Si è parlato molto, negli ultimi mesi, di affidi e di case famiglia. Ne hanno cominciato a parlare Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, autori di Veleno, un’inchiesta sotto forma di podcast pubblicata nell’autunno del 2017 per Repubblica. Il racconto ricostruisce le vicende di una banda di pedofili che, alla fine degli anni Novanta, portò all’allontanamento di sedici bambini dalle loro famiglie.

«Veleno non è un atto di accusa contro il mondo delle adozioni o degli affidi» ha chiarito Trincia in unintervista a Vita. «Nella serie abbiamo ribadito in almeno un paio di passaggi che i servizi sociali sono importanti così come i soggetti della società civile». Un atteggiamento diverso da quello avuto da parte di diversi esponenti mediatici e politici a seguito dello scandalo di Bibbiano, che ha proprio coinvolto uno dei centri della serie Veleno, la onlus “Hansel e Gretel” di Torino.

Le indagini della Procura di Reggio Emilia iniziarono alla fine di giugno 2018. Ventisette persone tra le quali politici, medici, assistenti sociali e liberi professionisti erano indagate per aver fatto parte di un’organizzazione criminale volta a togliere bambini a famiglie in difficoltà e affidarli, dietro pagamento, a famiglie di amici o conoscenti.

I casi sospetti di minori tolti alle famiglie e messi in affido erano nove ma, è stato verificato nei mesi successivi, sette di loro erano già stati restituiti alle rispettive famiglie prima che scattassero le misure cautelari. I servizi sociali e il Tribunale avevano cioè già in mano la situazione: come stabilito dalla legge, hanno messo in protezione i minori, verificato le singole situazioni e poi stabilito – per quei sette casi – un rientro in famiglia. Sugli altri due bambini si stanno ancora svolgendo degli accertamenti.

Ma allora perché su molti giornali e nei comizi di alcuni politici si è cominciato a parlare con così tanta insistenza di business delle case famiglia? La risposta è la solita: propaganda. Come è avvenuto anche per il presunto legame tra organizzazioni non governative e trafficanti del mare, l’indagine ha riscosso popolarità nei media e ha innestato i pregiudizi sull’intero sistema nazionale della tutela dei minori.

Da subito si è parlato di “centinaia” di casi ai servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, consorzio di sette comuni (tra cui Bibbiano) che condividono la gestione di molti servizi, e di migliaia in tutta Italia. Andando ad approfondire, in due anni al Tribunale per i Minorenni in Val d’Enza si contano circa cento segnalazioni arrivate e soltanto in quindici casi i giudici hanno concordato sull’allontanamento del minore dalla famiglia. In otto di questi, i genitori non hanno fatto ricorso, in altri sette il ricorso è stato respinto dalla Corte d’Appello.

Questo smentisce quindi la connivenza dei giudici e l’esistenza di un sistema Bibbiano. E contemporaneamente non ci esime dall’esigere pene esemplari per quelli che il Tribunale dichiarerà colpevoli di avere collaborato ad affidi illeciti.

Insomma, tante le parole delle persone indignate, ma pochi i reali argomenti. È il solito processo alla solidarietà: si incolpano i servizi e i loro lavoratori che fanno del loro meglio con pochi fondi, quando i problemi sono appunto la mancanza di fondi e l’assenza di un efficiente coordinamento nazionale.

Non se ne parla, ma in Lazio, in Campania e in Puglia gli affidamenti hanno subito un calo del 30% in cinque anni. Secondo il “Quaderno della ricerca sociale n.42” del 31 dicembre 2016 i minori allontanati sono 26.000, la percentuale più bassa tra gli Stati europei. Ma non perché le famiglie stanno meglio: il calo è dovuto ai tagli effettuati.

Cos’è e come funziona l’affido familiare

Sia chiaro. Chi scrive, come anche chi lavora nelle case famiglia, ritiene che ogni bambino abbia il diritto di vivere e crescere nella propria famiglia. Lo sancisce l’articolo 9 della “Convenzione sui diritti del fanciullo”, siglata a New York nel 1989. La famiglia però può diventare anche un contesto di abusi, violenza, trascuratezza. Ed è per questo che esiste l’affido familiare. Perché chi va protetto è sempre il minore, e talvolta va protetto dai suoi stessi familiari.

L’affido familiare è un istituto previsto e regolato in Italia dalla legge 184 del 1983, poi modificata dalla 149 del 2001. L’allontanamento di un minore dalla propria famiglia nasce da una segnalazione alle forze dell’ordine, ai servizi sociali o al tribunale per i minorenni.

Tutti possono fare una segnalazione e l’intervento immediato dei servizi sociali serve proprio a evitare l’allontanamento dalla famiglia e ad approfondire la situazione come stabilito nelle “Linee guida del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali”. L’allontanamento viene in caso predisposto dai tribunali dopo aver ascoltato i soggetti coinvolti, compresi i servizi sociali e, quando accade, ciò avviene dopo alcuni anni e diversi altri tentativi effettuati.

L’affido è comunque una misura temporanea e nella maggior parte dei casi non prevede un distacco totale tra il bambino e la famiglia originaria. Tra le possibili destinazioni degli affidi vi sono le case famiglia, strutture introdotte nella disposizione 149/2001, il quadro normativo più recente in tema di adozione e affido di minori.

La storia delle case famiglia però è molto più lunga. La prima casa famiglia nacque nel 1964 a Pian di Scò, in provincia di Arezzo. Aperta da Enrico Nardi per l’Opera Assistenza Malati Impediti, aveva il fine di inserire i disabili in una piccola comunità che evitasse loro l’ingresso in strutture grandi e dispersive.

Nel 1973 fu aperta un’altra casa famiglia, stavolta a Rimini per conto di Don Oreste Benzi: l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII tra le sue finalità ha ancora oggi quella di rivolgersi alle forme di disagio degli adolescenti.

Le case famiglia rivolte ai giovani nacquero da un’esigenza precisa: quella di porsi come alternativa agli orfanotrofi. Le affinità con la struttura di una famiglia sono la presenza di una o più figure parentali, il numero ridotto di persone accolte, la struttura che deve avere le caratteristiche di una casa e deve essere collegata ai servizi locali (come, per esempio, quelli sanitari, educativi e di svago).

Insomma, l’obiettivo delle case famiglia è quello di garantire al ragazzo minorenne di avere il supporto che gli è mancato dove viveva in precedenza.

Parlare di case famiglia però è riduttivo. Sul territorio ci sono infatti molti tipi di comunità: quelle educative con gli educatori professionali, quelle familiari con la presenza di uno o più adulti, quelle di madri-figli che ospitano nuclei monoparentali (madre-bambino), le comunità alloggio per i maggiorenni, le case multiutenza e i servizi di pronta accoglienza.

Stiamo parlando di circa tremila comunità, sia educative sia familiari, sparse per tutta l’Italia e i cui contributi spesa vengono erogati dai Comuni (i cui bilanci sono, per legge, pubblici). In media ogni comunità educativa riceve dai 70 ai 120 euro al giorno, quelle familiari intorno ai 60-70 euro.

Le criticità del sistema dell’affido familiare

Le Regioni, come stabilito dalla riforma del Titolo V, stabiliscono e vigilano sugli standard qualitativi. Il 14 dicembre 2017 un tavolo tecnico interministeriale a cui hanno partecipato anche diverse associazioni operanti nell’accoglienza di minori ha approvato il documento “Lin