È una carta e non un manifesto, ci tengono a ribadire i promotori, “a sottolineare il valore di un documento aperto, inclusivo, ospitale”. È la Carta di Firenze, il documento presentato e consegnato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’ambito del festival nazionale dell’economia civile. La seconda edizione, andata in scena a Firenze a settembre, è stata promossa  da diverse realtà come Federcasse (Federazione Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali (BCC), NeXt – Nuova Economia per Tutti,  SEC (La Scuola di Economia Civile) e Confcooperative per “riscoprire e attualizzare – presentando tante “buone pratiche” che già esistono – i valori alla base dell’Economia Civile, patrimonio necessario per ricostruire un autentico senso di comunità e tornare a guardare al domani con fiducia e speranza”.

Come ci ha dettagliatamente spiegato Sabrina Bonomi all’Arché Live, l’economia civile a cui era dedicato il festival è un modo nuovo e innovativo di guardare alla realtà economica, come mostrano le buone prassi che già esistono.

Sembra quasi scontato dire che da più parti si levano voci critiche che mettono a nudo la realtà economica italiana e mondiale, segnata da una crisi finanziaria e attraversata da grandi e gravi diseguaglianze sociali. Insostenibili ormai. La Carta di Firenze si articola in 8 punti che diventano programmatici e concreti: una vera e propria road map sulla strada della Ri-generazione come recitava anche il titolo del festival.

Al centro c’è appunto uno sguardo integrale sulla persona umana e sul valore inestimabile delle relazioni. La proposta della Carta di Firenze si articola su una buona idea di impresa, di salute e benessere, passando per la cura dell’ambiente, dell’innovazione e dell’inclusione sociale.

Un nuovo concetto di benessere, che deve essere multidimensionale come Amartya Sen va affermando da anni: “Le persone hanno sicuramente bisogni, ma anche valori e soprattutto custodiscono la capacità di pensare agire e partecipare”.

Il futuro, che prepariamo già nell’oggi, vede proprio nella sinergia di nuove forze e nel solco di una nuova visione sull’economia e sulla realtà la sua possibilità di essere migliore. Il documento è appunto aperto, inclusivo e ospitale, come l’idea di economia e società che esprime. È uno spazio, un territorio dove è possibile ibridare e generare nuove interconnessioni. La realtà è un elemento importante perché tutto non rimanga solo una semplice enucleazione teorica di buoni propositi o principi.

Come dicono gli organizzatori si tratta di partire da buone pratiche già esistenti, da un legame forte con il territorio e le persone per proseguire attraverso gli 8 punti della carta verso un futuro sostenibile e più giusto.

8 punti tradotti in 8 verbi. Sostenere, credere, promuovere, valorizzare, investire, proporre, coltivare e attivare.

Dalla promozione della diversità e dell’inclusione sociale si passa alla proposta di una nuova idea di salute e benessere che vede non solo lo Stato ma anche il terzo settore protagonista, attraverso l’attivazione di energie giovani e innovative con ricerca e formazione. L’investimento maggiore è proprio sulla persona umana e sul suo mondo relazionale fatto di valori come amicizia, amore, fiducia, impegno civile che la Carta cita e fa suoi. Altro pilastro e il principio di sussidiarietà circolare “come chiave per la soluzione dei problemi economici e sociali”.

Le relazioni e le risorse che ognuno di noi già possiede diventano un vero e proprio capitale sociale che può essere reinvestito in una logica di dono e reciprocità. Così come la relazione da trasformare nei confronti dell’ambiente da semplice sfruttamento a vero e proprio soggetto degno di cura e attenzione oltre che rispetto. “La terra non è solo strumento, fattore di produzione, piattaforma. Agisce e reagisce, cambia e si trasforma, a livello chimico, biochimico, geologico, reagisce all’uomo e alle sue azioni, talvolta si ribella con forza”.

La sola logica del profitto e dello sfruttamento ha reso non solo più povero e imbruttito l’ambiente ma mostra tutta la sua debolezza e insostenibilità. La felicità non può essere misurata solo sulla massimizzazione di beni e profitti, ma nel riconoscimento di un’altra persona e nella capacità di dono, gratuità e fiducia.