Hanno reagito alla crisi con impegno nel volontariato e creatività. Ma dal mondo «adulto» hanno avuto solo risposte assenti o confuse Non basta riempirli di sussidi, occorre investire in scuola e lavoro E come ricorda Draghi «privarli di futuro è l’ingiustizia più grave»
 
 

Ad ascoltarli i giovani ci sorprendono e sparigliano i nostri pregiudizi e per quanto noi adulti siamo tentati di livellare e omologare le loro diverse posizioni avremmo molto da ricevere da loro, se solo fossimo più disponibili e liberi di ascoltarli. L’esperienza monastica (guarda un po’ dove dobbiamo attingere!) ha messo per iscritto questa necessità, tale era e continua a essere la tentazione di escluderli dai processi decisionali. Infatti San Benedetto, riconoscendo che nelle situazioni difficili e nel perdurare dei problemi tutti devono essere coinvolti, nella Regola al capitolo 3 puntualizza: «A consiglio siano chiamati tutti, poiché spesso è al più giovane che il Signore rivela ciò che è meglio».

Non mi pare che questo avvenga nei conventi, e non solo perché i giovani sono sempre meno, ma non avviene neanche laddove i giovani ci sono e abitano da cittadini la vita pubblica. Siamo resistenti a riconoscere loro un ruolo che non sia solo quello di destinatari delle nostre sapienti iniziative e intelligenti decisioni. Non siamo disposti a fare un passo indietro per lasciare spazio alla loro visione delle cose. È più semplice distribuire loro sussidi, anche se prima o poi questi finiranno e resteranno generazioni senza formazione, con una grave mancanza di professionalità e di competenze.

Ascoltiamo come hanno reagito e come si sono organizzati la vita nel periodo di massima chiusura a causa della pandemia. C’è stato chi è rientrato dall’estero, c’è chi ha spostato i programmi e rinviato nel tempo alcuni progetti di vita, c’è chi ha rimandato il matrimonio, chi non si è iscritto al master… e comunque le inchieste di centri studi e università (come quella dell’Istituto Toniolo raccontata su queste pagine) ci raccontano che la chiusura li ha costretti a fare i conti con le proprie paure, con la vita affettiva messa in discussione, con lo stress, ma soprattutto con la propria solitudine: un’esperienza che qualcuno ha riempito di connessioni social, videochiamate infinite, videogiochi, Netflix a gogò… salvo poi sbroccare quando si è trattato di riprendere le relazioni e i contatti col mondo. Per altri è stato un ritrovare la vita di famiglia perché – mi dicono – se ci si pensa, tra l’università, il lavoro, la vita sociale e gli interessi, viviamo davvero poco la famiglia. Affermazione che pone qualche domanda a noi adulti. E poi c’è stata e c’è una gran parte di giovani che si sono messi in gioco. Come quelli che, nell’ambito del progetto «Città dei giovani» sostenuto dall’Anci e dalla Regione Lombardia nei comuni di Novate Milanese e Baranzate, coordinati da Arché hanno realizzato un orto sociale: «Finalmente abbiamo lo spazio per fare qualcosa». Ma anche la settantina di giovani volontari della nostra Fondazione che hanno provveduto alla consegna di pacchi alimentari, hanno aiutato i piccoli a fare i compiti via Skype, hanno provveduto alla spesa per chi non poteva uscire…

«Spesso è al più giovane che si rivela la via migliore», diceva San Benedetto. Ma oggi cosa hanno da dire a noi adulti in questo frangente? Anzitutto chiedono agli uomini di scienza e ai politici una maggior coerenza nelle decisioni: se guardi a un adulto t’aspetti una direzione chiara e autorevole, per questo sono i primi a mettere in discussione l’idea di aprire le discoteche per la paura di scelte impopolari, sono i primi a esigere una comunicazione meno confusa per aiutare i cittadini ad affrontare senza ansia la situazione. Sono loro a chiedere ai politici di fare vera politica: «Siamo stanchi di annunci e di promesse». Chiedono più investimenti nella formazione, nella cultura, nell’integrazione. Sono i primi a puntare il dito su governanti che non hanno saputo pensare ai bambini e ai bisogni della scuola. Sono loro a denunciare l’aver abbandonato a sé stesse le organizzazioni di volontariato costrette a inventarsi modalità di contatto e di prossimità e finanche a procurarsi mascherine, guanti, gel…

E poi la questione del lavoro: i giovani sanno bene che il lavoro non c’era già prima della pandemia. Le cause sono altrove e non accettano la facile risposta che fa ricadere sul Covid-19 la causa di tutti i mali! Stiamo attenti perché con la nostra politica assoggettata ai sondaggi e incapace di assumersi le responsabilità che ci competono finiamo per privare i giovani del futuro e questa «è una delle forme più gravi di diseguaglianza», come ci ha ricordato Mario Draghi. Sono loro a dirci che non ci può essere un «capitalismo green», che occorre puntare su uno sviluppo sostenibile, sulla cultura dell’innovazione. Sono loro testimoni di quella resilienza che li ha portati ad adattarsi alla situazione senza rassegnarsi, ma con un’invincibile fiducia che le cose possono cambiare, perché sanno perfettamente che, come evoca una poesia di Livia Chandra Candiani, «di guerrieri indifesi ha bisogno il mondo».

P. Giuseppe Bettoni, Presidente di Fondazione Arché

Articolo pubblicato su Buone Notizie, inserto del Corriere della Sera, il 15 settembre 2020.