Non chiamiamolo “prete di strada” o “prete impegnato nel sociale”, don Roberto Malgesini è stato un prete che in silenzio, con fedeltà e con grande amore ha vissuto il Vangelo.
Quelle sono etichette che riducono la comprensione dell’immensità di una vita che si è spesa per il Vangelo e quando spendi la vita per il Vangelo, non puoi che spenderti per i poveri. E poi devi sapere che non puoi che andare incontro allo stesso destino che ha conosciuto Gesù.

Ora per don Roberto questo ha significato perdere la vita, versare il sangue. Tragica coincidenza, il 15 settembre 1993, veniva ucciso a Palermo don Pino Puglisi. Ora anche di don Pino si può dire che era uno che lottava contro la mafia ed è indubbio, ma andava contro le mafie perché annunciava il Vangelo. Chi si mette a servire il Vangelo mette in conto che questo può anche costare la vita, letteralmente. Ma può costare la vita anche in senso traslato come succede ai più di essere poco graditi e guardati in tralice, con diffidenza ed essere considerati arretrati, superstiziosi e sfigati. A meno di esibire rosari e devozioni. Ma tant’è. La cosa decisiva è scegliere di servire il Vangelo e solo il Vangelo, niente di più.
Nessun gruppo, nessuna appartenenza possono spostare il cuore sul quale si appoggia la vita.

Ed è una libertà straordinaria. E poi quando hai di fronte un povero, uno scartato non ti viene nemmeno di guardare il passaporto, il certificato di battesimo o il paese da dove viene… il tuo sguardo è già un atto di responsabilità nei suoi confronti perché il Vangelo ti insegna a condividere profondamente l’umano che c’è in ciascuna persona, donna, uomo, bambino che incroci sulla tua strada. Scendi con lui nella povertà, perché è anche la tua povertà. Ma c’è anche da ricordare che chi vive il Vangelo finisce per turbare qualche benpensante: basti ricordare come don Roberto fosse stato multato da zelanti vigili urbani perché aveva oltraggiato le disumane ordinanze del sindaco.

Il povero disturba l’ordine pubblico e scalfisce il decoro della città, ma chi si prende cura dei poveri rompe proprio. È in questo brodo culturale che si alimenta l’odio e l’intolleranza e un sistema simile non può che generare poveri. In una società in cui non c’è lavoro e i contratti sono precari, in cui non c’è formazione sufficiente e i salari come quelli dei braccianti sono da fame… in un’organizzazione sociale in cui lo scopo dell’educazione è costruire persone competitive e performanti, che hanno come obiettivo di guadagnare un sacco di denaro per evitare quei lavori che altri lavoratori dovranno assicurare, in cui bisogna avere sempre a disposizione le ultime novità, in cui bisogna sempre consumare, in cui uno crede di avere il dovere di agire come gli piace… Ecco in una società così, una ricetta sicura per complicarsi la vita è occuparsi degli altri. Se poi ti occupi dei poveri te la rendi anche rischiosa.

P. Giuseppe Bettoni, Presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato sulle pagine milanesi di Repubblica, il 17 settembre 2020.