Scatto dalla serata “Arché in concerto” al C.I.Q.

Il lavoro sociale è il più bello del mondo. È così, ce lo siamo già detti, ma ripetiamolo: anche i lavori sanitari e scolastici non sono male, ma quello sociale, signora mia… Cambi il mondo una relazione alla volta. E così facendo curi anche te stesso, che si tratta di relazioni trasformative, come scrive (anche) Valentina De Fazio nel suo impegno con le madri detenute.

Il nostro mestiere ha un valore pazzesco; per dirne una, parlando una lingua che si capisce bene in campagna elettorale, pensiamo alla sicurezza: non “più forse dell’ordine” (rigorosamente protette da scudo penale e senza codici identificativi), ma più forze della cura: più educatori ed educatrici, assistenza domiciliare minori, assistenti sociali.

In questo mandato amministrativo il Comune di Milano assumerà oltre 300 agenti della polizia locale. In questo mandato amministrativo il Comune di Milano assumerà oltre 15 educatori di adolescenti, tecnicamente chiamati istruttori direttivi socio assistenziali.

Trova la differenza.

Se la meritocrazia ha mai avuto un senso quelli bravi dovrebbero andare a lavorare nel Terzo Settore, e agli altri rimarrebbero posti nelle aziende o in finanza; peggio per loro, dovevano sfruttare meglio le opportunità che l’istruzione italiana ha proposto loro.

D’altronde i posti nel sociale sono talmente contesi che non necessitano neanche della leva monetaria per riuscire attrattivi, e quindi vengono retribuiti poco, pochissimo (disclaimer: sono sardonico).

L’altra sera ho portato mia figlia treenne ad un concerto spaziale al Centro Internazionale di Quartiere con alcune colleghe e colleghi e, capirai, in mezzo ad educatori ed educatrici che la facevano volare era felicissima, siamo riusciti ad addormentarla dopo due giorni. Una collega mi rimproverava affettuosamente dicendomi che se faccio frequentare a mia figlia le educatrici poi vorrà fare quel lavoro da grande.

Io: E quindi?

Lei: Beh, tu vorresti che facesse l’educatrice?

Io: Io vorrei fosse felice ma, certo, mica mi piacerebbe diventasse dirigente di una multinazionale, no? Magari facesse l’educatrice!

Scatto dalla serata “Arché in concerto” al C.I.Q.

È quello che è successo un paio di settimane fa: un collega bravissimo, di un’altra organizzazione, ha annunciato le sue dimissioni ad un tavolo di lavoro.

L’ha fatto, esasperato, spiegando che il lavoro sociale è un mestiere che fa schifo. Sei pagato poco per farti menare tanto da adolescenti più grossi di te la cui biografia rende comprensibilissimo perché debbano menare qualcuno. Te.

Ok?

Quando l’ha detto, l’ex collega stava condividendo una scelta di vita evidentemente molto sofferta. È la tipica situazione in cui io replico: sono contento per te (che hai trovato un’altra strada o che vai in pensione o che ti trasferisci in Brasile ad aprire quel chiringuito), ma mi spiace per noi.

Mi spiace per noi perché perdiamo una persona della tua qualità umana.

A quel tavolo, invece, la reazione dei presenti era: “Son contento per te, mi spiace per noi”.

Ok? Ritrova la differenza; apparentemente la stessa reazione. Però il dispiacere che si respirava (e che qualcuno ha anche condiviso) era un altro: un pizzico di invidia, di beato te che ce l’hai fatta. Ed era un tavolo di coordinamento, quindi non c’erano educatori giovani.

Anche perché gli educatori giovani non esistono più. Se ne è perso lo stampino.

Rispetto a dieci anni fa quando oggi pubblichiamo una posizione per educatrici o educatori abbiamo 5 volte candidature di meno, di persone giovani che stanno (legittimamente) valutando altre 3 offerte di lavoro. Questo nonostante mutua interna (dovuta), il recente aumento contrattuale del CCNL delle cooperative sociali, e anche 6 mesi di alloggio offerto.

Perché si sono estinti gli educatori e le educatrici? Perché tra i lavori che richiedono una laurea è il meno retribuito (fonte: Animazione sociale #355). Perché con la stessa laurea puoi lavorare nella scuola, dove non fai le notti, i finesettimana, e di solito non vieni menato. È difficile, peraltro, per un educatore non portarsi il lavoro a casa. Se ha una casa.

Perché si è pagati talmente poco che è durissima trovare dove vivere: una stanza in affitto a Milano, un monolocale nell’hinterland? Sempre più spesso ti trovi ad affrontare gli stessi problemi delle persone che supporti.

Il passo da educatore a utente è sempre più breve.

È diventato un lavoro per poveri, quindi per chi accetta di non fare figli, di non avere Netflix, di non avere una macchina di proprietà e di non uscire troppe volte la sera in un anno. Oppure è diventato un lavoro per ricchi, per chi ha altre rendite: la compagna o il compagno che guadagnano più, un appartamento messo in affitto (quello della nonna), oppure è ricco di famiglia. Che poi siamo molto più donne che uomini, quindi è un lavoro per povere oppure (più raramente, intendiamoci) per ricche.

Comunque è un lavoro che non è riconosciuto. “Faccio l’educatore”. “Dai… cioè? Fai giocare i bambini? Tipo oratorio? Ma ti pagano?”. Eh.

Scatto dalla serata “Arché in concerto” al C.I.Q.

Una volta la cooperazione sociale era il proseguimento della politica con altri mezzi, era una forma di militanza, per cambiare il mondo, oggi la cooperazione sociale corrisponde spesso alla gestione di servizi a basso costo.

E allora? Se non fai parte della soluzione fai parte del problema, quindi da che parte andiamo?

Intanto investiamo in organizzazioni di 2° livello come il CNCA o Libera o di 3° livello come il Forum Terzo Settore: facciamo rete, crediamoci. Anche se in questo momento storico sembra molto costoso distrarre personale, sarà più costoso non farlo perché chiuderemo le comunità. Insieme abbiamo più possibilità di cambiare le cose, di fare sentire la nostra voce e la voce dei beneficiari dei nostri servizi. All’interno scambiamoci prassi virtuose, e se vediamo che alcuni comportamenti funzionano diciamocelo.

La seconda direzione in cui io andrei, anch’essa prepolitica, perché poi ci sarebbe tutto il lavoro politico partitico, ma quello ci compete meno, è il fare cultura. Dalla relazione con le università a Tik Tok, non escludiamo niente: scriviamo, facciamo video, diciamo che esistiamo e come esistiamo, diamo voce alle persone che affianchiamo, facciamolo in modo positivo, costruttivo, non pietistico, anche se il pietismo attira più fondi. Anche quello concorre a renderci più attrattivi, più riconosciuti, più desiderabili come ambiente di lavoro.

Poeti sociali” ha definito papa Francesco coloro che “dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi”. Noi cerchiamo di farlo ogni giorno, da cittadine del mondo e non da tecnici del terzo settore. Non di sola poesia vive l’uomo, ma senza poesia si è un po’ meno umani.

Paolo Dell’Oca

Questo testo è stato preparato per l’incontro “Lavoro sociale e lavoro educativo: change makers in poor jobs”.