
Quando mi dicon “Va’ a casa”
rispondo “Sono già qua”
Io T.V.B. cara Italia
sei la mia dolce metà
In Italia vivono migliaia di ragazzi e ragazze, bambini e bambine, nati o cresciuti nel nostro Paese, che parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole, vivono e contribuiscono alla crescita delle nostre città; eppure, nonostante tutto questo, molti di loro non sono riconosciuti come cittadini italiani. Questa mancanza di riconoscimento legale crea una frattura profonda tra la realtà quotidiana di questi giovani e il loro status giuridico. Si tratta di un’ingiustizia che penalizza chi, pur essendo italiano di fatto, non lo è per la legge, e che contribuisce a perpetuare disuguaglianze all’interno della nostra società.
Prendiamo ad esempio la storia di Fatima, una ragazza nata e cresciuta a Milano. Fatima parla un perfetto italiano, condito da un accento milanese che non lascia dubbi sulle sue origini. È appassionata di calcio, e il suo cuore batte forte per l’Inter: conosce ogni giocatore, le formazioni, e segue con entusiasmo ogni partita. La domenica a pranzo la sua famiglia si riunisce attorno a un piatto di pasta fumante, perché, come lei stessa dice con un sorriso, “senza pasta non è domenica”. Eppure, nonostante Fatima sia cresciuta in Italia, abbia frequentato scuole italiane e sia profondamente legata alla cultura italiana, per la legge non è italiana. Questa incongruenza la fa sentire spesso emarginata, come se ci fosse un muro invisibile che la separa dai suoi coetanei.
Lo Ius Scholae rappresenta una risposta concreta a questa esigenza. Il testo di riforma della cittadinanza, discusso nella scorsa legislatura alla Camera dei Deputati, prevede che i giovani con background migratorio nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni, possano ottenere la cittadinanza italiana dopo aver completato almeno cinque anni di studio nel nostro sistema scolastico. Se questo periodo include la scuola primaria, il superamento positivo del ciclo di studi diventa un requisito fondamentale.
In questo contesto, è importante comprendere come altri Paesi affrontano il tema della cittadinanza per i figli di migranti. In quasi tutti gli Stati del continente americano, tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Argentina, vige il principio dello Ius soli, che garantisce la cittadinanza a chi nasce sul territorio di quello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.
Nell’Unione Europea, invece, esistono forme di Ius soli con vincoli aggiuntivi. Ad esempio in Francia un bambino nato da genitori stranieri ottiene alla nascita la cittadinanza francese se almeno uno dei genitori è nato in Francia, un principio conosciuto come “doppio ius soli”. Tuttavia, l’Italia non adotta nessuna di queste forme di Ius soli, rendendo ancor più urgente la necessità di una riforma che tenga conto delle realtà attuali del nostro Paese.
L’attuale legge italiana sulla cittadinanza, risalente al 1992, è ormai superata. Pensata in un contesto socio-culturale completamente diverso, non risponde più alle necessità dell’Italia di oggi. La società è cambiata, così come le dinamiche migratorie e le esigenze di inclusione. La legge attuale, basata principalmente sullo Ius sanguinis, riconosce la cittadinanza italiana principalmente a chi ha almeno un genitore italiano, ma non tiene conto delle realtà di migliaia di ragazzi e ragazze come Fatima, che sono italiani per cultura, educazione e appartenenza, ma non per la legge.
Questa riforma non è solo un atto di giustizia, ma anche un’opportunità per costruire una società più inclusiva e coesa. Riconoscere la cittadinanza italiana a chi è nato e cresciuto in Italia significa concedere pari diritti a tutti quegli italiani di fatto, ma non per la legge. Significa riconoscere che l’identità italiana non è solo una questione di sangue, ma di cultura, di educazione, di appartenenza.
Nelle comunità in cui Fondazione Arché opera, nei quartieri, nelle scuole, nei cortili delle nostre città, questi ragazzi e ragazze sono una presenza viva e preziosa. Li vediamo ogni giorno, con le loro storie, le loro speranze e i loro sogni. Li vediamo crescere accanto ai nostri figli, frequentare le stesse scuole, condividere gli stessi spazi e costruire lo stesso futuro.
Eppure la legge non riconosce loro ciò che è evidente a tutti noi: sono parte integrante della nostra società.
Fatima è solo una delle tante storie che rappresentano questa realtà. La sua vita è intrinsecamente legata a quella dell’Italia, ma il suo status giuridico non riflette questa verità. Non possiamo permettere che migliaia di giovani crescano sentendosi stranieri nel Paese che è, a tutti gli effetti, la loro casa.
Arché crede fermamente che questa riforma rappresenti un atto di giustizia. L’Italia di oggi ha bisogno di una legge che rispecchi la sua realtà attuale, una legge che riconosca e celebri la diversità come parte integrante della sua identità. Perché non si può essere stranieri per sempre.
Simone Zambelli