È una Pasqua un poco strana: le uova non sembrano portarci le sorprese che ci attendiamo, forse neanche le colombe portano sulle nostre tavole il ramoscello d’ulivo. Il pranzo di famiglia sarà, per forza di cose, ristretto. Neanche i riti saranno quelli di sempre. Guardarli in televisione ci può anche far bene, ma saremo ridotti al rango di spettatori di un dono che va celebrato, non solo guardato. Perlomeno potrebbe essere la volta buona che prendiamo tra le mani Giovanni per leggere nel suo Vangelo che anche i discepoli, come noi, erano disorientati, scossi, non capivano che senso avesse tutto quello che andava succedendo e stavano chiusi in casa, per paura… rischiavano davvero di sclerare, come noi d’altronde.

Eppure Pasqua è sempre un passaggio, pesah, dicono gli ebrei. Per noi non è ancora tempo di passare a una vita normale, di tornare a frequentarci, ad abbracciarci, a lavorare insieme… Tuttavia c’è un passaggio possibile, sull’esempio di quanto si ricorda a Pasqua, vale a dire del passaggio dalla schiavitù alla liberazione, dalla morte alla vita, che auguro a me e a tutti noi.

Dopo trent’anni di iper egoismo, iper individualismo potremmo passare dalla immunitas alla communitas. Parrebbe un gioco di parole: ma se in medicina, come abbiamo imparato in queste settimane, l’immunità da una possibile infezione è auspicabile, non possiamo dire altrettanto per la nostra vita: non possiamo essere immuni dalla comunità, non possiamo stare senza la comunità, non possiamo vivere senza mettere insieme i nostri doni (cum munus), senza essere dono l’uno per l’altro.

In quale società vivremo passata questa pandemia? Ci lasceremo alle spalle gli egoismi dei singoli, dei governi e delle imprese? Abbandoneremo l’idea romantica di comunità che è al contempo tragica quando si fonda sulla moneta, sui confini e sul sangue? Non lo so, non lo sappiamo.

Possiamo scegliere noi di non dimenticare quanto abbiamo appreso in questa lunga quarantena e deciderci a costruire una comunità che vincendo la tentazione di tornare ad essere schiavi, a isolarci in una deriva totalitaria, si prenda cura del ricco e del povero, del bambino e dell’anziano, della donna e dell’uomo… Proprio come stanno facendo loro, i professionisti della cura, medici, infermieri, educatori, insegnanti, volontari… Maestri in umanità.

Facciamo Pasqua: usciamo dalle terre straconosciute dell’individualismo e passiamo all’avventura rigenerativa della cura.

 

Articolo pubblicato domenica 5 aprile sulle pagine milanesi di Repubblica.