Hilary, “Quando gli educatori ci fanno le coccole”

Sì, mi piace chiamarvi così, poeti sociali, perché, come ebbe a dire papa Francesco ai Movimenti popolari: «Voi siete poeti sociali in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza. Con le vostre mani sapete forgiare la dignità di ciascuno, quella delle famiglie e quella dell’intera società con la terra, la casa e il lavoro, la cura e la comunità» (16 ottobre 2021).

Anzitutto poeti, perché siete appassionati a ciò che fate. Senza passione tutto è spento. Di educatori dal piglio greve e rigido, di chi lavora per convenzione, per calcolo, per mille altri motivi, ce ne sono tanti. Voi invece splendete! Fate quello che amate.

Pasolini diceva: «Ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece! La tolleranza è solo e sempre puramente nominale, è anzi una forma di condanna più raffinata. Il fatto che si “tolleri” qualcuno è lo stesso che lo si “condanni”».

Accogliete senza difese la possibilità di un processo educativo all’incontrario: un vecchio impara da un giovane. Possiamo imparare anche da chi diventa destinatario del nostro lavoro educativo. Tu che possiedi strumenti culturali puoi ricevere tanto da chi ha attraversato le strade della vita senza altri strumenti all’infuori del dolore.

Per questo abbiate grande cura per le parole che dite. Ci sono parole che fanno ammalare e altre che salvano la vita. Alcune che umiliano e imprigionano, altre che liberano.

Custodite il tempo e il modo in cui usare le parole: curatele, come esse possono prendersi cura di voi quando vi mancheranno. Usate le parole che possono fare la differenza, che possono salvare, abbracciare…

Voi siete poeti sociali. Per questo vi dico anche: sentitevi cittadine e cittadini del mondo e non tecnici del terzo settore, come turisti “mordi e fuggi” sulla terra. Fate di ogni vostro gesto, di ogni atto poetico un vero atto politico, un gesto di cura per la città, per il mondo in cui abitiamo.

Mi ha sempre affascinato, fin da bambino, la figura di Gesù di Nazareth, un poeta in azione. Un visionario che aveva però il senso pratico della vita. Un uomo libero e liberatore. Sono sempre rimasto attratto da quel Gesù dal «cuore di donna» come diceva Alda Merini: una sintesi affascinante di bellezza e di giustizia, di poesia e di visione politica.

Il poeta Gesù si scontra con un potere sacralizzato che tende a togliere la libertà, umilia la giustizia e proibisce l’amore. Resistete alla tentazione del potere per controllare la vita. Piuttosto non abbiate paura di commuovervi: è la pioggia che ci cade dagli occhi che fa germogliare i semi di futuro. Indignatevi per l’ingiustizia e le disuguaglianze. Sempre. Difendete le differenze, perché la differenza difenderà voi, se resterete soli.

Trovate il centro spirituale che è nello sguardo di ciascuna e di ciascuno, cercate il divino che abita nel battito del cuore e nella bellezza che ci visita ogni giorno e nella libertà che può trovare casa nella vostra coscienza. Non siamo qui per aggiustare il mondo, il nostro lavoro non è un’officina nella quale si ripara ciò che non funziona, ma per creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Continuate a sognare insieme.

E grazie, grazie sul serio, perché mi lasciate sognare con voi.

Giuseppe Bettoni

Presidente di Fondazione Arché

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