Nel cuore della Casa di Reclusione di Bollate, all’interno della sezione femminile, si svolge ogni giorno, da lunedì a giovedì, un’esperienza che parla di lavoro, responsabilità, dignità e possibilità di cambiamento. È il Laboratorio Papa Francesco, un progetto che nasce con l’idea semplice ma potente di restituire alle persone recluse uno spazio dove imparare, produrre e ricostruire un senso di appartenenza alla comunità attraverso l’impegno concreto.
Il laboratorio è parte del progetto Il Senso del Pane ed è stato portato a Bollate grazie alla collaborazione tra Fondazione Arché e Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, con il sostegno di realtà filantropiche impegnate nella promozione dell’inclusione sociale. Oggi coinvolge tre donne detenute, impegnate quotidianamente nella produzione di ostie in uno spazio attrezzato e riconosciuto come luogo di lavoro vero e proprio.
Nel laboratorio nulla è simbolico solo in astratto. Qui si lavora davvero: quattro ore al giorno, dal lunedì al giovedì, con ruoli definiti, responsabilità precise e una divisione dei compiti che richiede coordinamento e fiducia reciproca. Una donna prepara l’impasto, un’altra utilizza il macchinario, una terza si occupa del confezionamento. Un processo semplice solo in apparenza, che richiede attenzione, continuità e rispetto delle regole.

Questa dimensione concreta è ciò che rende l’esperienza significativa. Il laboratorio non è un’attività riempitiva, ma un contesto professionale che permette di acquisire competenze tecniche e, soprattutto, relazionali: puntualità, collaborazione, gestione dei conflitti, capacità di stare in un gruppo e di assumersi responsabilità verso un risultato comune. Tutte abilità fondamentali per un futuro reinserimento sociale.
Il valore del Laboratorio Papa Francesco risiede nel processo più che nel prodotto finale. Le donne coinvolte portano con sé storie complesse, spesso segnate da fragilità personali e percorsi di vita difficili. Il lavoro diventa allora uno spazio in cui ricostruire un’immagine diversa di sé: non più definita esclusivamente dal reato, ma dalla capacità di impegnarsi, rispettare regole, contribuire a qualcosa che va oltre il proprio vissuto individuale.
Il riscatto, in questo senso, assume una dimensione profondamente civica. Non è una concessione né una scorciatoia, ma un percorso che passa dalla responsabilità quotidiana. Significa dimostrare che il cambiamento è possibile, che l’errore non esaurisce l’identità di una persona e che il lavoro può essere uno strumento di riscatto.
Il valore di un laboratorio come questo emerge con ancora maggiore forza se inserito nel quadro generale del sistema penitenziario italiano. I dati più recenti restituiscono una fotografia critica: nel 2025 le persone detenute in Italia sono oltre 62.700, a fronte di una capienza regolamentare di circa 46.700 posti, con un tasso medio di sovraffollamento superiore al 134%. In numerosi istituti la percentuale supera il 150%, con punte vicine o superiori al 190%.
Il sovraffollamento incide pesantemente sulla qualità della vita detentiva: limita l’accesso al lavoro, alla formazione e alle attività trattamentali, aumentando tensioni, isolamento e fragilità emotive. In questo contesto, ogni spazio che offre senso, struttura e prospettiva assume un valore strategico. Il lavoro diventa non solo un diritto, ma uno strumento fondamentale di equilibrio e crescita personale.
Il laboratorio non è un luogo ideale o privo di problemi. Le dinamiche di gruppo possono essere complesse: caratteri diversi, vissuti difficili, tensioni che emergono e richiedono un continuo lavoro di mediazione. Anche la motivazione può oscillare, influenzata da fattori personali o dalle regole stesse del carcere, che in caso di comportamenti problematici possono portare alla sospensione dal lavoro.
Eppure, è proprio dentro queste difficoltà che il laboratorio svolge una funzione educativa essenziale. Imparare a rispettare un impegno, a gestire i conflitti, a portare a termine un compito nonostante gli ostacoli è parte integrante del percorso di responsabilizzazione.
Il Laboratorio Papa Francesco non resta chiuso entro le mura del carcere. La produzione è destinata all’esterno e questo crea un ponte concreto tra dentro e fuori, riducendo la distanza simbolica che spesso separa il carcere dalla società civile. Le persone detenute non sono più solo destinatarie di misure, ma soggetti attivi di un processo che genera valore.
Sostenere esperienze come questa significa investire in una visione di società più responsabile, capace di guardare alla pena non solo come punizione, ma come occasione di cambiamento e prevenzione futura.
In un sistema penitenziario messo sotto pressione dal sovraffollamento e dalla scarsità di risorse, il Laboratorio Papa Francesco mostra che percorsi alternativi e concreti sono possibili. Non si tratta di eccezioni virtuose, ma di modelli replicabili che mettono al centro la dignità della persona e il lavoro come strumento di crescita.
Offrire lavoro, responsabilità e strumenti di crescita alle persone detenute significa proprio questo: prevenire, costruire futuro, rafforzare il patto civile su cui si fonda la convivenza sociale.
Chi conoscesse parrocchie che volessero le ostie prodotte può scrivere a Valentina Sangregorio, a Vittoria Veneroni o chiamarle allo 02 603603.
Simone Zambelli