
L’Europa ha scelto di accelerare le procedure di rimpatrio. Ma come dovremmo giudicare una politica migratoria che punta solo all’efficacia allontanandosi dai principi di tutela della persona su cui l’Unione europea ha costruito la propria identità?
Con l’approvazione del nuovo Regolamento sui rimpatri, il Parlamento europeo ha introdotto una riforma destinata a cambiare profondamente la gestione delle espulsioni dei cittadini di Paesi terzi presenti irregolarmente sul territorio dell’Unione. L’obiettivo dichiarato è rendere le procedure veloci e coordinate, ma la logica di fondo solleva forti perplessità.
Quando si parla di migrazioni, infatti, il rischio è sempre lo stesso: trasformare persone in pratiche amministrative, vite in numeri, storie in statistiche.
La nuova norma introduce il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri, amplia le possibilità di trattenimento amministrativo e apre alla creazione di “hub di rimpatrio” in Paesi terzi, dove trasferire le persone in attesa dell’espulsione definitiva. L’intenzione dichiarata è quella di aumentare l’efficacia dei rimpatri.
Dal punto di vista amministrativo, la riforma risponde a una domanda di maggiore coordinamento. Ma l’efficienza, quando riguarda le persone, non può essere l’unico criterio con cui misurare una politica pubblica.
Lo ricorda anche la geografia delle migrazioni. La rotta del Mediterraneo centrale continua a essere la più letale al mondo: i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni indicano oltre 26.500 morti o dispersi dal 2014, con più di 1.300 vittime solo nel 2025. Una stima al ribasso, dato che di molti naufragi non abbiamo nemmeno notizia, che nasconde volti e famiglie rimaste senza risposte.

[📸 Kelly, pexels]
L’esternalizzazione delle politiche migratorie ha ormai una lunga storia. Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente affidato a Paesi terzi una parte crescente della gestione delle frontiere e dei flussi migratori, investendo molti soldi nel tentativo (vano) di fermare le partenze. Il nuovo regolamento rafforza questa impostazione.
Formalmente, gli accordi potranno essere conclusi soltanto con Paesi che garantiscano il rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento. Ma la domanda resta aperta: chi controllerà realmente che queste garanzie vengano rispettate? Chi assicurerà trasparenza, accesso alla tutela legale e monitoraggio indipendente?
Quando la gestione delle persone viene spostata lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea, aumenta inevitabilmente il rischio che diminuiscano anche le garanzie.
Una dinamica simile si osserva già lungo la cosiddetta rotta balcanica, dove migliaia di persone percorrono centinaia di chilometri a piedi tra violenze, respingimenti, sfruttamento e condizioni di estrema vulnerabilità. Le organizzazioni internazionali e numerose realtà umanitarie descrivono un percorso nel quale il diritto di chiedere protezione internazionale si intreccia troppo spesso con la paura, con le ferite fisiche e psicologiche del viaggio e con l’assenza di una reale tutela.
Le perplessità non arrivano soltanto dalle organizzazioni per i diritti umani. La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha espresso una forte preoccupazione, sottolineando come l’ampliamento della detenzione amministrativa, la limitazione dei ricorsi e la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi pongano seri interrogativi etici e umanitari. La COMECE ha ricordato che la migrazione non può essere affrontata esclusivamente come una questione di controllo delle frontiere, ma richiede politiche che mettano al centro la dignità umana e la tutela dei diritti fondamentali.
Negli stessi giorni in cui si discuteva del nuovo regolamento, la Commissione europea ha proposto un nuovo regime di sanzioni contro i trafficanti di migranti, con l’obiettivo di colpire reti criminali, facilitatori e soggetti che traggono profitto dalla disperazione delle persone in movimento. La proposta mira a rafforzare gli strumenti dell’Unione contro chi organizza e finanzia il traffico di esseri umani.
Si tratta di un intervento necessario: contrastare le organizzazioni criminali che alimentano la tratta e lo sfruttamento è un dovere degli Stati. Ma sarebbe un errore confondere chi sfrutta la migrazione con chi è costretto a migrare.
Ogni giorno, nelle case e nei servizi di Fondazione Arché, incontriamo donne, bambini e famiglie provenienti da decine di Paesi diversi. Ognuno porta con sé una storia unica, ma molte di queste storie hanno elementi in comune: la fuga da guerre o persecuzioni, la povertà estrema, la violenza domestica, lo sfruttamento, la tratta, la ricerca di un futuro più sicuro per i propri figli.
Le persone che accompagniamo cercano di ricostruire una vita dopo aver attraversato esperienze spesso traumatiche. È anche a partire da questo osservatorio privilegiato che guardiamo con attenzione alle politiche migratorie europee, convinti che ogni scelta normativa debba essere valutata non per la sua efficacia amministrativa, ma per il suo impatto concreto sulla vita delle persone.
Proprio perché è una comunità fondata sul diritto, l’Europa ha il dovere di non smarrire ciò che la rende riconoscibile: la tutela della persona, il rispetto della dignità umana e la convinzione che nessuna politica possa considerarsi davvero giusta se sacrifica i più vulnerabili.
Dietro ogni rimpatrio c’è una storia. Dietro ogni decisione amministrativa c’è una vita, spesso una famiglia, talvolta dei bambini.
Per fortuna esiste anche un’altra Europa. È quella che ogni giorno, lontano dai riflettori, sceglie di non voltarsi dall’altra parte. A Trieste, punto di arrivo della rotta balcanica, da anni decine di volontarie e volontari offrono cure mediche, un pasto caldo, vestiti, orientamento legale e soprattutto ascolto alle persone che arrivano stremate dopo mesi o anni di viaggio.
Con il loro impegno ci ricordano che la solidarietà non è un reato: è uno dei valori su cui l’Europa ha costruito la propria identità.
Accanto alle politiche di controllo delle frontiere continua così a vivere un’Europa fatta di cittadini che scelgono di riconoscere, prima di tutto, l’umanità dell’altro.
È da questa consapevolezza che dovrebbe partire ogni politica migratoria. Ed è da qui che anche noi di Fondazione Arché scegliamo di guardare all’Europa: non soltanto come uno spazio di regole e confini, ma come una comunità che ha fatto della dignità della persona il proprio principio fondativo.
Simone Zambelli, assistente sociale