le difficoltà. Perché, alla fine, è ciò che offre senso alla vita.

Marina è una donna minuta, bionda con gli occhi azzurri. Sembra una ragazzina, ma ha lo sguardo deciso di chi possiede una forza sovrumana. La sua bambina la sognava proprio come è Kavita: capelli neri e lunghi come fili di seta, occhi profondi scuri, piccole pozze di petrolio. Marina e suo marito Alessandro sono da anni amici di Arché, lui è anche denotr al Consiglio d’Amministrazione. Sono di Milano. Kavita, che ha 23 anni e una passione per la recitazione perfezionata attraverso scuole e corsi («Ma sto studiando Psicologia all’Università», ci dice), è nata a Delhi.

«Erano anni che provavamo ad avere figli biologici senza riuscirci, così abbiamo pensato all’adozione, pur non escludendo la possibilità di avere un bambino per via naturale», spiega Alessandro. «Quando abbiamo ricevuto la notizia dal Tribunale di una possibile adozione internazionale, fu Carla Panceri, allora volontaria in Arché e nostra grande amica, a darci una mano nella compilazione dei moduli».

Un bambino non si sceglie, ma può essere un sogno. Confida Marina: «Da ragazza, desideravo una figlia come Kavita. E tutto il percorso per l’adozione è stato fatto seguendo quella strada: sentivamo che doveva esserci questo incontro». Tanto che, precisa Alessandro, «Anche se avessimo avuto figli biologici, Kavita sarebbe venuta con noi». Una convinzione per i coniugi Albizzati.

Un po’ meno per il Tribunale dei minori: «La loro politica è quella di scoraggiare l’adozione per i genitori che continuano a cercare figli biologici. Per noi, invece, le due strade correvano assolutamente in parallelo».

Dopo 4 anni («Un tempo infinito…», ammette Alessandro), gli Albizzati volarono in India. Kavita aveva 5 anni, e da poco tempo viveva nell’istituto dove incontrò i suoi genitori. I primi anni furono un po’ di “rodaggio, ma «nessuno nasce con un libretto di istruzioni», precisa Kavita. «Forse», aggiunge, «c’è stato un “eccesso di naturalezza” nell’introdurmi in questa nuova famiglia italiana, mentre io mi portavo dietro delle domande a cui cercavo di dare una risposta, e dei ricordi della mia vita precedente in India che cercavo di ordinare».

Ma in tutte le famiglie ci sono momenti in cui ci si conosce a vicenda. Ci si scopre. E ci si incontra. Le famiglie adottive non sono diverse. Si reggono, come le altre, su amore e sincerità. «Anche se avessimo adottato una bambina italiana», rimarca con fermezza Marina, «non le avremmo mai nascosto le sue origini». Conferma Alessandro: «Non sarebbe stato un segreto, ma una bugia. E una famiglia non si costruisce soltanto sul sangue». Di sicuro, una figlia adottata parte in salita: «Il bullismo a scuola non l’avevamo messo in conto», prosegue Marina, «soprattutto in una città “aperta” e cosmopolita come Milano».

E per Kavita non è stato facile: «Vivevo la naturalezza a casa, mentre a scuola mi facevano sentire “fuori luogo”: un contrasto non facile da superare». Ma che rende più forte. E fa crescere. «Già alle scuole medie ero più corazzata», precisa la ragazza. «Ma il prezzo che lei ha dovuto pagare è stato altissimo», ammette Alessandro. Pregiudizi e ignoranza difficili da spiegarsi, e da credere possibili, che però hanno investito Kavita come una folata di vento che non ti aspetti.

«Non ho mai pensato di avere altri genitori», confida Kavita. «So che ci sono due persone che mi hanno messo al mondo: in parte ho dei ricordi. Tuttavia, mia madre è la donna ora seduta accanto a me. La mia famiglia è questa e i veri genitori che mi hanno dato tutto sono loro: sono fortunata, perché ho avuto una seconda possibilità». La curiosità e il desiderio di trovare le proprie radici, però, si sono fatte sentire.

«Lo scorso inverno, siamo partiti alla volta dell’India», dice Kavita.

«Per anni non ho voluto fare questo viaggio, perché non volevo cercare le persone che mi avevano abbandonato. Ma poi ha prevalso la curiosità, appunto: lo desideravo da sempre, ma avevo paura di dover affrontare una verità diversa da quella che mi ero costruita. Perché un abbandono è sempre una cicatrice che ti rimane, indipendentemente dalla motivazione. Forse è per questo che, inconsciamente, ho rimosso molte cose: prima, parlavo perfino in hindi, poi a un certo punto ho completamente rimosso il passato.

E sono entrata nel futuro».

C’era un passato con cui fare i conti, e una quotidianità da costruire. «E per farlo occorreva andare avanti, comunque», riflette Alessandro.

Del resto, questo è il segreto: «Avevamo tutti e tre il desiderio di essere una famiglia», precisa Kavita.

«Per molto tempo, mi sono sentita sbagliata, in questa casa, ma ho sempre avuto l’appoggio di mia madre: lei “mi viveva”, sentiva le mie emozioni. E ora sono qui, in questa famiglia che è un luogo dove costruisco il mio percorso di vita. Oggi, ho la consapevolezza di essere diversa. Ma giusta. Seguo le mie passioni, che magari non sono le stesse dei miei genitori. Ma non sarei io, se rinunciassi». Ci sono stati momenti difficili, «Ma essere genitori è ciò che dà senso alla vita», evidenzia Marina.

E per il futuro Kavita ha le idee chiare: «Fino a qualche anno fa, volevo 17 figli. Adesso ho ridimensionato le mie aspettative… Diciamo che ne vanno bene anche tre!».

di Agnese Pellegrini

 

DOSSIER: La domanda dei figli